Percorrere la strada che sale fina a Badia a Coltibuono, in un autunno lento che lascia ancora boschi e vigne immersi in un’insolita persistenza di verde, è come assistere a una messa in scena del paesaggio. In occasione delle Giornate Fai d’Autunno, l’apertura al pubblico del complesso, in comune di Gaiole in Chianti, offre l’opportunità di avvicinarsi a una vicenda nella quale quasi mille anni di storia religiosa, agricola e sociale si intrecciano con l’identità della Toscana.
Che cosa spingeva, quasi mille anni fa, una famiglia potente a cedere terre e ricchezze a una comunità di monaci? La fede, certo, ma anche il desiderio di affidare la propria anima alle preghiere dei religiosi, perpetuare il nome del casato e lasciare un’impronta duratura sul territorio. La storia di Badia a Coltibuono, nel cuore del Chianti, comincia proprio da questo incontro fra spiritualità e potere.
Nel 1049, per iniziativa di esponenti delle famiglie aristocratiche dei Firidolfi e dei Ricasoli, fu costruita la chiesa di San Lorenzo. Due anni dopo vennero assegnate rendite per il sostentamento di una comunità religiosa, legata alla congregazione vallombrosana fondata da Giovanni Gualberto. Questi monaci benedettini, noti per l’austerità e l’impegno nella riforma della Chiesa, potevano rappresentare interlocutori particolarmente autorevoli per chi desiderava sostenere un rinnovamento della vita religiosa.
L’incontro fra l’aristocrazia locale, che mise a disposizione edifici e risorse, e la comunità monastica fece dell’abbazia non soltanto un centro spirituale, ma anche un punto di riferimento economico e sociale. La vite e l’olivo, coltivati nel Chianti già in epoca etrusca e romana, diventarono elementi di una continuità produttiva destinata ad attraversare i secoli.
“I Vallombrosani adoperavano strategie abbastanza innovative, come la rotazione e la promiscuità delle colture”, spiega Giovanni, guida Fai che accompagna il gruppo. “Un altro aspetto importante fu la forestazione, con l’impianto di castagni e abeti bianchi”. Non è un caso che Giovanni Gualberto sia stato proclamato da Pio XII patrono del Corpo forestale italiano nel 1951: un riconoscimento del suo legame con la cura dei boschi e con l’opera svolta dai suoi monaci.
Nel Quattrocento il complesso conobbe una fase importante sotto la protezione dei Medici. La qualità dei suoi vini è testimoniata anche da una lettera del 1473 nella quale si riferisce a Lorenzo il Magnifico l’apprezzamento per il rosso di Coltibuono. Un dettaglio che restituisce concretezza alla storia del Chianti e ricorda come la reputazione di questo territorio sia il risultato di una lunga sedimentazione di competenze, attività agricole e relazioni commerciali.
Nel 1810, con la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, l’abbazia perse la propria funzione monastica, ma non la sua vocazione agricola. Nel 1846 Michele Giuntini, banchiere fiorentino e antenato degli attuali proprietari, acquistò la proprietà. È uno dei passaggi più significativi della vicenda perché anche senza i monaci, il complesso continuò a essere un luogo di lavoro, oltre che una testimonianza del passato.
Nel Novecento la famiglia Stucchi Prinetti contribuì a consolidare la notorietà dei vini di Badia a Coltibuono. Nel 1983 Lorenza de’ Medici, moglie di Piero Stucchi Prinetti, fondò inoltre una scuola di cucina destinata a far conoscere la tradizione gastronomica toscana anche fuori dall’Italia. Vino, olio e cucina diventavano così strumenti di racconto culturale, capaci di portare nel mondo non soltanto prodotti, ma un’idea di territorio.
Al seguito della nostra guida attraversiamo l’antico refettorio, decorato con affreschi del tardo Cinquecento, e il “giardino chiuso” all’italiana, dove si coltivavano ortaggi e piante medicinali destinati alla cucina e alla spezieria del convento. Suggestivo è l’ingresso nella storica cantina sotterranea, che ancora prima di mostrarsi, sul lato del chiostro, si annuncia nell’aria con l’inconfondibile odore di terra e umidità. Qui la storia non è soltanto materia da osservare: è un ambiente che si respira, e che continua a custodire il legame della tenuta con la produzione e l’invecchiamento del vino.

L’attenzione dei proprietari alla biodiversità e alla sostenibilità testimonia il tentativo di misurarsi con le questioni contemporanee senza rinnegare la propria storia. Ne parliamo mentre centelliniamo un calice di Ciliegiolo offerto dalla tenuta. Poi, prima che la porta si richiuda alle nostre spalle, resta il tempo per piluccare qualche acino d’uva fragola dalla pergola del giardino all’italiana.
Un piccolo gesto, quasi fuori dal tempo. E forse è proprio questo che rimane di Badia a Coltibuono: la sensazione che la storia non sopravviva soltanto nelle pietre e negli archivi, ma anche nella continuità dei gesti, nella cura della terra e nella capacità di un luogo di rinnovarsi senza perdere memoria di sé.