Settis: «Mostriamo le sculture dei Torlonia perché diventino un museo per tutti»

Villa Caffarelli a Roma espone 92 stupefacenti antichità finora invisibili. L’archeologo spiega perché è un «significativo atto di politica culturale»

Collezione Torlonia. Caprone, corpo I sec. d.C., testa attribuita a Gian Lorenzo Bernini (1598-1680). Foto Stefano Miliani

Collezione Torlonia. Caprone, corpo I sec. d.C., testa attribuita a Gian Lorenzo Bernini (1598-1680). Foto Stefano Miliani

redazione 12 ottobre 2020
di Stefano Miliani

La “Fanciulla da Vulci” è una ragazza romana del 50-40 a.C. dai lineamenti talmente nitidi ed essenziali che sembra meditare su di noi, con una parete rossa alle spalle pare scrutare il nostro tempo bislacco e noi visitatori mascherati. È un capolavoro che finora nessuno poteva vedere e che invece da mercoledì 14 ottobre fino al 29 giugno dà  il benvenuto nella prima sala della stupefacente mostra “I marmi Torlonia. Collezionare capolavori” allestita nella Villa Caffarelli dei Musei Capitolini a Roma, con ingresso praticamente sul retro del palazzo. Ma, chiederete, cosa sono “i marmi Torlonia”? Giusta domanda. Intanto iniziamo col dire che in un’ala della villa Salvatore Settis e Carlo Gasparri hanno selezionato 92 sculture tra le 620 di proprietà della Fondazione Torlonia in una rassegna che rappresenta un unicum nella storia culturale.

Nel 1875 il principe Alessandro Torlonia allestì un autentico museo nel loro palazzo in via della Lungara con le 620 antichità raccolte in più secoli dalla famiglia. Il Regno d’Italia vincolò quel ben di Dio nel 1919. Nel dopoguerra quel museo privato rimase quasi invisibile ai più. Quando si scoprì che il palazzo era stato trasformato in 93 miniappartamenti e la collezione stipata in magazzini, si scatenò un giusto putiferio. Le sculture restavano inaccessibili a tutti. Liti, traversie varie, passaggi non sempre limpidi,  in passato per decenni nessuno ne veniva a capo. Allora perché è significativa, questa emersione di capolavori antichi mai visti dal vivo? «A parte il fatto che sono cose bellissime e ora si vedono, ed è già di per sé significativo – risponde Settis a globalist.it – questa mostra si fa perché c’è un accordo per cui la Fondazione Torlonia da un lato e il Ministero dei beni culturali dall’altro si sono impegnati per lavorare insieme per riaprire l’intero museo Torlonia. Le opere qui esposte sono il 15% dell’intera collezione. Questo è il primo atto di una grande collezione che torna in luce».

In altri termini: possiamo vedere testimonianze del nostro passato, da un busto di Adriano del 130 d.C. circa a un caprone di fine I secolo d.C. con testa del ‘600 attribuita a Gian Lorenzo Bernini, perché l’intesa vuole metterle come giusto a disposizione di tutti noi cittadini. «Come politica culturale – continua l’archeologo e storico dell’arte sempre attento ai valori civili – ciò significa ritornare anche alle intenzioni del principe Alessandro Torlonia quando aprì il museo nel 1875. Lui stesso aveva sentito il bisogno di rendere visibile quanto aveva raccolto. Poi la storia è andata in maniera diversa. A Roma Palazzo Doria Pamphilj è una collezione meravigliosa di proprietà della famiglia e ci possiamo andare tutti, Villa Borghese è dello Stato, così collezioni di tale rilievo pur private devono essere aperte al pubblico. Il ministero dei beni culturali ha avuto un ruolo primario: Gino Famiglietti, nel 2016 direttore generale delle Belle Arti, Archeologia e Paesaggio e ora in pensione, accompagnò il ministro Dario Franceschini dal principe Alessandro Torlonia (1925-2017, ndr) e i due ebbero un colloquio risolutivo. Franceschini sarà stato il quindicesimo ministro andato a parlare con i Torlonia ma per qualche ragione gli altri non si erano mai intesi. Ora si sono intesi, cerchiamo di vedere che il museo Torlonia sia fatto e sia fatto presto».

