La scomparsa delle librerie per una politica che non legge più

Nel centro storico di Roma tante librerie sono sparite. Un fenomeno che rivela come è cambiata, in peggio, la classe politica

Montecitorio. Foto Wikimedia

Montecitorio. Foto Wikimedia

redazione 6 dicembre 2020
di Jolanda Bufalini

“Mi sto aggirando per ragioni burocratiche nell’amatissimo centro storico di Roma, nel quadrante fra Camera e Senato. Siccome ho bisogno urgente di un libro politico per un articolo che devo scrivere, il primo impulso è stato indirizzarmi verso Montecitorio. Sono stata fulminata dal fatto che non c’è più nemmeno una libreria. Herder ha chiuso già da molti anni ma fino a tempi recenti c’era Paesi Nuovi poi Paesi Nuovi Arion. Anche la bellissima libreria di fronte al Senato è chiusa. Mi pare che, al netto dei cambiamenti avvenuti e della crisi attuale causata dalla pandemia, queste chiusure dicano qualcosa a proposito del livello culturale dei nostri eletti e governanti”.

La politica ha per forza tempi morti
Questo articolo nasce dal post su Facebook riportato sopra, che ha suscitato molti commenti, molti emoji piangenti, molti amarcord sulle librerie scomparse. Non era, però, genericamente dedicato al triste fenomeno delle chiusure ormai in corso da molto tempo, ma proprio a quella piccola area dove anche ora si assiste a un notevole andirivieni di politici, funzionari, giornalisti, ministri. I palazzi della politica – per forza di cose – non sono serrati e non c’è troppo smart working. Una riflessione, insomma, sul cambiamento delle abitudini in quel piccolo pezzetto di mondo, all’interno di qualcosa di più grande. Perché la politica, anche quando è tesa, ha spesso tempi morti: sedute fiume per l’ostruzionismo, elezioni di presidenti e altre cariche monocratiche, discussioni di bilancio e sospensioni di dibattito in Aula. Molte circostanze nelle quali l’eletto non può allontanarsi troppo dallo scranno ma cerca di ricavare tempo prezioso per fare altro. E in questo fare, una volta, c’erano anche il leggere, lo studiare, scrivere, disegnare. C’era quindi l’infilarsi nella libreria a due passi, pronti a tornare indietro di corsa per il voto.

Quando i politici umanisti si scambiavano citazioni e consigli di lettura
Capitava, allora, non troppi anni fa, al comune cittadino di osservare un politico intento a sfogliare volumi nell’espositore di libri vicino, capitava persino di poter interloquire: “Onorevole, …” ed esprimere una preoccupazione, segnalare un problema. Fra loro, poi, fra i parlamentari, si potevano creare contatti trasversali fondati su letture o studi comuni. Il gruppo degli umanisti, per esempio, Gerardo Bianco, Alessandro Natta, Paolo Bufalini, si scambiava bigliettini con citazioni in latino. Altri si scambiavano consigli di lettura, anche leggeri. La teoria politica, la filosofia, il pensiero cristiano – soprattutto quando erano in ballo grandi questioni come il divorzio e l’aborto – e la storia di tutte le epoche erano campi del sapere molto frequentati.

Il libraio nelle vicinanze era importante
Il libraio nelle immediate vicinanze, di fronte all’ingresso di Palazzo Madama o sulla piazza di Montecitorio, era importante per diverse ragioni: il rapporto di fiducia, la possibilità di correre via rapidamente, di ordinare libri non mainstream. Tutte esigenze difficilmente assolvibili dalle non lontane Feltrinelli, dove puoi restare bloccato a lungo nella coda alla cassa. La differenza, insomma, che corre fra un grande magazzino e una boutique, che mi fa postulare un abbassamento degli indici di cultura in un piccolo segmento di popolazione che non ha problemi economici ma di tempo.

Come si ammazza adesso il tempo morto delle sedute in commissione e in Aula? Quel tempo che, con i suoi congeniti ritardi, faceva impazzire Leonardo Sciascia eletto consigliere comunale del Pci a Palazzo delle Aquile a Palermo e, poi, deputato nelle file radicali. Non c’è da lavorare troppo con la fantasia, quel tempo si ammazza con i tweet, diventati il demone della politica, lo strumento con cui prima parli e poi pensi.

Il centro storico non è più città
Ma, tornando a un discorso più generale sulla scomparsa delle librerie nel centro storico di Roma e nei centri storici delle grandi città, se il decadimento della classe politica oggi nevrotica e poco motivata sul piano ideale ha il suo peso, c’è da aggiungere che un grande problema sta nel fatto che il centro storico non è più città, ovvero non è più abitato, si è smagliato il tessuto artigiano che lo caratterizzava per lasciare il passo al divertimentificio turistico, sono scomparsi i servizi alle famiglie, dagli ambulatori alle scuole per l’infanzia. La pandemia che stiamo vivendo, creando il deserto, ha messo in luce la fragilità delle scelte compiute nell’ultimo ventennio. Restituire vitalità a queste parti urbane che sono – per inciso – patrimonio dell’umanità, sarebbe una grande sfida per la politica nel prossimo futuro. Ma ci vorrebbe un po’ di cultura.