La folla degli oppressi non basta per una rivoluzione. Lo dicono Manzoni, Verga e Zola

Antonio Casamento esamina come i romanzieri dell’800 hanno ritratto le folle tra pre-capitalismo, spinte socialiste e la mancata rivoluzione sociale del Paese

Un’immagine dal film di Florestano Vancini “Bronte - Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato”, su fatti che ispirarono Verga

Un’immagine dal film di Florestano Vancini “Bronte - Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato”, su fatti che ispirarono Verga

redazione 7 settembre 2020
di Antonio Salvati

Nella letteratura italiana un «soggetto collettivo» come il personaggio della folla è stato spesso trascurato. La folla trasmette soventemente un fascino sotterraneo, trasmettendo il senso di protezione del gruppo, la forza rassicurante del numero, ma anche un senso di repulsione, che deriva dalla fobia del contatto, dal timore di essere contaminati o dalle esplosioni violente e talora irrazionali. La folla è sovente disposta a compiere sacrifici e gesti eroici che l’individuo isolato farebbe fatica concepire eroici, ma anche capace di impulsività e disperazione. Il libro di Antonio Casamento Folle ostili nella letteratura italiana del XIX secolo. Tra criminalità, sommossa e individuo (2020, Cleup Padova pp. 190, € 18) è un’analisi condotta in Italia e in Francia che su un panorama vastissimo individua, fra Otto e Novecento, le diverse modalità di approccio degli scrittori al tema, tenendo conto nello stesso tempo di alcuni contributi storici, sociologici e della psicologia sociale.

Colpisce che un esame dettagliato di alcuni fra i contributi più significativi della sociologia e dell’antropologia ottocentesche mostri bene non solo la funzione di «precursori» che non pochi dei «letterati», romanzieri soprattutto, hanno svolto in quel campo, ma anche la ricorrente ripresa, negli «scienziati», di spunti, stimoli e strumenti di giudizio, non solo di rappresentazione, messi a punto dagli scrittori. Potremmo dire che ancora una volta il romanzo - a torto a lungo considerato come sottogenere, qualcosa che si legge per perdere tempo, un genere di intrattenimento -, ha un alto valore conoscitivo. È dagli inizi dell’ottocento che inizia a diventare un genere egemonico, uno strumento di conoscenza e di verità. Certo, scienze sociali e romanzo appartengono a due dimensioni diverse. Tuttavia, se può apparire eccessivo affermare che il romanzo arriva là dove non arriva la sociologia, non siamo lontani dal vero nel sostenere che le scienze umane sarebbero più povere senza il romanzo e che tanti grandi romanzieri – anche inconsapevolmente – hanno saputo gettare uno sguardo totale sulla realtà, sul mondo. La realtà che la letteratura vuole conoscere è semplicemente l’esperienza umana. In tal senso, Dante e Manzoni ci insegnano - ha osservato Todorov - sulla condizione umana «quanto i più grandi sociologi o psicologi e che non esiste alcuna incompatibilità tra la prima e la seconda forma di sapere».

L’improvvisa ascesa delle folle a soggetto storico di primo piano è, spiega Casamento, una conseguenza immediata dell’impatto culturale della Rivoluzione francese e delle trasformazioni sociali da essa innescate. Infatti, «il popolo non accetta più di rimanere escluso dalla vita politica, subendo passivamente le decisioni dei dominanti, e si riunisce per far sentire la propria forza e la propria presenza. La piazza, negli Stati ottocenteschi dove il suffragio universale stenta ad affermarsi e dove ancora non esistono i mezzi di comunicazione di massa, è l’unico luogo dove le masse possono farsi intendere, esibendo la schiacciante superiorità del proprio numero ed esercitando una pressione fisica e psicologica sugli apparati di potere. Inoltre, lo sviluppo industriale del XIX secolo alimenta progressivamente un nuovo conflitto di classe interno allo Stato-Nazione, in cui borghesia e proletariato si fronteggiano in una lotta che mette in discussione, con il socialismo, la stessa legittimità di un sistema nazionale e internazionale fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla logica del profitto individuale». Nella letteratura europea e italiana il personaggio della folla, ignorato dagli scrittori del passato, irrompe prepotentemente nel XIX secolo, imponendosi all’attenzione del nuovo pubblico borghese. Da Manzoni a D’Annunzio, passando per Zola e De Amicis, si snoda così nel volume una serie assai ricca di scrittori e di testi.

Manzoni, nei Promessi Sposi, mette in luce gli aspetti più irrazionali del comportamento della folla, che si lascia – spiega Casamento - «guidare dagli istinti e appare incapace di formulare valutazioni razionali. Dominata da «un pensiero comune», stabilisce fra gli individui che la compongono una sorta di connessione psicologica che indebolisce la volontà dell’individuo che, perdendo il controllo su di sé, come se fosse ubriaco o drogato, si lascia trasportare dalla volontà collettiva. Così, Renzo viene coinvolto nel tumulto di San Martino. L’idea di un contagio psichico è presente tanto nei Promessi Sposi quanto, con ancora più vigore, nella Storia della colonna infame, dove la trasmissione irrazionale delle emozioni è all’origine di una vera e propria psicosi collettiva».

Il siciliano Giovanni Verga com’è noto descrisse il mondo degli umili delle campagne siciliane o dei poveri villaggi di pescatori, una realtà precapitalista e preindustriale, dove la modernità stenta ad affermarsi. La folla ribelle di Bronte, raccontata attraverso una descrizione cruda e impietosa che sancisce l’immutabilità della sua condizione, nonché l’assoluta irrazionalità di chi la compone, non è certo il proletariato che si organizza per costruire la nuova società. Verga denuncia l’ingiustizia secolare, ma anche – precisa Casamento - «l’impossibilità di un autentico cambiamento dei rapporti di forza. La sua analisi sulla folla non fa che scoprire ulteriormente il suo accentuato darwinismo sociale, in cui i pochi vincitori della lotta per la sopravvivenza calpestano la folla dei «vinti». La rivolta degli oppressi non è che una follia collettiva, destinata a fallire tragicamente e ad aggravare la condizione già drammatica degli afflitti».

Infine, Zola, in Germinal, riprendendo il tema della folla, che in Francia era stato trattato, fra gli altri, da Victor Hugo, dimentica apparentemente le folle della rivoluzione francese e del primo Ottocento, a vantaggio di quelle proletarie dell’era industriale. Qui la letteratura si trasforma in indagine sulla natura conflittuale e violenta del capitalismo, dimostrando una certa fiducia nella futura organizzazione della folla, che assunte le sembianze del proletariato in lotta che sfiderà l’ingiustizia del sistema borghese.

La letteratura delle folle, nell’Ottocento, è certo uno specchio di una società in cui si agitano i conflitti della modernità, in cui l’oppressione del capitale e il fantasma del socialismo tormentano un’Europa investita dalla modernità, un’Italia delusa da un’unità tanto agognata, ma incapace di concretizzarsi in un’autentica «rivoluzione nazionale» e sociale.
Sarebbe assai interessante analizzare il tema della fragilità e della dissoluzione dell’individuo nella società di massa trattato dai romanzieri europei e italiani del primo Novecento (da Kafka a Mann, da Svevo a Pirandello, solo per citare alcuni nomi noti). Ma occorrerebbe un altro libro.