Sepulveda, democratico ed ecologista nelle idee e nella scrittura

Le sue pagine manifestavano un amore sconfinato per la natura e personaggi indimenticabili come il “Vecchio che leggeva romanzi d’amore”, il gatto e la gabbianella

Luis Sepulveda

Luis Sepulveda

redazione 16 aprile 2020
di Francesca Fradelloni

Dal romanzo alle favole, dalle favole al romanzo e poi la vita imprevedibile che spezza e spazza via. Vita che ha investito pure lui, Luis Sepulveda. Lo scrittore e storico resistente cileno è morto oggi a 70 anni per il Coronavirus a Oviedo in Spagna, lui sempre in guerra contro un potere tiranno, dalla parte degli oppressi. Proprio lui, uomo in azione nel Cile di Pinochet (finito in carcere due volte, era stato liberato grazie ad Amnesty International) e nelle imbarcazioni di Greenpeace. Uomo in fuga dal Sud America fino alle Asturie e “alla città proletaria di minatori e di cantieri navali con uno spirito resistente fortissimo”, ma braccato dal Covid 19.

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Il narratore ecologista
Tutti noi ci ricorderemo il personaggio di Antonio José. “Un vecchio dal corpo tutto nervi, che sembrava indifferente al fatto di ritrovarsi sulle spalle un nome così illustre”. Mai dimenticheremo quelle stupende pagine del “Vecchio che leggeva romanzi d’amore” dove pensieri e parole si intrecciano facilmente come fili di seta, con fluidità e dinamicità, sempre leggermente. Lo stile della narrazione di Luis Sepúlveda è sempre in bilico tra la metafora e un espressionismo vivace. Sempre pronto nell’allegoria, sempre pronto a dire il vero, “a dare anche alle cose brutte – come amava dire lui – un nome”. Non mancano infatti termini e scene crude di corpi lacerati, di carni, di odori sgradevoli, di putrefazioni. Eppure, questi elementi non stridono con la complessiva “sospensione” del romanzo perché, a ben vedere, descrivono semplicemente la natura nella sua essenza più pura. La via letteraria “ecologista” ce lo ha fatto amare.

I personaggi “sepulvediani”
Come non ci dimenticheremo mai, per citarne solo alcuni dei famosi personaggi “sepulvediani”, di Kengah la mamma gabbiano avvelenata dal petrolio che riesce ad affidare in punto di morte il proprio uovo al gatto Zorba, strappandogli tre promesse: non mangiare l'uovo, averne cura finché non si schiude ed insegnare a volare al piccolo. Ne “La storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” c’è tutto il cielo dell’amore incondizionato, dell’aiuto sostanziale, della diversità che trionfa e migliora le cose, gli animali, la vita. Un libro che ci regala l’opportunità di capire il bisogno dell’altro e l’altruismo. La vicinanza del cuore e non solo del corpo. L’opportunità di “metterci nei panni”, un esercizio non semplice, l’importanza della comunità, della fratellanza e sorellanza, del sostegno e dell’occhio di riguardo per il più debole.

Un amore sconfinato per la natura
Amore sconfinato per la natura e il dovere di difenderla, la generosità disinteressata e la solidarietà, anche (e soprattutto) fra diversi. Grazie al coraggio e all’amore si possono compiere miracoli; grazie alla solidarietà persino un gatto può insegnare ad una gabbianella a volare.
Lo stile di Sepúlveda colpisce per la sua linearità; c’è infatti chi di lui ha detto: “sa essere lirico, pur mantenendosi essenziale; crede nella parola e non ha paura di usarla”. Sepúlveda era la bandiera di una letteratura che riesce a dar voce a chi non ha voce. Con la vocazione per le avventure estreme, la passione per il peregrinare negli angoli remoti del mondo e, soprattutto, il culto dell’altro, vicino e lontano. Tanto per dirci che singoli, soli, non valiamo niente.

“Si può scrivere un romanzo con parole da venti centesimi”
Quando durante un’intervista, gli dissero che la sua scrittura era semplice e che sembrava, leggendolo, che chiunque potesse scrivere, rispose citando Hemingway. “Si possono scrivere grandi romanzi con parole da venticinque dollari ciascuna – disse -, ma veramente encomiabile è scrivere lo stesso romanzo con parole da venti centesimi”. Si tratta, cioè, di dare alla letteratura un carattere molto democratico in modo che sia realmente fruibile a tutti, proprio a tutti. “Questa volontà democratica è molto latinoamericana”, raccontò. “È, per esempio, una delle caratteristiche della Banda. Scriviamo tutti in un modo per noi non facile, anzi, estremamente difficile. È molto più facile scrivere in un linguaggio mezzo sofisticato, la ricercatezza può contribuire persino a creare il mistero. Ma è importante, come ho detto, tradurre tutto nel linguaggio quotidiano, nel linguaggio della gente”.
Ed è questa letteratura democratica che è il suo segno caratterizzante. Imprescindibile, da conservare come dono prezioso. Per sempre. Perché come raccontava “l’ultima rivoluzione rimasta è quella dell’immaginario: dobbiamo essere capaci di immaginare in quale mondo e società vogliamo vivere”. E lui con queste parole scritte spesso in ordine, sempre tridimensionali, pesanti e allo stesso tempo dirette, ce lo ha insegnato.