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Solastalgia, ovvero l’inquieto vivere al tempo dei cambiamenti climatici

Sono passati ormai venti anni da quando il filosofo australiano Glenn Albrecht ha creato il neologismo “solastalgia”, dal latino solacium(conforto) e dal greco algia (dolore)

Solastalgia, ovvero l’inquieto vivere al tempo dei cambiamenti climatici
Solastalgia
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Michele Cecere Modifica articolo

2 Marzo 2023 - 22.42 Globalist.it


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In un tempo in cui si discute con sempre più preoccupazione di cambiamenti climatici, c’è una parola nuova che si fa strada nel vocabolario di sociologi e antropologi ed è “solastalgia”. Gran parte dell’umanità non se ne rende ancora conto, ma in tanti stanno ormai sviluppando ansie e preoccupazioni causate dalle svariate criticità collegate ai  cambiamenti climatici.

Sono passati ormai venti anni da quando il filosofo australiano Glenn Albrecht ha creato il neologismo solastalgia”, dal latino solacium(conforto) e dal greco algia (dolore). Con questo termine Albrecht intendeva descrivere il sentimento di nostalgia per un luogo, quello in cui si è vissuta o si vive ancora una parte significativa della propria vita, irrimediabilmente cambiato e che non potrà più tornare come prima. E’ il senso di smarrimento che si prova nel tornare sui luoghi dell’infanzia o di un passato comunque felice e ritrovarli completamente sconvolti, naturalmente in senso negativo. Si può tornare in un paese e scoprire che non ci sono più le botteghe artigianali di una volta ma orribili segni della modernità, quali negozi di “compro oro” o sale scommesse. 

Oppure scoprire che un forte aumento di turisti ha portato un paese, un quartiere o un’intera città ad una trasformazione radicale, quella che da qualche anno definiamo “gentrificazione”, come accaduto nei quartieri centrali di Roma e Firenze negli ultimi vent’anni, oppure nella piccola Matera, capitale della cultura europea nel 2019, dove le botteghe artigianali soccombono dinanzi alla follia di orribili bazar di chincaglierie turistiche prodotte in Cina. O come nel centro storico di Bari, una delle sedici città italiane, quasi tutte del Sud, beneficiate nell’ultimo decennio del ‘900 dal Piano Urban, il Programma d’Iniziativa Comunitaria che si prefiggeva la rigenerazione dei quartieri più degradati delle città. 

Paradossale che nella cosiddetta “Bari vecchia” la pioggia di finanziamenti portò alla graduale diaspora della popolazione originaria, in gran parte dispersasi nei quartieri periferici più degradati. Finanziamenti che agevolarono nei primi anni la nascita di numerose attività artigianali e uno straordinario e improvviso sviluppo economico e turistico del centro storico. Purtroppo il conseguente enorme aumento dei canoni di affitto dei locali fece sopravvivere solo le attività più redditizie, trasformando la zona più storica e turistica di Bari in un agglomerato di pub, ristoranti, pizzerie e b & b, allontanando ulteriormente i vecchi abitanti anche per via dell’aumento del costo della vita e dei fitti delle abitazioni. Ma sono processi ormai comuni a tutte le città che hanno visto una crescita improvvisa di turisti o la riqualificazione troppo rapida di quartieri popolari in zone abitative pregevoli, appunto la gentrificazione.

Tornando ad Albrecht e alla sua solastalgia, va precisato che coniò il termine riferendosi alle conseguenze subite dalla popolazione dell’Hunter Valley in Australia, a nord di Sidney, una zona ricca di campi e vigneti. Intorno all’anno 2000, le miniere di carbone iniziarono a propagarsi a vista d’occhio, cambiando per sempre la geografia della regione. Fu allora che il filosofo iniziò a studiare l’impatto emotivo che le miniere causavano agli abitanti della zona, dai rumori delle esplosioni e delle macchine al lavoro all’aria densa di polveri nere, fino al timore di perdere le proprie case. Interrogando quelle persone, Albrecht scoprì che in molti provavano qualcosa di simile alla nostalgia di casa, eppure nessunoaveva mai lasciato la propria abitazione. Nacque così la definizione di solastalgia, appunto la sensazione di sentirsi stranieri in casa propria. E’ proprio ciò che avranno provato in seguito gli indigeni dell’Amazzonia bruciata dagli incendi o gli Inuit canadesi oggi alle prese con lo scioglimento dei ghiacciai del mare Artico.

Già nel 1997 una ricercatrice belga-canadese, Veronique Lapaige, aveva utilizzato il termine di “eco-ansia” per indicare l’inquietudine provata dalle persone a causa degli stravolgimenti ambientali, uno stato di angoscia da non confondere con una patologia ma che può indurre sentimenti di impotenza e pessimismo che possono portare alla depressione, con aumento dell’aggressività, senso di debolezza, dolore, alienazione, ansia e disturbi del sonno. Fra i più vulnerabili ci sono i bambini e gli anziani, ma anche i giovani, il cui futuro è sempre più incerto. 

 L’eco-ansia o solastalgia, comunque si voglia definire questa preoccupazione, sembra affliggere la parte di popolazione più sensibilmente preoccupata rispetto alle sorti del pianeta, si tratta spesso di persone che cercano in vario modo di sensibilizzare gli altri ma spesso con scarsi risultati. Chi assiste impotente, dal vivo o in TV, allo sconfortante spettacolo di foreste che bruciano, ghiacciai che si sciolgono, fiumi in secca, coste erose dall’acqua del mare o terreni sempre più aridi e sente che ancora troppa gente non è cosciente del pericolo. Perché oggi l’umanità sembra un po’ quella descritta dal regista Adam McKay nel film “Don’t look up” del 2021, in cui due astronomi cercano di comunicare ai media il pericolo di un enorme asteroide che sta per colpire la terra, peccato che nessuno li prende sul serio.

Ma una volta individuato il malessere, come guarire dal disorientamento che proviamo nell’osservare un mondo sempre più vicino a quel baratro che conduce alla sesta estinzione di massa? E come possiamo conservare quel minimo di benessere psichico in grado di scongiurare la depressione ma di offrirci la consapevolezza di poter ancora lottare per salvare il pianeta malato? Può essere fondamentale condividere le preoccupazioni e coordinare il proprio agire individuale all’interno di un gruppo di impegno ambientale. Immergersi nella natura e prendersi cura di uno spazio, magari un’aiuola cittadina oppure un  orto comune, partecipare ad attività ecologiche come la pulizia di una strada, di una spiaggia o di un giardino. Forse sarà possibile così risollevarsi dal senso di impotenza e riuscire ad influenzare l’azione di aziende e governi. Si può iniziare perseguendo piccoli obiettivi facilmente raggiungibili.  Perché riconoscere la solastalgia è anche il primo passo per risolverla e iniziare a fare qualcosa di concreto per il pianeta e per la nostra vita.

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