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L’industria in crisi, l'operaio e Marghera in “Cracking” di Bettin

Nel romanzo lo scrittore e saggista immagina la protesta di un operaio. Per l'autore l’Italia ha abbandonato una politica industriale

L’industria in crisi, l'operaio e Marghera in “Cracking” di Bettin
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25 Giugno 2019 - 11.38


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La letteratura italiana torna in fabbrica. Nell’industria in crisi e con gli effetti su chi ci lavora. Con precedenti illustri come Le mosche del capitale di Paolo Volponi o La dismissione di Ermanno Rea. Stavolta lo scrittore torna nell’industria con la penna di Gianfranco Bettin, scrittore, saggista, politico già nei Verdi come consigliere regionale dei Verdi e oggi presidente per il centro sinistra della municipalità di Marghera, città dove è nato nel 1955 e dove ambienta il suo nuovo romanzo Cracking (Mondadori, pp. 187, euro 17).

Il protagonista, Celeste Vanni, un operaio del Petrolchimico di Porto Marghera appena andato in pensione, nell’isolamento suo che è l’isolamento degli operai e dei lavoratori di oggi, armato di corde e zaino salirà su una ciminiera altissima come atto disperato di protesta, di rivolta contro la rassegnazione in una «una delle più grandi industrie del mondo, produttrice di ricchezza e di morte, tra rovine spettrali e reparti in metamorfosi», ricordano le note di copertina del libro, reparti come cracking dove «si spaccano le molecole».

Con questo romanzo Bettin torna su un tema e un luogo a lui caro: nel 2002 con Petrolkiller indagò sui danni ambientali provocati alla salute dalle industrie del polo veneto alle porte di Venezia. Di cosa narra il nuovo romanzo lo ha sintetizzato in una illuminante e approfondita conversazione a tre uscita sulla Lettura del 16 giugno scorso con il segretario della Cgil Maurizio Landini e con il politologo Maurizio Ferrera.

«Racconto le storia di un operaio che a Porto Marghera difende la fabbrica da cui è uscito poco prima in pensione, in soccorso agli ex compagni di lavoro – ha detto lo scrittore alla Lettura a proposito di Cracking – . Siamo nel momento in cui la solitudine della classe operaia è massima, nella fase di metamorfosi tra le rovine del vecchio sistema industriale e le avvisaglie del nuovo. È una “terra di mezzo” in cui i lavoratori e il sindacato sono chiamati a esprimere una tensione, una capacità di andare oltre. Per venire incontro alle loro istanze ci sarebbe bisogno di una politica industriale, che però in Italia è stata abbandonata. Ho cercato di descrivere con gli strumenti della letteratura la trasformazione del lavoro, nei suoi aspetti sociali e umani, per richiamare l’attenzione su questa esigenza».

Bettin non vede un panorama incoraggiante: «Il guaio – dice più avanti – è che manca la consapevolezza dei problemi industriali, non solo nei politici, ma spesso anche nei manager […] Se non torna l’idea che bisogna rimettere al centro il versante produttivo rispetto alla finanza, rischiamo di perdere molte occasioni preziose e di ridurci a un Paese che vive di turismo e poco altro. Purtroppo la classe politica da questo orecchio non ci sente». Viene in mente la vicenda Whirlpool.

«Se sono un precario abbandonato a me stesso e la mia solitudine resta uguale, che governi la destra o la sinistra, dove trovo una rappresentanza? – si domanda in quella lunga conversazione Landini – Per questo dico che la svolta da cui partire è rimettere al centro le persone che lavorano: nel mondo non sono mai state numerose come adesso, ma nemmeno così tanto divise e contrapposte». Con franchezza e onestà, osserva il segretario della Cgil: «Io non ho la soluzione in tasca, ma dico che ridare loro una rappresentanza e una speranza è il principale nodo da sciogliere».

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