Quanto vale un aborigeno in Australia? Paul Howarth racconta razzismi e violenze

Pubblichiamo un estratto da “Solo ladri e assassini”, noir ambientato a fine ‘800 tra allevatori che alzano confini in base al colore della pelle

Australia, arte aborigena. Foto Wikipedia

Australia, arte aborigena. Foto Wikipedia

redazione 22 febbraio 2020
Fine Ottocento. Nella vasta regione australiana del Queensland, due fratelli sulle soglie della pubertà scoprono a proprie spese e, soprattutto, a spese della loro famiglia, quanto costi il passaggio d’età in una terra brutale in cui brama di denaro e di potere e sfruttamento sono costanti più assodate dei capricci del clima.
Nel romanzo di Paul Howarth “Solo ladri e assassini” (HarperCollins, pp. 446, euro 19, traduzione di Seba Pezzani) una tragedia inaspettata pone i due fratelli di fronte a un bivio biblico: giustizia e vendetta oppure ignavia e indifferenza? Saranno la durezza della vita nel bush, l’infida boscaglia semidesertica dell’Australia e la violenza delle scene a cui dovranno loro malgrado assistere a indicare una via mai scontata in una terra in cui il colore della pelle e il censo rappresentano confini più rigorosi delle staccionate che i grandi allevatori iniziano a erigere arbitrariamente.

Quanto vale la vita di un uomo, soprattutto se è un aborigeno? Fin dove può spingersi l’amore di una donna per la quale la maternità negata ha finito per essere un incubo? E, soprattutto, che peso hanno le scelte di un giovane uomo in un mondo in cui i valori morali sembrano annientati dall’avidità e fagocitati della potenza della natura più selvaggia?
Il bush fa da scenario naturale a questo splendido libro, esordio narrativo di Paul Howarth, scrittore inglese trapiantato a Melbourne, prima di far ritorno in Gran Bretagna. Forte di una scrittura intensa e passionale, ricca di riferimenti storico-geografici, Solo ladri e assassini vanta i pregi delle varie categorie letterarie in cui si cerca invano di collocarlo: romanzo di formazione, noir storico, thriller a sfondo sociale. La suspense non manca in questa storia mai banale in cui la retorica non ha posto. Per gentile concessione dell’editore ne pubblichiamo un estratto dall’incipit delle prime pagine.

Paul Howarth, l’incipit di “Solo ladri e assassini”

Percorsero la boscaglia desolata alla ricerca di qualcosa da cacciare. Due ragazzi, non ancora uomini, minuscoli in un paesaggio avvizzito dalla siccità e inondato da un sole senza tregua. Ampie pianure punteggiate da spinifex e da macchie di salsola, erba insecchita e friabile come ossa vecchie e terriccio rosso, fine come polvere da sparo
sotto i piedi. La pioggia mancava da un anno. A giudicare dall’odore, l’intero bush era pronto a bruciare. Il vento soffiava rivoletti di polvere tra una macchia di sterpi e
l’altra, facendola scorrere in ampie coltri sul terreno aperto. Di bestiame non ce n’era. Ciò che restava della mandria era più in basso, nei pressi del torrente, dove un rigagnolo solcava il fango secco e la golena offriva il poco foraggio restante. Ora a vivere in quei pascoli settentrionali non rimanevano altro che creature concepite per quel terreno: lucertole, serpenti, ragni, opossum, dingo, canguri. Spesso c’era qualche coniglio, ma persino i conigli sapevano che era il caso di proteggersi dal sole pomeridiano. Solo le mosche si muovevano; per i fratelli non c’era nulla da cacciare.

Fecero una pausa e rimasero lì vicini con i fucili abbassati, studiando mestamente i paraggi, respirando a fatica perché l’aria era troppo calda e pesante per riempire i polmoni adeguatamente. Il più vecchio dei due si tolse il cappello, si asciugò la fronte con il polso e sputò. Si rimise il cappello in testa. Non era della misura giusta. Quello del più giovane gli calzava ancora peggio. Tommy e Billy avevano quattordici e sedici anni e indossavano vecchi abiti del padre: calzoni di fustagno marrone chiaro stretti da una cintura di cuoio non conciato, camicie scure e chiazzate di sudore. Si scambiarono un’occhiata stanca e restarono in attesa. Soffiava una leggera brezza. Uno stridio acuto di cicale. Le mosche coprivano le camicie dei ragazzi, sulle schiene, e strisciavano in direzione dei loro occhi e orecchi finché una manata indifferente le scacciava. Quel pigro saluto militare da mandriano che avevano imparato dal loro vecchio o, forse, qualcosa con cui erano nati. Le mosche li attaccavano da quando erano al mondo; loro le respingevano da quando erano stati adagiati nella culla.

Il terreno davanti a loro era familiare: terra ocra spoglia, disseminata di massi e pietrisco, termitai alti come una persona.

Camminavano da circa un chilometro e mezzo quando Tommy vide il primo cavallo scollinare. Allungò una mano di scatto e afferrò Billy per la camicia, facendolo inginocchiare con sé, senza mai staccare gli occhi dal cavallo. Stava dirigendosi da est a ovest a soli cinquecento metri di distanza ed era cavalcato da un uomo molto alto, dritto come un fuso sulla sella, che indossava un cappello floscio e un soprabito che si apriva sui fianchi. Dopo di lui c’erano un altro cavaliere, più piccolo e senza cappello, e poi altri cinque, sette in totale, che trottavano in fila indiana. Alle loro spalle, tre nativi incatenati insieme per il collo correvano nella polvere sollevata dagli zoccoli e faticavano a reggersi in piedi. Ogni volta che ne cadeva uno, cadevano anche gli altri, costringendo il convoglio a fermarsi e il cavaliere nelle retrovie a gridare e imprecare e a strattonare la catena, trascinandoli in piedi in quella che sembrava quasi una goffa e spasmodica danza e, a quel punto, il convoglio si rimetteva in marcia fino alla caduta successiva. E la danza ricominciava.
I fratelli osservarono la scena a occhi sbarrati, senza che nessuno dei due dicesse nulla, senza quasi respirare …