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Cento anni fa la Rivoluzione d'ottobre. E la storia cambiò per sempre

Esce oggi per manifestolibri il saggio del filosofo Michele Prospero "Ottobre 1917. La rivoluzione pacifista di Lenin". Ne pubblichiamo un corposo e interessante estratto.

Cento anni fa la Rivoluzione d'ottobre. E la storia cambiò per sempre
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3 Novembre 2017 - 09.50


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Esce oggi per manifestolibri il saggio del filosofo Michele Prospero intitolato “Ottobre 1917. La rivoluzione pacifista di Lenin”. Nel 1917, esattamente cent’anni fa, scoppiò la Rivoluzione che rovesciò lo zar e avviò il processo di nascita dell’Unione Sovietica, la super-potenza comunista che sarà protagonista di tutto il Novecento. Il libro sarà presentato  con una serie di appuntamenti in tutta Italia.  Ne pubblichiamo un estratto.

di Michele Prospero

«Non le persone ma i partiti fanno le rivoluzioni», scrive Lenin. I fenomeni politici di massa sono complessi e mai riconducibili ai piani di un singolo attore. È appurato però che «senza l’intervento di Lenin la rivoluzione non ci sarebbe probabilmente stata, e il corso della storia del ’900 sarebbe stato molto diverso». La sua impronta è stata decisiva nel prendere il potere nei luoghi dove il capitale è politicamente più debole per osare le sperimentazioni di un nuovo mondo possibile. Per questo suo ruolo di creatore dello Stato operaio lo storico Carr celebra Lenin come «un genio più costruttivo che distruttivo», e lo presenta come «il più grande rivoluzionario di tutti i tempi».
Non sono mancate però interpretazioni critiche dell’ottobre che riconducono le derive verso il regime personale proprio all’originaria impronta lasciata dal leader bolscevico. Il regime sovietico non ha sviluppato gli anticorpi necessari per proteggere il sistema dall’arbitrio del potere personale. La cultura politica di Lenin è attraversata da inclinazioni libertarie (il «virulento antistatalismo») che con le sue «fissazioni dottrinali» e fughe utopiche verso la democrazia «primitiva» hanno trascurato le funzioni delle forme giuridiche, degli incastri dei poteri (diritti civili, istituti di controllo politico, immunità delle rappresentanze, separazione dei poteri, autonomie degli organi giurisdizionali, sindacato di costituzionalità). Il governo di un partito unico e carismatico, organizzato secondo i canoni di centralismo e fedeltà, contiene i rischi di abusi e deragliamenti, però questo non significa che la categoria indistinta di totalitarismo sia applicabile all’intera vicenda sovietica come marchio di una comune eredità dispotica che unisce Lenin e tutti i suoi allievi.
[…]
I romanzi del totalitarismo non comprendono le differenze teoriche le varietà della leadership (personale o collegiale) e le evoluzioni del sistema complesso di governo che ospita sotto traccia forme di pluralismo, anche se non organizzato e riconosciuto e formalizzato, e non può essere ricondotto alla retorica di un partito monolitico con una nomenclatura inossidabile che con il culto di un capo esercita un controllo pieno della socializzazione politica e orienta e plasma le credenze di massa latenti e esplicite.
Ci sono momenti eccezionali in cui anche Lenin si allontana dal canone della conduzione collegiale del potere e rivendica la necessità di gestire la giuntura critica con il comando accentrato di un capo energico, ma lo fa in coincidenza con emergenze obiettive che non intende tramutare in sistema.
[…]
Più in generale, Lenin riconosce un certo sperimentalismo nella gestione del potere. ai «cadaveri viventi» della socialdemocrazia, che accusano i bolscevichi di non sapere che farne del governo, egli risponde che non esistevano dottrine da applicare «come se si potesse fare una grandiosa rivoluzione sapendo in anticipo come portarla a termine. Come se questa scienza si potesse attingere dai libri!». Non è disponibile alcuna teoria da cui ricavare i precetti. Tentativi ed errori sono momenti previsti nello sforzo progettuale di affidare alla politica la costruzione di un altro ordine sociale. Bisogna andare oltre il calcolo, il volontarismo e «verificare continuamente il nostro operato studiando il nesso degli avvenimenti politici nel loro complesso, nelle loro relazioni di causalità, nei loro risultati»405. Il pragmatismo rivoluzionario di Lenin affida al partito la costruzione di uno Stato garante dell’ordine sociale nuovo e quindi lo vede depositario di un prestigio carismatico che costituisce il vincolo durevole di un obbligo politico.
