Gli scrittori Usa: “Un disastro, serviva una vittoria netta di Biden”

Cosa pensano sul voto John Smolens, Kasey Lansdale, James Grady, Jeffery Deaver e Lewis Shiner: rabbia e tensione non spariranno, il Senato ai repubblicani è un dramma

Donald Trump e Joe Biden in un confronto televisivo trasmesso dalla Belmont University a Nashville

Donald Trump e Joe Biden in un confronto televisivo trasmesso dalla Belmont University a Nashville

redazione 5 novembre 2020
di Rock Reynolds

Rosso e blu, i colori della politica americana, quelli che indicano rispettivamente gli stati andati a Trump e quelli andati a Biden sulla mappa della contesa elettorale. Buffo, considerato che il pericolo rosso, quello del comunismo e del socialismo, ossessiona da sempre l’America più reazionaria, oggi non certo rappresentata dai democratici. È con tristezza che l’intellighenzia del paese si trova a commentare l’esito – o meglio, il non-esito – di un’elezione presidenziale che rischia di non avere un vincitore per parecchio tempo. Perché, piaccia o meno, in America la cultura in larghissima parte non vota repubblicano. Qualche scrittore apertamente conservatore se non addirittura fascistoide c’è stato – Michael Crichton, per esempio, un inossidabile negazionista del riscaldamento globale – ma si tratta di mosche bianche. Il paese che si è messo nelle mani di un istrione dal passato nebuloso, una figura talmente scorretta politicamente da ridefinire i confini del politicamente corretto, oggi è a un bivio: percorrere la stessa strada di sempre – come indicato dalla scelta poco coraggiosa dei democratici di puntare su Biden – oppure cercare di darsi una nuova identità, più al passo con i tempi? Tutto lascia intendere che non si sia optato per il nuovo. Proviamo a fare il punto con alcuni ottimi scrittori americani.

James Grady è ben noto nel mondo letterario per le sue posizioni talmente progressiste da essere considerate socialiste. Il suo romanzo I sei giorni del Condor (diventati tre nella trasposizione cinematografica) è un must della spy story.
“Gli americani che la notte scorsa sono riusciti a dormire mentre era in corso dell’elezione più contesa e bizzarra nella storia del paese si sono svegliati di fronte al dilemma: ‘E adesso?’. Potrebbero volerci ore o giorni prima di sapere chi ha vinto e in quale condizione si trova la nostra nazione. I numeri sono chiari su una cosa sola: il paese è diviso, la rabbia bolle ovunque e non sparirà, chiunque sia a ‘vincere’. Paura e terrore si annidano tra le nostre strade e la speranza pare un lampione lontano alle nostre spalle. Se Trump resta alla Casa Bianca, diffonderà nel mondo altra paura, sofferenza, corruzione e confusione letale.”

Jeffery Deaver, il maestro riconosciuto del thriller americano contemporaneo nonché il creatore dell’impareggiabile figura di Lincoln Rhyme, l’investigatore tetraplegico protagonista della saga apertasi con Il collezionista di ossa, a differenza del suo amico James Grady, è sempre stato molto cauto quando si trattava di esprimere una posizione politica. La sua cautela è sparita del tutto da quando Donald Trump si è candidato alle primarie del Partito Repubblicano.
“In America, siamo alle prese con diversi conflitti: politici, economici e sanitari. Tutti questi conflitti si sono coalizzati il 3 novembre 2020, in occasione delle elezioni. Sono un democratico e non sostengo in alcun modo il presidente Trump. Però, devo dire che, quale che sia l’esito elettorale, il paese nel complesso è restato saldo e si è elevato al di sopra degli interessi di parte e che poca della violenza prevista ha avuto luogo sulle strade o nei seggi. Ecco il significato di democrazia e libertà.”
Jeffery Deaver è nato in Illinois, andato ai democratici, ma vive da molti anni in North Carolina, stato in bilico, malgrado il “triangolo dell’istruzione”, l’enclave progressista rappresentata dai tre prestigiosi atenei University of North Carolina, North Carolina University e Duke.

