Per Giunta: a voi Tommaso Labranca, la vita dissipata di uno studioso tra Brianza e pop

L’italianista ritrae l’intellettuale scomparso nel 2016 e fuori da ogni canone: uno storico del costume italiano tra “barocco brianzolo” e Gillo Dorfles

Tommaso Labranca

Tommaso Labranca

redazione 2 luglio 2020
di Giuseppe Costigliola

Oggi non sono in molti a sapere chi fosse Tommaso Labranca – ed è un peccato. Qualcuno lo ricorderà tra gli autori del programma televisivo Anima mia (1997), che lanciò Fabio Fazio nell’empireo dell’infotainment, o per la teorizzazione del trash, o magari per i suoi celebrity books (ha scritto tra gli altri su Michael Jackson, Renato Zero, Jerry Calà, Orietta Berti, sui Coldplay), ma a recuperarne per intero la figura e lo spessore intellettuale è appena apparso un libro, a firma di Claudio Giunta, Le alternative non esistono. La vita e le opere di Tommaso Labranca (il Mulino, pp. 264, 23 €). Vale la pena leggerlo, poiché ricostruisce con empatia e finezza d’analisi un personaggio invero notevole, che si staglia per originalità e acutezza d’indagine nell’ingessato panorama della cultura nostrana.

L’opera di Labranca, variegata e sempre godibile, rappresenta infatti una ricchissima e caustica summa enciclopedica dei nostri tempi: autore televisivo e radiofonico, scrittore e ghost writer, critico per varie testate, editore, prefatore, blogger (fu tra i pionieri), traduttore (dall’inglese e dal tedesco), ideatore compulsivo di fanzine e webzine, di video e di nastri audio, organizzatore d’arte e di esposizioni: la sua fu “un’attività frenetica”, l’elenco delle cose che fece nella sua non lunga vita è “impressionante”. Sagace analizzatore dei costumi, si occupò di uno spettro di argomenti amplissimo: televisione, cinema, musica leggera, pubblicità, arte contemporanea, design, architettura del Novecento: tutto quel che compone il composito mosaico della cultura pop, di cui fu “il nostro più intelligente e originale teorico”.

Tutto ciò e molto altro ci racconta questo studio, che si configura come un viaggio di scoperta nella psiche di Labranca e nella sua opera, un’avventura intellettuale ed umana in cui l’autore compie uno sforzo anche psicologico notevole, mettendosi in gioco, sfidando, per quanto possibile, le proprie certezze, i propri pregiudizi: l’unico modo per sondare il magmatico universo labranchiano. Operazione portata avanti tramite la raccolta di numerose testimonianze di coloro che lo conobbero, l’analisi dei suoi scritti sparsi, condotta con l’ausilio di chiavi di lettura fornite da pensatori che hanno affrontato la modernità (Lyotard, Tom Wolfe, Pasolini, Gillo Dorfles, René Girard, Edgar Morin, Alain Touraine, e numerosi altri). Inoltre, grazie alle competenze in italianistica, Giunta delinea alcuni percorsi culturali, ritrovando in Labranca dei comuni antenati: Gozzano, Pirandello, Flaiano, Buzzati, Piero Chiara, Busi.

In questo “racconto di un’esistenza insieme così ben spesa e così buttata via”, l’autore analizza i dilemmi morali, le inibizioni, cerca di sciogliere i nodi delle tante contraddizioni d’una personalità prismatica e complessa, di decifrare una natura introspettiva e tormentata, la cui cifra esistenziale era la solitudine. La difficoltà di una tale operazione di scavo è simbolicamente evidenziata dalla foto di copertina, dove Labranca è colto di spalle, intabarrato in un pesante cappotto nero, il volto appena visibile girato d’un lato, da cui spiccano gli occhiali con la montatura d’osso.
La ricerca si dipana lungo i decenni, ripercorrendo cronologicamente le tappe d’una vita non facile: gli anni Ottanta e Novanta, quando arrivò il successo, il lento ma inesorabile declino con gli anni Zero, poi i solitari anni Dieci, sino alla morte giunta nel 2016 a 54 anni; e una sorpresa finale, un ultimo capitolo dove si citano brani d’un diario scritto agli inizi degli anni Novanta, che gettano ulteriore luce su alcuni lati caratteriali.

Ne vien fuori il ritratto di un uomo dal carattere non facile, permaloso e indisposto al compromesso, egocentrico e non privo di vanità, insofferente allo snobismo in ogni sua forma e acerrimo censore di ipocrisie. Un intellettuale che ha vissuto “controcorrente”, privo di pregiudizi ideologici (caso assai raro in questo Paese, che Giunta riconduce alle sue origini proletarie), un “antropologo del presente” con un’idea di cultura vivace e pulsante, che “usava tutte le proprie risorse mentali e biografiche per smantellare le mille forme in cui viene spacciata la pseudocultura italiana e non” (così Tiziano Scarpa) – uno scettico nella tradizione di Flaiano.

Sull’importanza di questo intellettuale dimenticato, Giunta non ha dubbi: per la sua “capacità di visione unica”, per “l’acutezza di certe sue analisi che hanno pochi eguali nelle pagine dei sociologi contemporanei”, Labranca andrebbe studiato nei licei. “Scriveva di ciò che vedeva”, e per definire quei fenomeni mise a punto una nomenclatura originale (come non ricordare “trashion”, “barocco brianzolo”, “iperconvinzione”, “pluscool”, “eleghanzia”), in grado di rivelare, anche ironicamente, gli oggetti e i comportamenti su cui si soffermava la sua analisi. Inoltre, a differenza di molti critici accademici della cultura di massa, Labranca non era solo un analista ma anche uno storico: le sue riflessioni sulle arti di massa si sviluppano lungo una linea diacronica, a tal punto che i suoi libri rappresentano “un lungo capitolo di storia del costume italiano”.
In definitiva, gran merito va all’autore di questo ben meditato libro per aver tratto dall’oblio un intellettuale acuto e originale, che certo “merita un posto di rilievo nella storia culturale italiana contemporanea”. E, considerata la scarsità di materia grigia e acume critico che affligge la nostra epoca, non è un raggiungimento da poco.