Il dilemma della sede: che si dice di Palazzo Silvestri Rivaldi?
Il museo Torlonia? Già, è il nodo centrale, il motivo che rende questo appuntamento un impegno preso per le generazioni a venire: le 92 sculture affascinano ma se restano così diventano un altro magnifico incompiuto. Qualcuno auspica che in futuro vengano esposti i 620 pezzi della raccolta proclamandoli tutti capolavori a prescindere (e magari non ne ha visti nessuno), tuttavia la mostra “I marmi Torlonia. Collezionare capolavori” va intesa sia come un esercizio di bellezza che conforta, sia come preludio al pubblico godimento. Però dove? In quale sede adeguata? In passato si parlò di un edificio da risistemare affacciato sul Circo Massimo, in via dei Cerchi. Non se ne fece niente. Franceschini come molti altri ipotizza Palazzo Silvestri Rivaldi, edificio cinquecentesco in centro che ebbe il giardino sventrato per i lavori per i Fori Imperiali negli anni ’30 del secolo scorso.
«Questo è un primo passo importante – commenta in una nota il ministro - perché la strada che si vuole intraprendere porta all’individuazione di un luogo a Roma, condivisa con gli eredi Torlonia, dove rendere visibili per sempre queste opere. Lo Stato è disponibile a dedicare luoghi e risorse adeguate a un simile museo. Una sede prestigiosa come Palazzo Rivaldi, per il cui restauro è già deliberato un finanziamento di 40 milioni di euro, si potrebbe prestare a ospitare la collezione Torlonia».

Daniela Porro, storica dell’arte, alla guida della Soprintendenza speciale archeologia, belle arti e paesaggio di Roma (dello Stato) pone questioni concrete e reali: «Per un museo simile occorre affrontare un problema tecnico: che i pavimenti reggano i pesi di tante sculture». Si parla infatti di tonnellate di marmo, non di colori su tela. E quante delle 620 opere potremo vedere? «Potremo esporne molte a rotazione», afferma a globalist.it.
«Palazzo Silvestri Rivaldi è un’ipotesi – conferma alla nostra testata Alessandro Poma Murialdo, nipote del principe Alessandro Torlonia che aveva siglato l’accordo con il ministero - Dovrà essere una decisione condivisa da tutte le parti e basata anche su analisi tecniche. È una scelta delicata: resterà per secoli. Speriamo di far decollare il progetto definitivo. Come Fondazione intanto garantiamo la promozione degli studi e della conoscenza su tutte le sculture».

Qualche ulteriore informazione, in sintesi, potrà essere utile.
Il percorso espositivo scandito in sale dai colori diversi si conclude nella spettacolare esedra dei Musei Capitolini, quella con la statua in bronzo di Marco Aurelio. Il Comune con la sindaca Virginia Raggi ha concorso direttamente alla riuscita della mostra, tra l’altro aprendo l’ala di Villa Coffarelli.
La rassegna doveva aprire ad aprile, il Covid ha imposto il rinvio e impone ingressi contingentati. Per la medesima ragione il tour in grandi capitali del mondo resta in programma ma causa pandemia il calendario delle tappe per ora aspetta.
L’allestimento è stato curato dallo studio dell’architetto David Chipperfield Architects Milano scelto da Settis su una rosa di proposte. Le sculture sono state restaurate con finanziamento della Maison Bulgari. L’organizzazione e il catalogo sono firmati da Electa, società Mondadori.

Per info e prenotare, clicca qui (Fondazione Torlonia)
Oppure clicca qui (Electa musei)