di Victoria Picchietti
L’ironia affilata di Conan O’Brien ha inaugurato la 98esima edizione degli Oscar, con un monologo capace di mescolare leggerezza e frecciatine politiche. Fin dalle prime battute, il conduttore ha impostato il tono di una serata che é sembrata sospesa tra intrattenimento e attualità, con riferimenti ai principali film in gara e a un contesto globale sempre più caotico ma rilevante anche sul palco di Hollywood.
“Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson ha conquista i premi più importanti, tra cui miglior film e miglior regia, segnando una consacrazione attesa da anni. Ma la competizione é rimasta viva fino all’ultimo grazie a “I peccatori” di Ryan Coogler, che porta a casa riconoscimenti di peso, tra cui il premio come miglior attore a Michael B. Jordan. Per quanto riguarda il fronte femminile, una vittoria molto apprezzata è stata quella di Jessie Buckley, che ha vinto l’Oscar come miglior attrice per “Hamnet”, confermando una performance intensa e già molto lodata dalla critica.
A colpire è stata anche l’assenza di Sean Penn, che alla terza statuetta ha scelto l’impegno umanitario nel suo sostegno all’Ucraina, ricordando ancora una volta come gli artisti possano essere coinvolti in prima persona nelle crisi globali. Non sono mancati, inoltre, discorsi dal forte contenuto politico e sociale: diversi artisti hanno richiamato l’attenzione sui conflitti internazionali, sulla crisi climatica e sui diritti civili, trasformando il palco degli Oscar in uno spazio di presa di posizione.
Interventi che hanno acceso anche alcune polemiche a sfondo politico, soprattutto sui social e tra commentatori e opinionisti: c’è chi ha criticato l’eccessiva politicizzazione della cerimonia, ritenendo che l’evento dovrebbe restare legato esclusivamente al cinema, e chi invece ha difeso il diritto degli artisti di utilizzare una vetrina globale per esprimere opinioni e sensibilizzare il pubblico su temi urgenti.
Accanto a questi momenti di tensione, la serata ha mantenuto il suo lato glamour: Leonardo DiCaprio, Zendaya e Anne Hathaway hanno sfilato sul red carpet, mentre la moda ha raccontato un’altra storia parallela, fatta di eleganza e identità personale. Jessie Buckley, Emma Stone e Anna Wintour hanno catturato l’attenzione, mentre il look audace di Chalamet ha diviso il pubblico.
Nonostante il glamour e le vittorie, i veri protagonisti della discussione pubblica sono stati i temi politici affrontati da molti ospiti, che hanno acceso e diviso i modi dei social: alcuni commentatori hanno criticato l’eccessiva politicizzazione della cerimonia, ritenendo che gli Oscar dovrebbero restare una celebrazione esclusivamente artistica, mentre altri hanno difeso il diritto degli artisti di utilizzare questa vetrina globale per sensibilizzare l’opinione pubblica su questioni urgenti.
In questo instabile equilibrio tra spettacolo e impegno, gli Oscar 2026 raccontano un’industria cinematografica in trasformazione: un cinema sempre più consapevole del proprio ruolo culturale e politico, dove la celebrazione delle star si intreccia inevitabilmente con la responsabilità di parlare al mondo.