La Biennale rilegge il ‘900 dal fascismo in poi, la Quadriennale apre a queer e gender fluid

L’ente veneziano propone il secolo breve con una formula inedita tra cinema, arte e le altre discipline. L’istituzione romana cerca vie alternative con la mostra “Fuori”

Contestazioni alla Mostra del Cinema di Venezia del 1968. Foto: Ferruzzi. Fonte: Biennale di Venezia

Contestazioni alla Mostra del Cinema di Venezia del 1968. Foto: Ferruzzi. Fonte: Biennale di Venezia

redazione 15 luglio 2020
di Stefano Miliani

Nel 1936 il gerarca nazista Goebbels andò alla Mostra del cinema di Venezia e il regime fascista comprese “la potenza propagandistica del cinema che fino ad allora aveva sottovalutato”. Così dal 1938 la Biennale di fatto perse quello “statuto privilegiato di autonomia” di cui aveva fino ad allora goduto. Rievoca quel passaggio drammatico che segnò una svolta anche tra il potere politico e la nuova arte del XX secolo Alberto Barbera, direttore della mostra del cinema veneziana nella presentazione via web di un appuntamento mai sperimentato.

Causa coronavirus, causa rinvio della Biennale di architettura dal 2020 al 2021 e di quella delle arti visive dal 2021 al 2022, l’ente presieduto da Roberto Ciccuto organizza la mostra “Le muse inquiete. La Biennale di fronte alla storia”. L’appuntamento si tiene nel Padiglione Centrale ai Giardini dal 29 agosto all’8 dicembre, è realizzato dall’Archivio storico della Biennale – ASAC, con l’Istituto Luce-Cinecittà e Rai Teche e con archivi italiani e stranieri. Lo firmano i sei direttori dei rispettivi settori: Cecilia Alemani per le arti visive, Barbera per il cinema, Marie Chouinard per la danza, Ivan Fedele per la musica, Antonio Latella per il teatro, Hashim Sarkis per l’architettura.

“È un viaggio nella storia della Biennale che si è intersecata con quella dell’Italia e del mondo, tra guerre, conflitti sociali e scontri generazionali, che ha funzionato come sismografo. Il titolo delle muse si riferisce alla mitologia greca e anche al dipinto delle ‘Muse inquietanti’ esposto da De Chirico nel 1948. Ma qui sono muse inquiete perché si misurano con il mondo”, ha osservato in conferenza stampa via web Cecilia Alemani. Come avverte l’ente, sarà un percorso a tappe “dagli anni del fascismo (1928-1945) alla guerra fredda e ai nuovi ordini mondiali (1948-1964), dal ’68 alle biennali di Carlo Ripa di Meana (1974-78), dal Postmoderno alla prima Biennale di Architettura fino agli anni ’90 e l’inizio della globalizzazione”. Finita l’autarchia fascista e la seconda guerra mondiale, la Biennale affiancherà la ricostruzione anche culturale aprendo nel 1948 a Picasso, agli Impressionisti, alla modernità americana. Da lì, passando per le durissime contestazioni del 1968 fino al crollo del mondo sovietico, arriverà a visioni globali come la ebbe il geniale Harald Szeemann curando la bellissima mostra d’arte del 1999.

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La Quadriennale di Roma va “Fuori”
Curiosamente, ma non casualmente, un’altra istituzione invece riprende il passo per superare la propria storia, molto più accidentata della Biennale: è la Quadriennale di Roma. Nacque in pieno fascismo, nel 1927, per promuovere artisti italiani, arrivò a tempi di scarsa rilevanza, saltò l’edizione 2012, risollevò la testa nel 2016 quando ne prese la direzione Franco Bernabè. Nello stesso giorno della Biennale l’istituto romano oggi presieduto da Umberto Croppi ha presentato l’appuntamento 2020 che titola “Fuori”: si svolgerà dal 29 ottobre al 17 gennaio 2021, al Palazzo delle Esposizioni a Roma con 43 artisti di generazioni diverse scelti da Sarah Cosulich e Stefano Collicelli Cagol.

Che taglio avrà? Riprendiamo dal comunicato stampa che rende l’idea almeno del taglio ideologico: “Fuori è un riconoscimento degli approcci femminili, oltre che femministi, delle ricerche, nell’ambito queer e degli immaginari gender fluid nella storia dell’arte contemporanea, con un esplicito omaggio all’esperienza del ‘Fuori!’, la prima associazione per i diritti degli omosessuali, formatasi agli inizi degli anni Settanta (…) L’intento è delineare un percorso alternativo nella lettura dell’arte italiana dagli anni Sessanta a oggi”.

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