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Quella della "Dop Economy" è una filosofia vincente

Nel suo ultimo libro Mauro Rosati, fondatore di Qualivita, spiega come “il cibo di qualità può generare cultura, comunità e futuro”. Decisivo è il rapporto con il territorio. Come si possono contrastare gli effetti negativi della globalizzazione

Quella della "Dop Economy" è una filosofia vincente
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1 Settembre 2026 - 19.44


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di Maurizio Boldrini 

Con il suo ultimo libro sta letteralmente battendo l’Italia: conferenze, incontri nelle scuole e negli atenei, discussioni con gli imprenditori e produttori. Mauro Rosati che ormai da anni dirige la “Fondazione Qualivita” alla quale ha sputo dare continuità e dimensione nazionale garantendole continuità oltre le iniziali fortune che erano state prevalentemente senesi. Il volume La filosofia della Dop Economy, edito dalla Treccani, spiega, come è detto nello stesso sottotitolo, come il cibo di qualità “può generare cultura, comunità e futuro”. Con lui ho una lunga conversazione che qui riassumo: non c’è bisogno di formalità giacché conosco il lungo percorso che lo ha portato a questo suo più recente lavoro. 

Siamo di fronte ad una nuova ondata di globalizzazione che sconvolge tante regole e anche robuste istituzioni. Questa nuova ondata chiama in causa anche il cibo e l’alimentazione con una cultura che tende sempre più a massificarsi. Proprio per questo il cibo è diventato emblema di questi cambiamenti che chiamano in causa anche i valori culturali. Proprio nell’importante introduzione al volume il filosofo Umberto Galimberti scrive: ”La globalizzazione, verso cui il mondo da vent’anni si è avviato, non incide solo sui mercati, sull’occupazione, sulla delocalizzazione della produzione, sulla circolazione delle merci, ma anche sulla qualità dei cibi sempre più indifferenziati, quindi sul gusto che evoca un’appartenenza, un reciproco riconoscimento, un’identità specifica e una memoria  una memoria individuata”. 

Date le premesse, inizio con una sfilza di domande: come è stata affrontata la questione in Italia; cosa è stato fatto? Inoltre quali problemi sono oggi da ritenersi più urgenti? Le risposte sono puntuali e partono, obbligatoriamente da lontano: “In Italia siamo stati bravi a fare tre cose fondamentali. A partire dal dopoguerra, quando il cibo era visto e vissuto come solo l’elemento di nutrizione. Attraverso anche il sistema dei prodotti DOP IGP delle indicazioni geografiche, siamo stati capaci di dare un valore simbolico al cibo, perché abbiamo costruito un potente mezzo di narrazione legato alla cultura del paesaggio”.

Mauro Rosati, nel rispondere sta di fatto ripercorrendo la trama del suo lavoro. Spiega il senso di questo lungo percorso: ”Il processo è stato guidato giustamente dai consorzi di tutela, non dalle singole aziende che lo avrebbero solo utilizzato facendone prevalentemente motivo di un’azione di marketing. La valorizzazione è invece stata fatta dalla pluralità di soggetti che avevano a che fare con il cibo, dandogli una veste più istituzionale. E’ un passaggio , questo decisivo per cogliere il senso delle mete raggiunte”. 

Se questo è stato il primo vero motivo, gli chiedo qual’è un altro decisivo? “Il fatto è che abbiamo capito- risponde con il consueto sorriso che accompagna il suo parlare- che il cibo è ormai un fenomeno che interessa tutto il pianeta e attraverso questo modello, che ho definito con il neologismo “dop economy”, ora viene utilizzato ovunque. Siamo riusciti, in qualche modo, a salvaguardare un pezzo di cultura italiana. Questa cosa me l’ha fatta capire ormai nel lontano 2010, un cinese che era il responsabile della qualità del governo cinese: in quel Paese avevano un’agenzia che si chiamava ASIC che era stata istituita  proprio per gestire la qualità dei prodotti agroalimentari. Mi disse ed ho ricordi con precisione: “Guarda Mauro,  che noi copiamo il modello italiano legato un po’ alle indicazioni geografiche per salvaguardare la medicina tradizionale anche perché non abbiamo più i giovani nelle campagne. Questo modello ci ha permesso di preservare un pezzo di cultura cinese per me quindi guardiamo voi con un grande come dire, non dal punto di vista agricolo dal punto di vista proprio culturale su quello che avete fatto sul cielo”.

