La pioniera del femminismo Alice Rivaz: se una donna “è troppo intelligente”…

Pubblichiamo un estratto dal libro “Come la sabbia”, ambientato a Ginevra nel 1928. L’autrice è “tra le pioniere del pensiero femminista europeo”

Particolare dalla copertina di “Come la sabbia” di Alice Rivaz

Particolare dalla copertina di “Come la sabbia” di Alice Rivaz

redazione 6 giugno 2020
Mentre in Europa infiammano le battaglie sociali e politiche e l’incubo nero del fascismo sta già delineando i suoi obiettivi, nel romanzo pubblicato nel 1946 “Come la sabbia” Alice Rivaz traccia le vicende private e amorose di un gruppo di funzionari che lavorano in un organismo internazionale a Ginevra nel 1928. Pubblicato in italiano nei primi giorni della quarantena e ora nelle librerie, (Paginauno editore, pp. 206, € 18,00, traduzione di Grazia Regoli), nel romanzo “si può notare l’avvio di quella tematica delle rivendicazioni femminili cui l’autrice rimarrà fedele e che si accentuerà l’anno dopo in “La pace degli alveari” (Paginauno, 2019), prima di diventare il soggetto principale delle scrittrici femministe degli anni Settanta”, scrive l’editore nella scheda sul libro.
Alice Rivaz è vissuta dal 1901 al 1998 ed è considerata “tra le pioniere del pensiero femminista europeo”. Protagonisti del romanzo e del brano sono i personaggi di Hélène Blum e André Chateney. Per gentile concessione di Paginauno pubblichiamo un estratto da “Come la sabbia”.


Se una donna “parla troppo”

Ancora una volta lui non rispose, ma abbassò gli occhi e, come se ora chiedesse, non più alle tende, ma alle sue mani, di suggerirgli una risposta, si mise a guardarsi le dita una a una. Hélène avrebbe potuto urlare d’impazienza.
Finalmente sembrò deciso a parlare: lo sguardo che le rivolse questa volta era vivo, presente, colmo di consapevolezza e di memoria, concentrato come se durante quel lungo silenzio e quell’esasperante odissea dalle tende alle mani, dalle mani alla punta delle scarpe, avesse finito per trovare ciò che cercava e, avendolo trovato, si decidesse a comunicarlo. All’inizio non afferrò bene dove volesse arrivare, probabilmente era talmente ansiosa e turbata che il senso delle parole più semplici le sfuggiva. Ma non le sfuggiva la voce nuova che Chateney aveva in quel momento, sommessa, trattenuta, sicura di sé ma anche piena di premurosa attenzione. Simile a quelle mani di dentista o di laringoiatra che intervengono con piccoli tocchi delicati e che si dice facciano meno male di altre, pur andando dritte allo scopo. Si rendeva conto che lui aveva preso la cosa dal principio, rievocando tutte le fasi della loro relazione. Era una forma di onestà? Oppure semplicemente si comportava così per abitudine, come avrebbe fatto per un resoconto di lavoro. Cronistoria della vicenda. Riassunto dei fatti. Un vero promemoria che esponeva davanti a lei nei minimi dettagli con i suoi atteggiamenti da medico, aiutandosi anche con le mani che apriva e chiudeva, che stendeva come se stesse tenendo una piccola conferenza, e anche con lo sguardo che ogni tanto si spingeva lontano, fuori dalla stanza, alla ricerca di un punto, di una precisione difficile da raggiungere, per ritornare poi a posarsi su di lei con nuova energia. Ma rimaneva sulle generali,
alle prime righe dei capitoli. Incredibile come tutto sembrasse ben ordinato nei suoi ricordi. Ben catalogato, con un inizio, una fine, un punto culminante... Ah!, il punto culminante... Perché ci si soffermava così poco? Del resto parlava di tutto, tranne dell’essenziale. Perché siamo soli a vivere le nostre gioie, come siamo soli a vivere le nostre pene. E nessuno può viverle al nostro posto.
«Hélène» disse come se arrivasse a una conclusione... «Lei era troppo intelligente per me...»
«Non sapevo che disprezzasse l’intelligenza, André!»
Ci fu un altro silenzio.
«E poi» riprese lui guardandosi di nuovo il dorso della mano...
Era arrossita in anticipo. «E poi?» ripeté dopo di lui in tono impaziente, quasi autoritario.
Ancora una volta Chateney attese prima di continuare la sua frase, come se fosse un po’ preoccupato di quanto doveva dirle, come se soffrisse anche lui – oh! soltanto un poco, anzi pochissimo, perché tutto ciò aveva per lui un interesse puramente storico, ne era sicura, sempre più sicura.
Tratteneva comunque il respiro per meglio raccogliere le parole, come gocce preziose nel cavo della mano, ma in realtà non cadevano nella sua mano, cadevano nella sua gola e nel suo stomaco. Gocce piccolissime che non facevano alcun rumore. Perché lui mormorava appena, e lei quasi non lo sentiva:
«Parlava troppo, Hélène... Ecco. Come la mia ex-moglie...»
No, cadendo non avevano fatto nessun rumore. Erano lì, sbiadite, senza odore, difficili da identificare... A prima vista parole senza importanza. Parlava troppo? Che strano. Non l’aveva mai sospettato. Ma non è così per tutti? Non conosciamo la nostra voce, la nostra schiena, il nostro passo. Chateney non doveva conoscere la sua lentezza. “Come la mia ex-moglie...”
«Perché non dirmelo, André» esclamò. «Sarebbe stato così facile, così facile...»
Eppure le sembrava che la vera ragione fosse un’altra... Ma c’è mai una vera ragione per cui prima si ama, e poi non si ama più? E infatti lui concluse, sempre in un sussurro:
«Quando me ne sono reso conto, non valeva più la pena di dirglielo...»
«Perché?»
«Perché avevo smesso di amarla.»
Hélène si piegò un po’ in avanti senza replicare, appoggiando bruscamente la guancia sul pelo di Grigrì, come se avesse voluto ascoltare da vicino il suo ronron. Così da vicino, che se per disgrazia le lacrime che all’improvviso riempivano i suoi occhi avessero preso a sgorgare, André non potesse vederle.
E proprio in quel momento, vivaci e stridule, le note del carillon di Saint-Pierre cominciarono a suonare. Poi, una dopo l’altra, le ore spezzarono il silenzio notturno. Contò cinque colpi. Allora alzò la testa, con gli occhi lucidi. Sulla pelliccia di Grigrì, in mezzo alla schiena, c’era un ciuffetto di peli bagnati che brillava come un pennello da acquerello. Lo coprì con la mano.