Lo strano caso del dottor Schmidt tra Uffizi e Vienna

Il direttore doveva andare al Kunsthistoriches Museum: rinuncia, non lo dice in pubblico e lo rivelano le autorità austriache

Eike Schmidt con la Venere di Tiziano agli Uffizi. Foto Gallerie degli Uffizi

Eike Schmidt con la Venere di Tiziano agli Uffizi. Foto Gallerie degli Uffizi

redazione 4 ottobre 2019
Stefano Miliani

Vado, non vado più, anzi resto. A dispetto di quanto annunciato. Il discorso riguarda Eike Schmidt, direttore degli Uffizi a Firenze. Nominato nel 2014 da Dario Franceschini nella prima informata dei venti direttori di musei autonomi, entrato in funzione nel 2015, il 31 ottobre scadeva il mandato quadriennale rinnovabile per altri quattro, se aveva portato risultati in termini di visitatori e gestione del museo.

Peccato che nel settembre 2017 il tedesco Schmidt aveva annunciato che sarebbe andato a dirigere un colosso come il Kunsthistoriches Museum di Vienna: un annuncio francamente sgarbato nei confronti del ministro e della città perché era ancora a metà del guado, non alla fine. Nei giorni scorsi le autorità austriache, irritate, hanno fatto sapere per via mediatica che Schmidt rinunciava, aveva ritirato il suo passaggio nella città degli Asburgo. Non è un mistero che lo storico dell’arte si sia affezionato a Firenze e voglia portare avanti il suo tragitto e i cambiamenti in corso applicati agli Uffizi e musei accorpati alle Gallerie: Palazzo Pitti, il Giardino di Boboli, cui l’ex ministro Bonisoli ha aggiunto ad agosto la Galleria dell’Accademia (con il David e i Prigioni di Michelangelo) e il Museo di San Marco.

Tutti insieme, i musei così assommati raggiungeranno i sei milioni di visitatori l’anno portando il direttore nella top ten mondiale degli ingressi. Schmidt in realtà voleva restare da tempo, pur svicolando sempre alle domande dirette dei cronisti quando chiedevano senza mezzi termini: va o resta? La decisione finale spetta a Franceschini: la scadenza è il 31 ottobre. Tutto lascia presagire che Schmidt rimarrà dacché il ministro lo scelse cinque anni fa e disarcionarlo adesso sembrerebbe un’ammissione di errore mentre il direttore ha ottenuto molti dei risultati richiesti dal ministro di allora tornato da poco in carica.

Agli austriaci comprensibilmente la retromarcia non è piaciuta: il ministro per l’arte e la cultura austriaca Alexander Schallemberg ha manifestato per via mediatica il sou disappunto e ha ragione. Il ministro dei beni culturali italiani ha chiarito che non vuole scontri e problemi diplomatici con Vienna perché sulle faccende d’arte e cultura è facile incrinare i rapporti diplomatici. Soprattutto deve essere messo in chiaro un fatto: se Vienna avesse voluto  il pagamento di una penale (devono trovarsi un direttore quando ricercare figure simili richiede tempi lunghi e programmazione), avrebbe dovuto pagarla il diretto interessato , non certo le casse pubbliche.

Senza entrare nella gestione degli Uffizi e degli altri musei, Schimdt è un comunicatore abilissimo. Nella vicenda viennese ha però peccato di poco garbo due volte: nel 2017, verso Firenze e i musei italiani, quando rese pubblico il suo trasloco a Vienna a fine mandato (e quando il suo contratto prevede la possibilità di rinnovo); adesso, quando sono state le autorità austriache a comunicare la sua rinuncia a Vienna, spiazzandolo. Lo storico dell’arte ha capacità diplomatiche, quindi se la caverà. Però con quel gioco del “vado non vado” sarà stato astuto,  ma poco rispettoso delle istituzioni.