Infine il terzo passaggio – a suo avviso – è quello di aver trasformato poi il cibo povero e gli stessi avanzi in cibo di largo uso; cioè “esser passati dal cibo povero che era il cibo dei nostri nonni a un cibo di valore. Noi parliamo del Parmigiano Reggiano o del Chianti sapendo che questi prodotti hanno acquisito valore. È stato un grande processo che il nostro sistema produttivo, i nostri consorzi, le nostre istituzioni hanno saputo fare bene. Questa azione non è stata fatta da molti altri altri Paesi”. 

Chiedo ancora: questi processi hanno comportato anche un mutamento nei processi produttivi nella nostra agricoltura? Oppure vi è uno scarto tra la cultura dell’alimentazione che si è molto emancipata e una pratica agricola che rimane invece legata a vecchi schemi? Mauro Rosati ha una visione moderna dell’agricoltura: ”Oggi le nostre filiere agroalimentari hanno avuto successo e questo ha dato una scossa all’intero comparto. Non solo perché hanno identificato un pezzo di cultura attraverso i cibi ma perché hanno saputo innovare, comprendendo un concetto vincente: la competizione non è fra imprese nel mondo ma è fra territori.”

I sistemi economici territoriali che hanno perseguito la strada delle indicazioni geografiche sono anche riusciti a creare coesione nel territorio. Valgono, ma valgono anche nella competizione globale, perché se una cosa che ci insegna la globalizzazione è che se un’azienda pur forte se sta in un territorio debole, diventa debole. Quindi oggi il Brunello, il Parmigiano, l’ Aceto  sono forti non solo perché esistono  le aziende ma anche perché ci sono territori forti e rinomati.

Questa è la grande forza e su questo noi siamo stati capaci di innovare davvero tenednodi lontani da termini come il “marketing della tradizione”, come se fosse chissà quale trovata. Quindi oggi  abbiamo aziende che sono fiori all’occhiello e che sanno innovare; aziende che sanno stare sui campi con delle tecnologie da altre parti non ci sono. Non è un caso che l’Italia sia leader, ad esempio, anche nei macchinari della trasformazione alimentare. 

Mauro Rosati mi porta poi come controprova di questo decisivo rapporto con il territorio con il caso della moda: ”Laddove noi come sistema produttivo eravamo avanti tecnologicamente ma non c’era un collegamento sistema produttivo territoriale, abbiamo perso il ruolo di centralità che avevamo: penso alla moda, penso a Firenze dove oggi troviamo capannoni vuoti. Non c’è non c’è più neanche la tecnologia né il know-how della grafica o del designer non c’è assolutamente niente. Lo stesso discorso potrebbe esser fatto per numerosi altri settori”.

Ritornano costanti nel volume di Mauro Rosati i temi dell’indicazione geografica e del territorio. “Secondo me – sottolinea-  è l’asse portante del futuro di questo Paese. Perché la delocalizzazione selvaggia che abbiamo avuto ha deturpato il territorio e  quindi quella forza trainante che  avevamo del “made in  Italy”  l’abbiamo perduta provocando un declassamento del Paese. Per un certo tempo i “pori agricoltori” sembravano i più coglioni di tutti  perché avevano deciso di restare in Italia a fare agricoltura. Potevano andare a farla in Marocco come qualcuno, in realtà, ci ha provato o trasferirla in Cecoslovacchia. Sono rimasti in Italia. Oggi hanno vinto, hanno vinto una sfida che era difficile. Oggi il concetto di aver salvaguardato il territorio come un elemento non solo produttivo, ma.come bene culturale e sociale è il  fondamento di qualsiasi sfida economica. Su questo bisogna ragionare e lavorare”. 

Sugli stessi argomenti abbiamo realizzato una video intervista con Mauro Rosati. Riprese e montaggio di Francesca Anichini

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