Michele Guerra: «Parma “capitale” multietnica: voglio che cresca la fame di cultura»

L’assessore parla dei programmi per questo 2020 con la città capitale italiana della cultura dall’11 gennaio: «Abbiamo Verdi ma anche molto altro»

Michele Guerra

Michele Guerra

redazione 10 gennaio 2020
Marco Buttafuoco

Michele Guerra, trentasette anni, è l’assessore (part time, ci tiene a definirsi così) alla cultura di Parma, della città capitale italiana della cultura per il 2020 con una giunta guidata dal’ex M5S Federico Pizzarotti. Il suo lavoro “vero” è quello di professore di Teorie del cinema nell’ateneo cittadino e crede che quello sarà il suo futuro; è un intellettuale prestato alla politica, proprio nel momento in cui l’ex Granducato si trova alla ribalta, non solo nazionale, per l’apertura proprio in questi giorni della grande kermesse. Nel 2020 il territorio (e non solo), ospiterà più di quattrocento eventi culturali, che stabiliranno una fitta rete di temi, rimandi, aperture, riflessioni, all’insegna di uno slogan suggestivo “ La cultura batte il tempo”.

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“La città lavora da anni, anche prima della nostra giunta - spiega Michele Guerra - al recupero e alla rivitalizzazione di antiche stratificazioni della sua storia, il Ponte Romano, l’Ospedale Vecchio, del XVI secolo, il vecchio Carcere di San Francesco, le zone industriali dismesse. Siamo abituati riscoprirci e a rinnovarci guardando indietro. Con Parma 2020 si vuole fare un passo avanti. Non è più soltanto una questione di lavori pubblici, di recupero di spazi fisici. Alla cultura sta farli rivivere, rileggendoli e inserendoli in una prospettiva nuova. Se Parma è stata scelta come Capitale della Cultura italiana è anche per questo motivo: è una città abituata a mescolare vecchio e nuovo, a utilizzare, per fare un esempio, l’antico teatro Farnese per performance di musica contemporanea. E a dar nuovo respiro a questi tesori d’arte.”

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Parma, nell’immaginario non solo nazionale, è la città di Verdi e dei melomani, della buona tavola e del saper vivere.
Sì, ci sono molti stereotipi non necessariamente sbagliati. Parma, come tutte le realtà vive, ha diverse facce. C’è quella della tradizione culturale verdiana, molto viva, che si esprime in un Festival molto importante, ma anche quella di un lavoro culturale molto intenso e molto innovativo. Qui operano rassegne come Traiettorie (musica contemporanea) e Parma Jazz Frontiere che ha un respiro europeo e sono punti di riferimento delle avanguardie musicali. C’è, al contempo, una città tradizionalista, un po’ provinciale , ma anche un’industria abituata a lavorare con mercati impegnativi e maturi, che richiedono costante capacità di competere. Quest’anno dovrà essere un punto d’incontro fra queste due realtà che convivono e s’intrecciano. Per questo Parma 2020 non è da considerare come un evento a sé stante, una kermesse episodica. In questi ultimi mesi il pubblico e il privato hanno lavorato assieme a grande entusiasmo e profitto. L’organismo paritario fra imprenditoria e istituzioni locali sarà operativo fino alla fine del 2021, in modo da non disperdere esperienze e risultati. Poi vedremo. In ogni caso le città che sono state capitali della cultura hanno avuto, dall’evento annuale, un positivo effetto di trascinamento.

Qualcuno potrebbe obiettare che con la cultura non si mangia.
La polemica è vecchia. Gli alberghi di Parma hanno già tre mesi di tutto esaurito grazie all’anno della cultura. Di più, la città sta conoscendo un certo sviluppo turistico, che si avverte soprattutto nei fine settimana e che sta rivitalizzando il centro storico. A favorirlo certamente sono stati anche eventi come il Festival Verdi. Uno studio accurato dell’Università ha rilevato che ogni euro investito nella kermesse verdiana ne genera altri due in termini di ritorno sull’economia reale. Alla fine dell’anno stileremo, ovviamente, un bilancio anche in termini di costi e ricavi. Io però vorrei soffermarmi sulla dimensione del vantaggio immateriale della cultura. Ci sono in ballo elementi non facilmente quantificabili in operazioni come questa. Il primo è quello di una collaborazione stretta fra pubblico e privato su un tema tanto importante. La seconda è quella dell’ immagine e del ruolo internazionale della città: Parma è già immersa nei flussi del mondo globalizzato e non può permettersi di chiudersi in se stessa. Connessa a questo elemento è la realtà multietnica che stiamo vivendo. I miei figli hanno come compagni di classe alle elementari parecchi bambini provenienti da realtà diverse che vivono, purtroppo, la città come una dimensione estranea; spesso non conoscono il centro storico che per loro è un mondo a parte. Riuscire, da quest’anno in poi, a far sentire loro il luogo dove vivono, sarebbe un grande passo in avanti. Un altro elemento decisivo sarà quello dei giovani.