A poche miglia da dove risiede Deaver, abita Lewis Shiner, un romanziere che fa dell’analisi sociopolitica un punto fermo delle sue storie. Ne è testimonianza forte il romanzo Black & White, la lucida analisi di come l’avidità possa trasformare il tessuto socioculturale di una zona a discapito delle frange più deboli, in questo caso della comunità afroamericana di Durham, sede della Duke University. L’incertezza post-elettorale è per lui motivo di forte sconforto e grande preoccupazione: “Lo scenario più probabile, a questo punto, è che Biden la spunti per un pelo, ma i repubblicani continueranno ad avere il controllo del Senato, il che significa che Biden non sarà in grado di cambiare minimamente le cose. È un disastro e nessuno pensava che le cose potessero andare così male. C’era bisogno di una vittoria schiacciante di Biden che non c’è stata. C’era bisogno di un Senato a maggioranza democratica che non c’è. C’era bisogno di rigettare categoricamente l’incompetenza, il narcisismo, l’avidità e il settarismo di Trump e non ci siamo riusciti. Capisco che la gente abbia paura e cerchi dei capri espiatori. D’accordo, la Casa Bianca e Fox News l’ha presa in giro, ma com’è possibile che la gente abbia scelto di non avere un salario accettabile, di non avere assistenza sanitaria, di non poter provare a fermare il Coronavirus, di non avere libere elezioni? Altri quattro anni con Trump sono impensabili. Sarebbe la fine della democrazia e delle elezioni libere, la fine della Previdenza Sociale e di Medicare. La fine della scienza e dell’istruzione. I vigilantes di Trump si aggirano per le strade armati di fucili e la situazione non farebbe che peggiorare. È inaccettabile, incomprensibile. È un giorno triste per questo paese”.

Kasey Lansdale, figlia di Joe R. Lansdale, uno degli autori americani più popolari in Italia, e a sua volta scrittrice e cantautrice (con due dischi prodotti a Nashville da John Carter Cash), ha molto a cuore il nativo Texas, ma non per questo lesina sulle critiche riguardo a ciò che non va: “Prima o poi, il Texas tornerà blu. Ogni anno, ogni grande città del Texas diventa blu. Devo ricordarlo alla gente. Così come devo incoraggiare gli elettori a dare un’occhiata ai curricula di molti ex-funzionari repubblicani, molti dei quali avevano idee che oggi sarebbero considerate ‘blu’. In Texas, abbiamo tante zone rurali che tendono a essere rosse. Questo dipende principalmente dalla loro povertà: la carenza di risorse e di istruzione e la mancata frequentazione di persone di altre zone fanno sì che quella gente resti impantanata nei propri ideali. Quando il quadro cambia, quella zona tende a votare per i democratici. Alcuni texani pensano che stupidità e ignoranza siano i requisiti di chi lavora duramente e che istruzione e diversificazione non ti possano connotare come cittadino del Sud se non addirittura del Texas e che ognuno debba stare al proprio posto, quello che gli viene assegnato alla nascita. Io vengo dalla campagna, ma penso che il mondo stia cambiando. Quanto sento dei miei conterranei dire, ‘Non trasformate il mio Texas nella California’, penso che si tratti dell’ennesimo esempio di scarsa conoscenza delle cose. A Los Angeles, dove vivo, ci sono più repubblicani di quanto si pensi. Così come in Texas ci sono più democratici di quanto si pensi. È stato un anno durissimo e la campagna elettorale è stata carica d’odio. Sarò felice quando sarà tutto finito e ancor più felice una volta che tutti i voti per Biden saranno stati contati”.

Il Michigan, come il North Carolina, è uno stato in bilico. John Smolens, autore dello splendido noir di stampo sociale Margine di fuoco, abita nell’isolata Upper Peninsula, tutto sommato un’oasi felice. Non è molto ottimista. “Le elezioni non hanno ancora un esito chiaro, malgrado le urne si siano chiuse da un giorno, e potrebbe passare un po’ di tempo prima che si appuri con certezza chi sarà il nostro prossimo presidente. Questo momento è stato preceduto da una forte tensione e ora eccoci qui. Siamo una nazione profondamente divisa e non sembra che si possa rimediare a questa tensione in tempi brevi. Probabilmente, non succederà finché io sarò al mondo. Cinquant’anni fa, ho fatto parte della giovane generazione che si è battuta con forza contro la guerra in Vietnam e per i diritti civili, i diritti delle donne e una serie di altre questioni che hanno diviso gli USA e hanno avuto un impatto sul resto del mondo. Ora, a mezzo secolo di distanza, è terribile che le divisioni in America siano più profonde che mai. Al tempo, c’era la speranza che la nostra generazione potesse unire il paese in modo significativo, autenticamente americano. Per un po’, siamo stati i politici, i dirigenti, gli insegnanti, gli artisti che avrebbero potuto indicare la strada da seguire, ma abbiamo fallito. In questo momento, pare proprio che abbiamo fallito miseramente”.