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Donne e giornalismo sportivo: l’immagine non basta (più)

Anche tra le redazioni serpeggia la disparità di genere, soprattutto in ambito sportivo

Donne e giornalismo sportivo: l’immagine non basta (più)

redazione

15 Aprile 2022 - 14.56


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di Lucia Mora

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La disparità di genere all’interno delle redazioni – siano esse televisive, giornalistiche o radiofoniche – è purtroppo un problema ancora di grande rilevanza. Nonostante alcuni piccoli passi avanti rispetto al passato, le giornaliste continuano a scontrarsi con due scogli che caratterizzano pressoché ogni salotto, programma o giornale: la mancanza di ruoli apicali (e quindi di potere) e il paternalismo che le relega a spalla della controparte maschile o, peggio ancora, a oggetto da esibire.

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Il caso del giornalismo sportivo è emblematico, perché dimostra come la parità sia intesa solo come una questione di immagine. La presenza delle donne è quasi sempre un fatto di natura estetica, sfruttata in relazione allo sguardo maschile che, si sa, va compiaciuto in continuazione. Da qui il fiorire, o in studio o ai bordi dei campi da calcio, di graziosi volti femminili che “dialogano” sorridenti con i colleghi per farci sapere quali sono le aspettative sulla partita o quanto è stato bravo quel calciatore a segnare il gol. Per non parlare di quei terrificanti “contenuti extra” proposti da certe piattaforme di streaming, dove la donna va a intervistare il tal allenatore o il tal centravanti prendendolo sottobraccio come se dovessero andare a prendere il tè, invece che discutere di sport. Terrificanti.

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Perché questo tipo di narrazione è problematico? Perché non riconosce la professionalità femminile che, spesso, è sminuita o ridicolizzata. Non a caso, quando la partita finisce e arriva il momento del commento tecnico, in studio si vedono solo uomini. Bene, hai fatto la tua comparsa, ti sei fatta vedere, ma adesso la parte importante spetta a noi, ché è pur sempre “roba da maschi”, questa.

Il successo di una donna in un campo tradizionalmente considerato maschile fa paura, perché mette in discussione uno degli stereotipi su cui la cultura maschilista ha fondato le proprie basi. E la cultura maschilista, in una società patriarcale, ha una certa importanza. Metterla in discussione significa aprire uno spiraglio verso un futuro diverso; significherebbe fare uno sforzo per cambiare lo status quo che in pochi hanno voglia di mettere in atto, dal momento che porterebbe alla rinuncia di qualche privilegio finora esclusivo.

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Esistono eccezioni meritevoli, certo. Esiste per esempio l’ottimo lavoro di Alessandra De Stefano, che da anni commenta il ciclismo con competenza e passione. Ha seguito oltre 30 edizioni dei Grandi Giri (Giro d’Italia e Tour de France); dal 2010 ad oggi conduce le trasmissioni Rai dedicate alla Corsa Rosa (come “Il processo alla tappa”, appuntamento immancabile per chi segue il Giro) e il 18 novembre 2021 è stata nominata direttrice di Rai Sport. Una grande professionista valorizzata come merita.

Quando il caso di De Stefano non sarà più un’eccezione, potremo smettere di discutere di maschilismo nel giornalismo sportivo. Fino ad allora, però, ricordiamoci che sventolare fogli che annunciano con fierezza di aver posto rimedio alla questione “quote rosa” serve a poco, se poi quelle quote restano solo dei numeri senza identità, senza potere e senza rispetto.

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