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Il francescanesimo della creazione di un linguaggio economico

Intervista al professor Giacomo Todeschini, medievista e autore di un importante volume divenuto un classico nella storiografia su Francesco. Un pensiero che viene spesso piegato alle logiche della contemporaneità. Con questa intervista si conclude il lungo viaggio della redazione di “Culture Globalist” in occasione degli 800 anni dalla morte del santo di Assisi.

Il francescanesimo della creazione di un linguaggio economico
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Maurizio Boldrini Modifica articolo

7 Ottobre 2026 - 16.53


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Nel 2004, Giacomo Todeschini, già professore ordinario di Storia medievale all’Università di Trieste ed eminente medievista pubblicava, per i tipi de il Mulino, un volume destinato a divenire, a suo modo, un classico della storiografia su Francesco: Ricchezza Francescana. Dalla povertà volontaria alla società di mercato.  Il libro è stato poi editato di nuovo, due anni fa, sempre per i tipi del Mulino. Evidentemente aveva colto nel segno. Non a caso su queste tematiche continua a confrontarsi, in molte occasioni e incontri, con gli altri studiosi del francescanesimo: dal Festival della letteratura di Mantova ai convegni che si tengono in Assisi.  E’ naturale quindi concludere il lungo viaggio compiuto dai redattori del nostro giornale sulle vie di Francesco con un’intervista allo studioso.  

D. La povertà dei francescani è stato un linguaggio economico che ha formato alcune categorie basilari che hanno, poi, in un qualche modo, orientato il modo di ragionare economico di tutto l’Occidente. Quali sono state queste categorie e ce le portiamo ancora dietro? 

R. Dunque, la questione è questa, riassumendo. Primo: la scelta di povertà di Francesco non è una scelta di missione ma è una scelta economica, cioè di rinuncia alla proprietà. Questa non è una scelta solo negativa in quanto attraverso questo sistema viene valorizzato il momento dell’uso delle cose e del loro possesso temporaneo. Quindi fin da subito dopo la morte di Francesco, questi frati si domandano come bisogna fare per condurre questa vita di povertà e aprirono una riflessione sulla logica di cosa voglia dire possedere delle cose ma solo per come utilizzarle. 

Secondo: questa categorizzazione economica – che è il risultato della volontà di mettere in pratica la vita povera – genera l’attitudine a pensare in termini economici. Cioè a pensare all’economia in ambiente francescano. La cosa che rimane e che impregnerà il loro pensiero anche nei secoli successivi é questa: siccome non possedere vuol dire usare transitoriamente, questo pensiero valorizza il momento della circolazione continua dei beni. Ciò vale anche per il reinvestimento in quanto alcuni di loro dicono che la questione  non è quella di accumulare, di tesaurizzare, di non mettere i soldi sotto il materasso. I frati devono vivere in povertà ma i laici devono pagare e possono non vivere in povertà, devono però fare un uso mirato e transitorio dei beni. In sostanza viene molto valorizzato il momento del reinvestimento.

C’è un autore a me molto caro della fine del Duecento che dice il denaro è come i pesci nel mare. Cioè è un oggetto che gira e che quindi,  in un certo senso, non appartiene mai stabilmente a nessuno. 

Una domanda specifica allo studioso di storia medievale: come possiamo collocare questo movimento all’interno dell’epoca in cui si è manifestato? E’ da considerarsi come un movimento che rompe il sistema feudale?

R. È un movimento che si attiva durante la fase della cosiddetta rivoluzione commerciale, tra il XII-XIV secolo, quindi nel momento in cui la ricchezza si delocalizza e diventa una ricchezza mercantile e commerciale. I grandi ricchi sono persone che magari posseggono anche della terra, però sono anche imprenditori, commercianti e così via. In questo senso trovano un humus fertile. Va detto anche che reagiscono alla modalità proprietaria di tipo più tradizionale, nel senso che sono proprio contro l’immobile. Ci possono essere vari gradi di povertà ma quello che prevale è comunque l’atto di delocalizzare; sono contro l’immobilizzo della ricchezza e questo ovviamente contiene un germe ideologico, se vuoi, che va nella direzione di una ricchezza che viene continuamente investita, resa produttiva.

