Meticcia, cameriera e lesbica: maschilisti e razzisti contro Frannie Langton

In un romanzo Sara Collins tratteggia le ingiustizie subite da una figlia di schiavi a processo in Inghilterra

Henry Taylor, particolare da “Untitled, 2019” alla Biennale di Venezia 2019 “May you live in interesting times” di Rudolpf Rugoff. Foto Stefano Miliani

Henry Taylor, particolare da “Untitled, 2019” alla Biennale di Venezia 2019 “May you live in interesting times” di Rudolpf Rugoff. Foto Stefano Miliani

redazione 11 febbraio 2020
Rock Reynolds

D’accordo: San Remo ha monopolizzato l’attenzione dei media da un mesetto e si ha quasi la sensazione che solo lo scoppio della Terza Guerra Mondiale possa strappargli lo spazio che giornali, televisioni, radio e social media gli dedicano, persino dopo che sarà calato il sipario. Anzi, è come se al festival della canzone italiana venisse delegata pure una sorta di responsabilità morale, come se fosse suo appannaggio esprimere la posizione del paese (ma quale e di chi?) su questioni etiche di portata enorme, universale, verrebbe da dire. E, allora, che importa se una delle conduttrici si è fatta gonfiare le labbra o un’altra indossa un abito più scabroso che sensazionale? E che importa se il presentatore, insieme a un ospite, si lancia in una improbabile apologia della donna, finendo per incappare in guai peggiori di quelli creati dalla sua avventata conferenza stampa per il lancio della kermesse canora a cui disperatamente la musica italiana e, a questo punto, la televisione e parte del popolo stesso si aggrappano?

L’edizione del 2020 sarebbe dovuta essere, nelle parole degli organizzatori, per lo meno quelle sventolate ai quattro venti, la celebrazione della donna, la festa stessa della femminilità. Le cose ostentate, si sa, finiscono spesso per svuotarsi dei contenuti e delle migliori intenzioni. Molto meglio, dunque, leggere un romanzo come Le confessioni di Frannie Langton (Einaudi, traduzione di Federica Oddera, pagg 425, euro 22) di Sara Collins, avvocatessa e scrittrice inglese.

Le confessioni di Frannie Langton è una storia talmente classica che avrebbe quasi rischiato di passare inosservata, se non fosse stata concepita con ardore e freschezza narrativa. Raccontata su diversi piani temporali – quello presente del processo mediatico ai danni della protagonista, Frannie appunto, cameriera meticcia accusata dell’omicidio dei suoi padroni di casa, quello della sua gioventù in una colonia britannica dei Caraibi, e quello della sua vita successiva in Inghilterra, al seguito del primo padrone e poi dei coniugi Langton, a cui viene sostanzialmente data in pegno, come un articolo di mobilio – la vicenda ha la cadenza del legal thriller, l’ambientazione del romanzo storico e pure l’intensità del romanzo di formazione. Fondamentalmente, però, Le confessioni di Frannie Langton è uno spaccato spietato della società occidentale, benpensante, elitaria e maschilista, oltre che un grido di dolore della donna in senso più generale.

Ecco spiegato, dunque, il lungo preambolo sulle ipocrisie televisive del festival della canzone, avvitato sempre più intorno alla disperata ricerca dell’audience, al punto da autocastigarsi su questioni che, francamente, paiono poco adatte a un palcoscenico così frivolo: una commedia degli equivoci, resa ancor meno credibile dalle polemiche montate ad arte tra gli ospiti e gli organizzatori, che un velo di perbenismo di grande attualità non riesce a sopire.

Potenza della letteratura, verrebbe da dire. D’accordo, qualcuno potrebbe insinuare che ci sia un po’ di maniera persino nella disperazione e nella malvagità umana dispensate abbondantemente tra le pagine di questo libro, ma ci sono scene forti come un pugno nello stomaco e tanta verità ne Le confessioni di Frannie Langton.

Frannie è meticcia e grida al mondo la sua tragedia, la verità che nessuno vorrebbe mai udire, dal banco degli imputati dell’Old Bailey, il tribunale più noto del Regno Unito. Per la gente non è altro che sgualdrina, una procace manipolatrice che ha approfittato della benevolenza di padroni illuminati, a dimostrazione suprema della incapacità di una razza inferiore di elevarsi al di sopra delle pulsioni più primitive e brutali. Frannie è, per giunta, una donna e ha pure la colpa di essere istruita, un peccato non di scarsa rilevanza, una macchia su una pelle considerata di per sé doppiamente sporca. E, se ciò non bastasse, la vicenda si dipana mostrando in tutta la sua tragica forza il sentimento proibito che lega Frannie alla sua padrona. “Ebbene, la mia colpa è questa: sono una donna che si è innamorata di un’altra donna, il peggiore tra i peccati femminili, insieme alla sterilità e al raziocinio”.

In fondo, già nel 1972 John Lennon cantava che la donna è il negro del mondo (“Woman is the nigger of the world”), citando una dichiarazione rilasciata da Yoko Ono durante un’intervista. E non va scordato che l’intera vicenda processuale si svolge in Inghilterra, un paese che ancor oggi fatica a sradicare dalla propria coscienza il secolare retaggio imperialistico. C’è chi addirittura fa risalire all’esperienza coloniale l’aria di superiorità che gli inglesi ostentano tuttora e che li ha portati alla decisione di abbandonare l’Europa per un futuro tradizionalmente isolazionistico che solo il tempo dirà quanto fosco o luminoso possa essere. Secondo il grande musicista inglese Brian Eno, il paese si è fatto “illusioni assurde e alimentate con destrezza” sul proprio passato imperiale. E l’imperialismo britannico è figlio di quella monarchia da cui il paese non ha mai saputo e voluto prendere le distanze, con un elitarismo e uno snobismo di classe a cui Sara Collins rivolge non poche frecciate.

Alla luce del confuso quadro politico britannico, questo romanzo assume contorni ancor più attuali. Per rendere più intensa la figura della protagonista, l’autrice ce la descrive come un’avida lettrice di opere come Moll Flanders, il romanzo di Daniel Defoe, ispirazione quasi dichiarata, e Candido di Voltaire, di cui viene citato addirittura questo passo eloquente: “Immaginate quale situazione per la figlia d’un papa di quindici anni, che nel giro di tre mesi aveva provato la povertà, la schiavitù, era stata violentata quasi tutti i giorni, aveva visto sua madre tagliata in quattro, aveva subìto la fame e la guerra, e stava morendo appestata ad Algeri”.

Malgrado la figura della schiava di colore assoggettata fisicamente alle esigenze del padrone sia un topos classico, Le confessioni di Frannie Langton resta una lettura preziosa per contenuti e avvincente per la suspense sorprendente che non viene mai meno. Perché “non esistono padroni benevoli”. E perché gli uomini “hanno ancor più voglia di infierire sulle donne che suscitano in qualche modo la loro lascivia”.