Paolo Pellegrin a Marco Aime: “Una foto può smentire i revisionisti sui lager”

Il fotografo, con una mostra a Pistoia, dialoga con l’antropologo e scrittore per il festival “Dialoghi sull’uomo”

Lesbo, Grecia, 2015, particolare. © Paolo Pellegrin/Magnum Photos

Lesbo, Grecia, 2015, particolare. © Paolo Pellegrin/Magnum Photos

redazione 5 giugno 2019
La decima edizione del festival “Pistoia – Dialoghi sull’uomo”, tenuto dal 24 al 26 maggio scorso, ha una parte espositiva che racconta i drammi dei nostri tempi attraverso uno dei fotografi più sensibili e attenti nel panorama internazionale: Paolo Pellegrin. La rassegna, ingresso libero, dal titolo “Confini di umanità” è nelle Sale Affrescate del Palazzo Comunale di Pistoia fino al 30 giugno e comprende 60 scatti, in parte inediti, da Algeria, Egitto, Kurdistan, Palestina, Iraq, Stati Uniti.
Per il festival diretto da Giulia Cogoli l’antropologo e scrittore Marco Aime ha intervistato il fotografo nato a Roma nel 1964 e ora di casa a Londra: pubblichiamo l’intervista su concessione di “Dialoghi sull’uomo”. L’ultimo titolo di Aime uscito in libreria è L'isola del non arrivo. Voci da Lampedusa (Bollati Boringhieri, 2018).

Marco Aime: foto intrise di umanità

Paolo Pellegrin è uno tra i fotoreporter contemporanei più noti e originali. Le sue immagini hanno fatto il giro del mondo e documentato realtà spesso estreme. Pellegrin usa la macchina fotografica come una spada, trancia frammenti di realtà, trasformandoli in un tutto, per indurre l’osservatore a pensare, a ricostruire con la sua immaginazione ciò che ha visto. In questo modo innesca una sorta di dialogo tra autore e fruitore. Ѐ davvero così? Qual è il rapporto tra chi scatta fotografie e il suo pubblico?
Sì, credo sia così. Penso ad una fotografia tesa a stabilire uno scambio attivo e dinamico con chi la guarda, è come un invito da cui può nascere una sorta di conversazione con il lettore. Io definisco le mie foto “non finite”, perché esprimono l’intento, le opinioni, le sensazioni che ho in quel dato momento, ma poi, quelle stesse immagini, vengono completate, finite, quando incontrano lo spettatore, che io non conosco, ma che ho sempre presente quando scatto.

Una fotografia è un ritaglio di tempo e di spazio minimi, ma può raccontare storie grandi, è in grado di farlo. Chi inquadra e scatta, è cosciente di scrivere potenzialmente un pezzo di storia?
Penso di sì. La fotografia ha una grande capacità di diventare metafora, di trattare un tema specifico – quel giorno, raccontando quella determinata persona – ma allo stesso tempo di connettersi a temi più ampi. Inoltre, questo mezzo espressivo instaura un rapporto, per quanto parziale, con i frammenti del reale, per questo può assumere lo statuto di documento: se uno storico revisionista afferma che i campi di sterminio non sono esistiti, può essere smentito dalle prove fotografiche.

Le sue foto sono intrise di umanità e di pietas. Valgono anche per un fotografo le parole di Kapuściński: “Il cinico non è fatto per questo mestiere?”
Ci sono molti tipi di fotografi, per quanto riguarda la mia esperienza posso dire che ho fatto a tal punto mie le parole di Kapuściński che, a volte, questo mestiere non riesco più a farlo. Non è mai facile stare davanti alla sofferenza dell’altro. Non ci si abitua mai. Non sono mai riuscito a creare una barriera, anche perché, se questo avvenisse, andrebbe perso il senso e la qualità di ciò a cui tendo. Nel tempo, credo di essere diventato più sensibile.

In un’epoca in cui, grazie alle nuove tecnologie, si produce una sovrabbondanza di immagini (immagini, non fotografie), qual è il ruolo del fotografo professionista in questo mare magnum di suggestioni visive che ci avvolge costantemente, in ogni attimo della nostra esistenza?
Uno dei suoi compiti, in questo momento, è proprio di cercare di rallentare. Credo che un certo tipo di fotografia, che richiede una partecipazione attiva da parte dello spettatore, possa richiamarsi all’esperienza artistica e, quando è tale, è sempre trasformativa. Se si entra nella Cappella Sistina, se ne esce trasformati, in un certo senso “aumentati”. La fotografia contiene questa possibilità. È chiaro che si deve essere disposti ad essere modificati, ad entrare in empatia con il lavoro del fotografo. Io credo che la paternità di una foto sia mia, ma poi assume una vita propria nell’incontrare lo sguardo dell’altro.

L’accelerazione che caratterizza la nostra epoca innesca una sorta di consumo sempre più rapido, anche per quanto riguarda la fotografia. Non crede che invece la fruizione della foto richieda tempo per sedimentarsi ed essere elaborata?
Certo, come dicevo prima, questo è il suo potere, proprio perché non si muove e non c’è l’audio. Tutto ciò che non ha, richiede uno sforzo in più da parte dello spettatore ed è qui il seme dello scambio.

Il sito della mostra