Anatre, suini e lumache al banco: Pompei svela una nuova “tavola calda”

Nella città è riaffiorato per intero un termopolio con dipinti di animali, ossa di vittime dell’eruzione e un graffito irriverente

Particolare del termopolio. Foto Luigi Spina per la Soprintendenza archeologica di Pompei

Particolare del termopolio. Foto Luigi Spina per la Soprintendenza archeologica di Pompei

redazione 26 dicembre 2020
Mangiare fuori casa durante il giorno per gli impegni di lavoro non è una prerogativa della modernità. Per gli antichi romani, e per gli archeologi, è un termopolio, banalizzando nei media chiamiamo tavola calda (o se volete un tono più alla moda anglofona street food) l’ultimo rinvenimento in quel filone senza fine di ritrovamenti che è Pompei: la soprintendenza del parco archeologico informa che è riaffiorato per intero grazie ai ricercatori il termopolio della Regio V con l’immagine della ninfa Nereide a cavallo con decorazioni di nature morte, pollame forse per divulgare cosa si vendeva, ossa di animali e di persone uccise dall’eruzione del 79 d.C. e resti di alimenti. La ricerca ha visto all’opera esperti di più discipline (antropologo fisico, archeologo, archeobotanico, archeozoologo, geologo, vulcanologo, scrive nel comunicato stampa la soprintendenza del parco) e aiuterà a capire meglio cosa mangiavano i pompeiani e quell’area dell’antica Roma.

È utile chiarire subito di cosa si parla: nei termopoli “si servivano bevande e cibi caldi, come indica il nome di origine greca, conservati in grandi dolia (giare) incassati nel bancone in muratura”, erano luoghi “molto diffusi nel mondo romano, dove era abitudine consumare il prandium (il pasto) fuori casa. Nella sola Pompei se ne contano una ottantina”, scrive nella nota stampa il parco archeologico pompeiano.

La tavola calda si trova nello slargo all’ incrocio tra il vicolo delle Nozze d'argento e il vicolo dei Balconi, non è nuova ed era stata scavata e indagata in parte nel 2019 durante una messa in sicurezza e consolidamento tra i lavori del “Grande progetto Pompei” e gli archeologi avevano deciso di insistere per la bellezza delle decorazioni. Di fronte alla bottega, avvertono dal sito, “nella piazzetta antistante, erano già emerse una cisterna, una fontana, e una torre piezometrica ( per la distribuzione dell'acqua), dislocate a poca distanza dalla bottega già nota per l'affresco dei gladiatori in combattimento”.

Nel bancone l’immagine di una Nereide a cavallo in ambiente marino “e sul lato più corto l’illustrazione, probabilmente, della bottega stessa alla stregua di un’insegna commerciale” erano già emerse. Il proseguimento dello scavo ci fa conoscere “scene di nature morte, con rappresentazioni di animali, probabilmente macellati e venduti nel locale”. Dentro dei recipienti nel bancone c’erano frammenti ossei e raffigurazioni di “due anatre germane esposte a testa in giù, pronte ad essere preparate e consumate, un gallo e un cane al guinzaglio, quasi un monito alla maniera del famoso Cave Canem”. Giusto per ricordarci il linguaggio colorito di quei tempi (pensate ai componimenti di Marziale, se li conoscete sono gustosissimi) sulla cornice con il dipinto del cane qualcuno ha lasciato un’iscrizione sopravvissuta alla cenere e ai lapilli: “Nicia cineade cacator”. Come ricorda il parco archeologico, il graffito dice: “Nicia ( probabilmente un liberto proveniente dalla Grecia) Cacatore, invertito!”. Niente male complimenti. Forse, ci informano gli archeologi, l’ha scritta “un buontempone che aveva voluto prendere in giro il proprietario o da qualcuno che lavorava nel termopolio”.

“Le prime analisi confermano come le pitture sul bancone rappresentino, almeno in parte, i cibi e le bevande effettivamente venduti all’interno del termopolio – scrive Valeria Amoretti, antropologa del sito pompeiano - Tra i dipinti del bancone sono raffigurate due anatre germane, e in effetti un frammento osseo di anatra è stato rinvenuto all’interno di uno dei contenitori, insieme a suino, caprovini, pesce e lumache di terra, testimoniando la grande varietà di prodotti di origine animale utilizzati per la preparazione delle pietanze”.

Oltre alle testimonianze della tavola calda, gli archeologi hanno trovato ossa umane: “Purtroppo, sconvolte a causa del passaggio di cunicoli realizzati nel XVII secolo da scavatori clandestini in cerca di oggetti preziosi”. Alcune ossa erano di un 50enne che quando arrivò la “corrente piroclastica” era “su un letto o una branda, come testimoniano il vano per l’alloggiamento del giaciglio e una serie di chiodi e residui di legno rinvenuti al di sotto del corpo. Altre ossa, ancora da indagare sono di un altro individuo, e sono state rinvenute all’interno di un grande dolio, forse qui riposte sempre dai primi scavatori”.

Nove anfore, una patera di bronzo, due fiasche, un’olla di ceramica comune da mensa, un pavimento coperto da cocciopesto (rivestimento impermeabile composto da frammenti in terracotta), con frammenti di marmi policromi (alabastro, portasanta, breccia verde e bardiglio) completano il quadro dei ritrovamenti. Il parco archeologico nella nota non indica i giorni della scoperta, è un lavoro in corso, e ha scelto di divulgare la notizia insieme al ministro per i beni e le attività culturali e del turismo Dario Franceschini oggi 26 dicembre probabilmente per una ragione mediatica: è un giorno in cui i media sono affamati di notizie di rilievo.

“Per la prima volta si è scavato un simile ambiente per intero ed è stato possibile condurre tutte le analisi che le tecnologie odierne consentono – dichiara nella nota stampa Massimo Osanna, Direttore generale ad interim di Pompei e da settembre direttore generale dei musei del Mibact - I materiali rinvenuti sono stati scavati e studiati sotto ogni aspetto da un team interdisciplinare composto da: antropologo fisico, archeologo, archeobotanico, archeozoologo, geologo, vulcanologo. I materiali saranno ulteriormente analizzati in laboratorio e in particolare i resti rinvenuti nei dolia (contenitori in terracotta) del bancone, rappresenteranno dei dati eccezionali per capire cosa veniva venduto e quale era la dieta alimentare”.

“Con un lavoro di squadra, che ha richiesto norme legislative e qualità delle persone, oggi Pompei è indicata nel mondo come un esempio di tutela e gestione, tornando a essere uno dei luoghi più visitati in Italia in cui si fa ricerca, si continua a scavare e si fanno scoperte straordinarie come questa”, commenta nella medesima nota Franceschini.