Ardian Vehbiu: perché noi albanesi emigriamo in Italia e in Occidente

Pubblichiamo un brano dal saggio-romanzo “Cose portate dal mare” dello scrittore albanese sull’emigrazione da quel lato dell’Adriatico

Particolare della copertina di “Cose portate dal mare”

Particolare della copertina di “Cose portate dal mare”

redazione 12 novembre 2020
Ardian Vehbiu è uno scrittore e traduttore albanese, nato a Tirana nel 1959, che vive a New York. Autore di romanzi, tra l’altro di un saggio insieme a Rando Devole uscito in Italia con il titolo "La scoperta dell’Albania. Gli albanesi secondo i mass media" (1996), ora ha appena pubblicato da noi "Cose portate dal mare" (Besa Muci Editore, pp. 328, € 18,00, traduzione di Valentina Notaro).
In queste pagine racconta e descrive l’intricato e complesso rapporto del suo paese con l’Occidente e, soprattutto, con l’Italia: un mondo che, attraverso la tv e la radio, molti albanesi hanno immaginato come un Eden ricco di oggetti e scintillante. Salvo che spesso quel paradiso si rivela un inferno. Il romanzo-saggio indaga soprattutto il periodo dagli anni ’70 ai ’90. Scrive Fulvio Panzeri sull’Avvenire del 6 novembre, oltre a essere “uno dei migliori” libri del narratore-saggista "Cose portate dal mare" diventa “una dura invettiva su quanto il sogno di una generazione, come quella dello scrittore, sia stato travisato e sia stato trasformato in quello di un El Dorado, «luogo davvero mitologico, di armonia e di prosperità, ma di un’armonia e di una prosperità materiali, fondate sul bottino e, presto o tardi e per logica conseguenza, anche sul saccheggio».
Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un capitolo dal libro.

Ardian Vehbiu: Il congelamento del mare

Anni fa, ai tempi in cui l’Albania era un castello invitto sulle coste dell’Adriatico, un mio parente di Scutari, Fejz H., immaginava così il momento improbabile dell’apertura dei confini: Quando si congelerà il mare, metterò le calze di lana e scapperò in Italia. Ancora oggi la domanda resta: perché vogliono andarsene ed emigrare proprio gli albanesi, indipendentemente dagli Stati in cui vivono? Perché siamo proprio noi, tra tutti i balcanici, ad aspettare che si congeli il mare?
Qualcuno menziona la povertà; altri, all’epoca degli spostamenti catastrofici degli inizi del 1990, hanno menzionato il totalitarismo; altri ancora l’assenza di proprietà sulla terra, che fa radicare gli uomini al suolo, la grande crescita demografica di una popolazione abituata a una vita di migrazione dalle periferie verso il centro, e così via… In quegli anni ci fu un lungo dibattito sui media italiani: si trattava di fuga da o di fuga verso? Era l’Occidente che attirava o l’Albania che spaventava?
Per quanto strano appaia oggi, il dibattito di allora cercava di approfondire il significato dell’essere albanese, al di là dell’identificazione con la lingua, la storia, i miti e la tua terra. Oggi lo stesso dibattito potrebbe coagularsi intorno al paradosso di una massa di uomini che si solleva come un unico corpo quando si tratta di cedere alcuni chilometri quadrati di mare alla Grecia, ma che, di nuovo come un unico corpo, si prepara con le calze di lana ad attraversare il mare appena congelato… Come non dire poi che noi abbiamo il mito della patria, proprio come gli ebrei?

Qualcuno potrebbe spingersi oltre e osservare che la prontezza a emigrare scaturisce dalla natura stessa o dal “gene” albanese, nella misura in cui esso viene determinato. Oppure si ricorderà altre emigrazioni passate, cominciando con la “bomba demografica” di Stadtmüller, continuando con gli albanesi nel Medioevo e così via fino ai giorni nostri. Qualche altro studioso osserverà che questo improvviso desiderio di allontanarsi dal paese, specialmente degli strati di popolazione non avvezzi alla diversità e senza alcun interesse particolare per l’Occidente, si può collegare al desiderio, anzi al nostro bisogno, di convivere con un altro popolo, un’altra cultura e un’altra civiltà stabile, in simbiosi, nel caso migliore o in forma parassitaria, nel caso peggiore; o alla nostra difficoltà di organizzarci come società indipendente su basi etniche e civiche.
Questi ultimi ricorderanno anche che molti albanesi in Occidente campano grazie agli aiuti dello Stato, imbrogliando sul loro reddito e sulla loro identità o mentendo ai giudici per ottenere l’asilo politico, cercando di trarre ogni possibile vantaggio nello zona grigia tra la legalità e l’illegalità, ai confini (limes) virtuali della civiltà; senza menzionare poi quegli altri che, essendo parte dell’economia criminale, sopravvivono grazie a traffici di ogni tipo, a falsificazioni e altri noti crimini.

Sono cose che vediamo e che conosciamo, come vediamo e conosciamo gli altri, la maggioranza silenziosa, che cercano di vivere in Occidente in modo etico e legale, indipendentemente da ciò che li ha spinti ad allontanarsi dalle terre albanesi.
La questione si può presentare anche così: gli uomini sono forse il principale contributo dell’entità albanese al continente europeo o il principale prodotto del mondo albanese per l’Europa?