Sono partita da Siena in bicicletta con l’idea di arrivare ad Assisi proprio nei giorni dell’anniversario di San Francesco. Un viaggio per superare la mia abituale pigrizia. Quasi un fioretto. Un viaggio lento, fatto di strade da pedalare, di colline, di soste nelle taverne note ai pellegrini. I paesaggi cambiano di volta in volta. Pedalare significa avere il tempo di guardarsi intorno: lasciarsi Siena alle spalle, attraversare le campagna della lunga Valdichiana, fermarsi quando le gambe urlano una pausa per poi ripartire quando la strada chiama. Ho scelto di farlo senza fretta, dividendo il percorso in circa un giorno e mezzo. La bicicletta, in fondo, impone un ritmo diverso: non quello del navigatore che calcola quanto manca, ma quello del corpo. Infine Assisi, che compare poco alla volta, adagiata sulla collina.
Arrivare lì proprio nel giorno dedicato a Francesco dà alla città un’atmosfera particolare. C’è molta gente, pellegrini, visitatori, curiosi. Ma sopra ogni cosa c’è la sensazione di essere arrivati in un luogo che da secoli continua a richiamare persone diverse. E ognuno ci va per motivi diversi. E poi c’è la Basilica, il luogo sacro del sepolcro di Francesco.
Varcare la soglia è come entrare improvvisamente in una dimensione diversa. All’esterno c’è un gran movimento nel piazzale davanti alla Basilica superiore: voci che si sovrappongono, le persone che stanno arrivando o che stanno per ripartire. Dentro, invece, lo sguardo viene immediatamente catturato dalle pareti. Si arriva sempre impreparati quando ci si si trova davanti a quelle lunghe e alte pareti affrescate da Giotto. Non c’è libro che tenga. Svaniscono le immagini che hai visto nei libri, le fotografie, le stesse riproduzioni. Lo sguardo va oltre pretende e le pareti diventano un grande schermo che proietta la vita e i miracoli del santo. Nessuna immagine può sostituire fino in fondo la commovente sensazione di trovarsi lì, sotto quelle volte, miracolosamente ricostruite dopo il devastante terremoto.
La Basilica è piena, stracolma anche se non rumorosa. I più passano, alzano appena gli occhi e continuano il loro cammino. La presenza degli altri visitatori perde importanza. Gli affreschi con la loro potenza evocativa riescono a isolarti pur trovandoti in mezzo a tante persone. Alzo gli occhi e mi lascio prendere dai colori. Prima di tutto il blu, quello del cielo, che ritorna e sembra tenere insieme le diverse scene. Poi l’arancio, il rosso, il giallo, il rosa, il marrone. Colori vivi, che non appartengono soltanto al Medioevo raccontato dai libri, ma sembrano ancora capaci di parlare direttamente a chi li guarda. Ci dicono i testi che l’arte medievale fosse non solo magica ma anche pedagogica. Lo tocco con mano.
Giotto racconta la vita di Francesco attraverso una serie di episodi, ma ciò che colpisce è il modo in cui quei racconti diventano umani. Ci sono persone, gesti, animali, edifici, paesaggi. C’è la vita quotidiana. Il sacro non è rappresentato come qualcosa di completamente distante dal mondo, ma entra dentro le cose concrete. È questo, forse, uno degli aspetti più affascinanti del naturalismo giottesco. Ci sono libri preziosi che ci spiegano come l’artista ha affrontato un tema così delicato, come ad esempio” La pecora di Giotto” di Luciano Bellosi. Ci sono monografie che entrano nel dettaglio dei vari episodi come quella curata da Giancarlo Vigorelli per la Skira. Ma in questa visita li lascia da parte.
Francesco aveva riportato l’attenzione sulla vita terrena, sulla natura, sulle cose semplici e concrete. E Giotto sembra raccogliere quella stessa sensibilità mettendola in pittura. Gli oggetti, gli alberi, gli animali e le persone non sono semplicemente elementi di contorno, ma hanno una presenza, un peso, una loro dignità. Davanti agli affreschi mi accorgo che non sto cercando soltanto di capire cosa rappresentino. Sto cercando di guardarli e di entrarci dentro.Ci sono dettagli davanti ai quali ci si ferma senza sapere bene il perché. Un volto, un gesto, un animale, un elemento del paesaggio. Più li guardi e più ti accorgi che quella pittura, nonostante i secoli trascorsi, continua ad avere qualcosa di incredibilmente vicino a noi.
Mi fermo a parlare con alcuni frati della Basilica. Sono una quarantina quelli che vivono qui e il loro racconto aggiunge un’altra dimensione alla visita. Chiedo della loro vita, di come sia vivere quotidianamente in un luogo attraversato da migliaia di persone, ma soprattutto chiedo di Francesco. Sono disponibili, cordiali, lontani dall’immagine un po’ solenne che si potrebbe immaginare. Mi raccontano alcuni aspetti della vita del santo e mi aiutano a guardare con occhi diversi quello che ho davanti. Perché loro li guardano con occhi diversi. Non sono più solo opere d’arte. Sono il racconto di una vita che, a distanza di secoli, continua ad abitare quelle pareti. All’uscita dalla Basilica ho bisogno di qualche minuto prima di tornare dentro il rumore della piazza.
Anche fuori, però, Assisi continua a sorprendere, dalla piazza lo sguardo si apre sull’Umbria e sui suoi colli. Il paesaggio sembra proseguire naturalmente quello che ho appena visto dentro la Basilica: il verde, la terra, gli alberi, la luce.
Dopo tante ore in bicicletta e dopo tutto quello che ho visto, arriva anche il momento in cui il corpo reclama del cibo: mi fermo gustare qualcosa di tipico, recuperare un po’ di energie e sedersi senza avere più nulla da cercare.Poi torno alla bicicletta e riparto verso Siena stanca, ma con una sensazione difficile da spiegare.
Forse è questo che richiedono davvero certi luoghi: non soltanto di essere visitati ma anche di essere ascoltati. E Assisi, quel giorno, io l’ho ascoltata così: prima pedalando, poi camminando la città e infine guardando il blu degli affreschi di Giotto e perdendomi tra quei colori.