A cosa pensa?
Non penso a operazioni per avvicinarli alla cultura con la C maiuscola, che è un concetto vago. I ragazzi hanno una loro cultura specifica, sanno dove cercarla e come crearla. Il problema è fare in modo che le loro esperienze possano avere visibilità maggiore. Per questo nel programma ci sarà una mostra dell’arte giovanile. E poi, va detto, sull’immaterialità, sulla comunicazione si giocano tante possibilità di nuovi lavori e nuova imprenditorialità. Ultimo, ma non meno importante obiettivo è far crescere il desiderio di cultura e partecipazione in una città che, dal punto di vista della fruizione non è così assidua. Se potessimo riuscire a far crescere il bisogno di conoscenza avremmo reso un servizio utile anche alla gestione materiale, economica delle istituzioni culturali (teatri, musei, etc.). Ripeto, l’immaterialità è una dimensione importantissima della nostra civiltà post industriale. Il turismo è uno degli elementi essenziali del ritorno della cultura, ma non è il solo.

C’è anche un problema generale d’incultura politica, nella sostanza e nella modalità di comunicazione.
È vero, il dibattito politico nazionale è sceso a un livello molto basso. Lo stesso non si può dire nella realtà locale, dove i protagonisti sono costretti, dall’incalzare dei problemi concreti a sedersi davanti a un tavolo e ad affrontare le situazioni. Anche Parma 2020 è un esempio di questa diversità. Quando è stata pubblicata la rosa finale delle città che potevano essere scelte per il riconoscimento, i sindaci di Parma, Reggio Emilia e Piacenza, tutte incluse nella lista, hanno deciso di incontrarsi e di stabilire una linea comune, nonostante le diverse provenienze politiche (l’amministrazione di Piacenza è di centro destra, a trazione non leghista, quelle delle altre due città fanno riferimento, con approccio diverso, al centro sinistra). È stato deciso di coordinare al massimo le iniziative coinvolgendo tutti e tre i territori, condividendo rischi, benefici e successi. Questa decisione è stata genuinamente culturale. L’area ha forti rapporti commerciali e anche turistici con gli Stati Uniti e la Cina, in altre parole con realtà abituate alle grandi dimensioni urbane. La visione che il mondo attuale ci chiede non è più quella del localismo. Non si tratta di adattare la nostra cultura, ricca e variegata a quella un po’ soffocante della globalizzazione, ma di stabilire un rapporto efficace con il mondo in cui si vive. Naturalmente la Regione Emilia Romagna è stata al nostro fianco da sempre.

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Obiettivi ambiziosi e difficili, quindi, basati su una visione del mondo che valorizza la tradizione (sia essa gastronomica, architettonica o culturale) ma guarda di là dai propri confini e al futuro, che cerca la sua collocazione in un mondo sempre più complicato, che rifiuta il localismo e la chiusura, che non mette al primo posto qualcuno rispetto a qualcun altro, che valorizza il sapere anche nella sua dimensione di ritorno economico. Parma 2020 è un punto di osservazione importante anche per capire cosa c’è in gioco, alle elezioni regionali dell’Emilia Romagna, il prossimo 26 gennaio.

Si comincia l’11 gennaio, con un concerto dedicato a Nicolò Paganini, nell’ Auditorium a lui dedicato. I celebri 24 Capricci per violino solo saranno proposti, in prima mondiale dall’Orchestra Toscanini in una nuovissima riscrittura orchestrale da Roberto Molinelli, che sarà anche sul podio. Solista sarà il giovane Yuri Reich. Il giorno dopo il grande cantiere culturale sarà inaugurato dal Presidente Sergio Mattarella.