Lesbia straziami ma di baci saziami. Catullo tradotto da Alessandro Fo

Il latinista e poeta ha tradotto, in una edizione già definita indispensabile, l'autore latino che scrisse versi su amore, sesso, tradimento, morte, meschinità e bellezza

Affresco romano

Affresco romano

redazione 7 gennaio 2019
«Mille baci tu dammi, e quindi cento, / poi altri mille, e poi un’altra volta cento, / quindi fino a altri mille, quindi cento. / E poi, molte migliaia accumulatene, / stravolgiamole, un po’ per non saperne, / e un po’ contro il malocchio di un maligno / che il totale di tanti baci sappia». Una poesia d'amore adolescenziale? Nient'affatto. Né una versione in quantità ridotta dei 24mila baci cantati da Adriano Celentano. Quel passo è un passaggio di un carme scritto dal poeta latino Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.) per l'amata Lesbia nella traduzione di Alessandro Fo: il latinista e poeta egli stesso ha tradotto con commento e note tutte le poesie di Catullo in una edizione che critici e qualche professore di scuola descrivono già, almeno finora, come indispensabile, poetica e affascinante.
È un'edizione monumentale, come usa dire (Einaudi nella collana Nuova Universale, pp. 1.488, euro 58, con un saggio introduttivo di 163 pagine e annotazioni a ogni testo poetico) ma, sapete, in questi volumi si possono leggere poesie a grappoli, saltando qua e là, non c'è da farsi intimidire né sentire l'obbligo di andare dalla prima all'ultima pagina.

Alessandro Fo, "pecora nera" nella famiglia Fo
Il volume è ambizioso e si pone come imprescindibile per chi vorrà avvicinarsi a quel poeta dell'amore e degli attacchi personali a figure del suo tempo e della sua vita. Alessandro Fo, che ha già tradotto l'Eneide di Virgilio, curiosamente ha confessato a Matteo Nucci sul Venerdì di essere stato visto dai familiari come «la pecora nera». Perché era uno scavezzacollo? No, perché aveva imboccato la strada accademica (affiancata a quella poetica il che deve averlo almeno "redento" un po') in una famiglia dove aveva come zio Dario Fo (ma, ha osservato, era indaffarato in altro e un po' lontano), il padre scrittore e organizzatore teatrale, la madre lettrice appassionata di libri.
Di Catullo, ricorda lo studioso nell'introduzione, ci è arrivata «una raccolta di poesie che designiamo di solito semplicemente come liber (o "il libro") (...) I carmi 1-60 sono tendenzialmente composizioni brevi o leggere (...) e toccano temi per lo più di vita quotidiana fra cui spiccano l'amicizia, l'amore, l'aggressione nei riguardi dei nemici. I carmi 61-68b sono componimenti di maggiore estensione e impegno (...) e se c'è un tema che tendenzialmente li accomuna, questo è il motivo nuziale. I cc. 69-116 sono nuovamente poesiole per lo più brevi o brevissime e sono chiamate usualmente "epigrammi in distici" o semplicemente "epigrammi».

«La mente s'è persa»
Docente di letteratura latina all'università di Siena, Alessandro Fo, ha restituito passaggi del poeta latino traducendoli così: «È difficile, un lungo amore, deporlo all’istante./ È difficile: eppure, sia come sia, devi farcela./ Questa è la sola salvezza, per vincere fino in fondo». E Carlo Carena, sul Domenicale del Sole24ore uscito il 28 dicembre scorso, non esita a definire «eccezionale» questa edizione dei carmi del poeta nato a Verona. Un poeta che sembra in sincronia con ogni amore di ogni epoca, in special modo la nostra, per aver messo in versi il sesso anche esplicito, il potere, le rivalità, l'irrisione di chi non merita, nobiltà d'animo e meschinità, non ultimo il dolore sconfinato per la morte del fratello.
Su tutto svetta però l'amore, irrefrenabile, irrinunciabile anche quando l'autore precipita nella disperazione. Il poeta scrive i tradimenti della sua Lesbia che dopo tanto amore di Catullo a tanti si concede (non sappiamo la versione di lei, naturalmente) eppure lui non può non amarla perché ha perso letteralmente la testa per lei e per sempre. Recita così, il carme numero 75 in questo volume: «Mi è giunta a tanto – per tua, mia Lesbia, colpa – la mente, / e a tale punto s’è persa per questa sua dedizione, / che ormai non può, pur se ti fai perfetta, volerti più bene, / né fare a meno di amarti».