La legittimità del potere non discende da una gara competitiva aperta ma dal fatto etico-politico della rivoluzione come evento di rigenerazione, dal successo nella guerra civile come prova del radicamento profondo. Il partito vanta una legittimazione che non è scalfibile da verifiche elettorali e Lenin dichiara: «sì, la dittatura di un solo partito esiste e non ci discostiamo da essa perché il partito in una battaglia lunga ha vinto e ha conquistato la funzione di avanguardia del proletariato». Manca, nello schema leninista del politico, la possibilità che, dopo la conquista del potere, si possa cedere lo scettro afferrato secondo un metodo di competizione aperta alla reversibilità delle posizioni istituzionali (non è ipotizzabile «una tattica che contempli l’eventualità di perdere il potere sovietico»).
Questo senso di una vittoria definitiva non significa di per sé totalitarismo, si tratta piuttosto di un modello di gestione del potere che riconduce il pluralismo, compatibile con gli assiomi di conservazione del potere, a quello disciplinato e sorvegliato, interno al mondo del partito-sovrano e alle istanze di partecipazione nella società non ostili al regime. Il monopolio del potere non è oggetto di competizione, e anche le aperture all’economia di mercato richiedono come sicuro contraltare, rispetto al pluralismo delle figure produttive, un controllo centrale del partito. Con il «pluralismo socialista» di Gorbachev, per rispondere alle carenze del sistema, si va oltre l’impianto leninista. Le sue misure immettono un forte elemento di incertezza negli ingranaggi del potere che, sul piano delle congiunture storiche, e quindi dell’esperienza reale, si è costituito come governo del partito sovrano. Intaccare questo fondamento, perché percepito quale ostacolo alla competitività e non più accettato dalle condizioni di una società civile sovietica, comporta la evaporazione di un sistema. Con una formazione economica non stabilizzata e con uno Stato vacante senza più principio di sovranità è inevitabile il collasso, Gorbachev adotta uno stile che non è attento alle compatibilità interne al sistema, ma cerca di scuoterlo per rigenerarlo e così fa saltare le coerenze del meccanismo costringendolo alla impossibile convivenza con una logica estranea a quella che postula come invariante il comando di partito. La difficoltà delle transizioni post-sovietiche confermano che l’alternativa non era quella tra totalitarismo e democrazia ma tra governo di partito e caos illiberale.
La logica di adattabilità del comunismo era ab origine limitata e l’assorbimento di motivi liberali non poteva spingersi oltre la congiunzione di forme di mercato e di governo di partito. Che ne è dell’ottobre, visto da Lenin come «un passo di portata storica mondiale, che è entrato nella storia del mondo come una svolta tra un’epoca e un’altra»?
Rimane, per quella esperienza esaurita, qualche traccia di «un merito imprescrittibile, innegabile e intangibile» come rivendica il suo regista? Sul piano ideale rimane il mito di una società altra che ha mobilitato soggetti, culture; su quello storico resta il contributo decisivo dell’URSS alla vittoria contro il totalitarismo nazista.
Sul terreno politico non tutto il processo dell’ottobre è spento. Anche la Cina è il frutto della cesura del ‘17. Rispetto ai paesi del blocco orientale, nei quali il comunismo fu un prodotto di esportazione, in Russia la rivoluzione è stato un moto nazionale profondo e radicato. Ancora nel 1996, dopo la catastrofe, il partito scacciato dal potere raccoglie oltre il 43 per cento dei voti al secondo turno delle presidenziali. Per le democrazie più consolidate la fine del comunismo ha segnato lo spegnimento di un movimento radicale di innovazione che appartiene alla venatura più critica della cultura europea. La vittoria del capitalismo sul suo antagonista interno ha estirpato dalle democrazie una tensione conflittuale produttiva di eventi, di logiche correttive rispetto al piano nichilistico del capitale che con il crollo sovietico ha superato un limite alla globalizzazione dei traffici finalmente condotti all’insegna della dittatura della forma merce.

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