Perché tu descrivi, in alcuni tuoi scritti, la storia dei francescani come una storia “ ibrida”. Cosa significa questa aggettivazione e in che modo la dobbiamo leggerla?

Voglio dire che quello che ci hanno lasciato può essere letto in tanti diversi modi. Da una parte raccontano Francesco tutto uccellini e via predicando mentre da un’altra parte i francescani vengono visti come i fondatori del capitalismo. Non è vera l’una ne l’altra lettura, ovviamente. La pratica e il pensiero dei francescani contengono spunti di analisi economica che possono essere sviluppati in direzioni diverse. In questo senso non sono loro ad essere ambigui ma lo diventano nel presente modo di ragionare sull’economia. 

Possono essere, quindi, tirati da più parti: chi punta sugli aspetti economici, chi sui temi ambientali, chi sul pacifismo..

Esatto, possono essere letti anche in chiave di capitalismo mercantile. Ho citato un milione di volte ciò che predicava Bernardino da Siena: invece di comprare i gioielli e i vestiti di lusso alle mogli, i mariti dovrebbero investire i soldi in affari produttivi. Quindi vi è una critica all’immobilizzare. Da un certo punto di vista possono quindi esser visti come gli iniziatori di un capitalismo di investimento. In questo senso, forzando molto la mano, lo hanno fatto alcuni neoliberisti.  

E dall’altra parte possono essere considerati invece come persone che negano completamente la ricchezza, il denaro, e così via. Quindi visti come degli asceti.

In realtà, come sempre succede, noi che vediamo dopo, siamo portati a tirarli da una parte e dall’altra. Quello che io ho sempre scritto è che le loro posizioni sono delle posizioni economiche che contengono in germe molti sviluppi futuri: ci  insegnano, insomma, a ragionare in termini economici in modo che poi possano andare in una direzione oppure nell’altra. Bisogna cioè confrontarsi molto concretamente con alcuni di questi testi dove loro descrivono l’analisi dell’usura, della ricchezza e così via. Tenendo inoltre presente che da allora le loro opere sono state ristampate e rilette infinite volte, nei diversi secoli. Pensiamo alla lettura che ne dà  Bernardino da Siena.

Dato che i loro testi, al di là dell’approccio critico dello studioso, vengono tirarti da una parte e dall’altra, ritieni che il mondo cattolico stia utilizzando e praticando in modo corretto il francescanesimo?

Beh, insomma, nel risponderti mi sento coinvolto giacché di questo mi sono confrontato con loro in alcuni incontri che si sono tenuti ad Assisi. Il mondo cattolico tende a vedere il pensiero economico francescano come il primo passo verso l’economia solidale, insomma l’economia civile come viene anche chiamata adesso la politica sociale. E anche verso l’ambientalismo. Io personalmente penso che queste siano un po’ delle forzature; rappresentino cioè una ideologizzazione a posteriori di un pensiero che è molto ricco dal punto di vista della creazione di categorie economiche. L’ho detto ad Assisi, in un contesto cattolico, provocando alcune polemiche: secondo me quello di Francesco non è un pensiero che può essere visto come l’antesignano della “decrescita felice”. Avverto delle forzature anacronistiche in questo senso. Papa Francesco aveva ripreso dei discorsi francescani, per dire la proprietà privata non è un dogma: ci sono dei beni comuni e che molti beni appartengono a tutti. E questo in parte c’è effettivamente nel discorso francescano, però non si può dire che ci sia una critica della proprietà privata come la intendiamo noi: cioè i francescani non dicono mai che non deve esistere la schiavitù oppure che bisogna distribuire la terra ai contadini. Sono pensamenti successivi che non appartengono al francescanesimo. La cosa più positiva è che sono stati una scuola religiosa che insegna a pensare in termini economici e per questo insegnano a pensare all’economia in termini che non è soltanto di appropriazione. Mi ripeto: il punto chiave è il discorso dell’uso, cioè le cose che possono essere utilizzate in molti modi e in particolare utilizzate per quello che viene chiamato il bene comune e l’utilità collettiva.

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