Tex, il mito che rimette a posto la storia del West

Il 30 settembre 1948 usciva il primo numero. A Milano una mostra celebra i 70 anni arricchita da prime pagine di quotidiani. Ecco le ragioni di un successo che sfida ogni crisi

Particolare di una tavola di Tex Willer (con Kit Carson) alla mostra di Milano

Particolare di una tavola di Tex Willer (con Kit Carson) alla mostra di Milano

redazione 27 settembre 2018

Enzo Verrengia


I 70 anni di Tex sono anche quelli della Repubblica italiana nata dall’antifascismo, dalla Resistenza, dal referendum che scalzò la monarchia e dall’articolarsi di un processo democratico pienamente compiuto dopo lo scontro fra i due grandi partiti popolari del dopoguerra. Non è retorica di circostanza, bensì la dinamica della mostra aperta dal 2 ottobre 2018 al 27 gennaio 2019 al Museo della Permanente di Milano e patrocinata dal Comune del capoluogo lombardo. Gianni Bono, storico e studioso del fumetto italiano, supportato dallo staff dei Sergio Bonelli Editore, ha pensato infatti esporre in parallelo le tavole e l’intera iconografia del personaggio con le prime pagine dei quotidiani sulle quali si legge la storia del dopoguerra nazionale. Tutto questo è “Tex. 70 anni di un mito”.
Tex non perde consensi
Oltre 200 mila copie al mese: il Far West virtuale, tutto italiano, di Tex tiene alla crisi di vendite del fumetto. La perdita del predominio cartaceo nell’industria dell’evasione non tange il ranger immarcescibile. Tex Willer seguita a mantenere consensi fra lettori che cercano sulle sue tavole il ripetersi di uno schema d’azione che lascia integro l’eroe e pronto agli episodi successivi. Per quanto non sia dotato di ultrapoteri, gli si applica quello che Umberto Eco ha definito in Superman “un intreccio senza consumo”. Le esperienze oltre il limite delle comuni risorse umane non logorano il personaggio seriale. Nessun trauma ne condiziona, modifica o svilisce il carattere. Ogni volta Tex torna a regalare prodezze.
Milano, capitale della produzione e della concretezza operativa. Il divorzio non è previsto per legge, solo la separazione legale. Tea Bertasi rompe il matrimonio con Gianluigi Bonelli e ne rileva la casa editrice, dal nome leggendario: Audace. Andava benissimo nel ventennio conclusosi a piazzale Loreto, comunque regge anche fra le macerie della ricostruzione. Solo che si deve rinnovare il parco delle testate per ragazzi. Furio Almirante andava bene ai tempi dell’orbace, adesso occorre dell’altro. La Bertasi conosce il disegnatore Aurelio Galleppini, in arte Galep, e gli sollecita l’ideazione di una serie a fumetti. Lui accetta e ne sforna due: Occhio Cupo per il formato albo e Tex Killer per i giornalini a strisce. La Bertasi fa un aggiustamento, Willer. Il cognome originario le pare troppo violento. Galep disegna i due cicli nel salotto di casa Bertasi. Il 30 settembre del 1948 esce il primo numero di Tex con una tiratura di 50 mila copie. Il successo è immediato. Malgrado il formato “povero”, le sue vendite vanno meglio di quelle di Occhio Cupo.
Tex non è Gary Cooper (e Galleppini reinventava il West)
Tex potrebbe somigliare a Gary Cooper, mentre si scoprirà che Galleppini ha trasposto in china proprio se stesso. Quanto ai fondali western, mancava oltre mezzo secolo a Google Earth, eppure abbondavano gli atlanti illustrati. Se n’era servito Salgari. Galleppini ricorse ad una personale risorsa visiva. Le montagne dolomitiche, dove trascorreva le estati. Gli bastava alternarle sulla pagina a distese brulle. Non espe¬diente bensì sovrapposizione di due matrici emotive, una lontana e vagheggiata, l’altra vicina e frequentata. L’ennesima forma di reinvenzione del West. A ciò si aggiunge il potere di costruzione narrativa di Gianluigi Bonelli, robusto scrittore di avventura prima che sceneggiatore di tavole, ed in questo per nulla tradito dal retroterra di testi privi di illustrazioni. Lui stesso si considerava “un romanziere prestato al fumetto Basterebbe rileggersi tre suoi libri usciti alla fine degli anni trenta, Le tigri dell’Atlantico, I fratelli del silenzio e Il crociato nero. Vi si trovano una vena d’azione ed un intreccio made in Italy che niente aveva da attingere al pulp americano. Tale da serbargli questa sua origine professionale anche dopo l’ascesa popolare di Tex. Nel 1953, la casa editrice pubblicò Il massacro della Golena, di Gianluigi Bonelli, corredato da illustrazioni in bianco e nero di Galep. Il romanzo poi tornò in allegato, come inserto-omaggio per festaggiare i primi sessant’anni di Tex. E stavolta c’erano disegni a colori di Aldo Di Gennaro.
Un’alchimia irripetibile
L’alchimia irripetibile del personaggio, pertanto, sgorga dagli stessi autori, proprio secondo le indicazioni della filosofia ermetica, che voleva tutte le manipolazioni della materia vissute soprattutto su se stessi. In ciò si innesta la stilizzazione degli scenari americani ricalcati sulle vette trentine da parte di Galleppini. Lui non sentì il bisogno di andare a catturare il Far West nella sua dislocazione naturale, alla stessa stregua di Sergio Leone che girò C’era una volta il West nella Monument Valley di Wayne e Ford. Gli pareva, giustamente, più efficace ricercare quelle atmosfere in se stesso e in un modo che sapeva riconoscere al punto da poterlo trasfigurare.
Dietro le quinte di quel mito nascente, si aggirava il compianto Sergio Bonelli, figlio di Gianluigi, che poi avrebbe ricordato: «Ero un “ragazzo di bottega”, a quell’epoca, nella microscopica Casa editrice Audace diretta da mia madre Tea Bonelli, e, tra un impegno scolastico e una partita di calcio, mi ero assunto il compito di rispondere alle domande che i lettori ci facevano pervenire in grande numero. “Caro Tex…” cominciavano molto spesso così quei messaggi che, nella grafia incerta, rivelavano la giovanissima età e l’ingenuità dello scrivente, tanto profondamente convinto che, non certo a Milano, ma in qualche angolo dell’Arizona esistesse veramente un individuo vestito come Tom Mix…»
I moralisti rosiconi
Non mancarono i moralisti rosiconi. Per alcuni di loro Tex «sparava con troppa facilità, ammiccava a donne scollacciate e parlava con un linguaggio troppo colorito». In realtà, si trattava di un’opera cartacea dalle implicazioni dense e anticipatrici. Decenni prima del western crepuscolare, di sinistra, le tavole di Galleppini mostravano l’essenza della Frontiera. Ne catturavano lo spirito immanente per gli americani, da cui si è partiti. Perché Tex rimette a posto la storia della conquista del West senza bisogno di esagerare col politically correct. I suoi indiani non sono né romanticamente improbabili, come nella ci¬nematografia degli anni ’70, né manicheisticamente terribili come nei film della vecchia Hollywood. Semplicemente rispondono alle esigenze della saga. Fedelissimi di Tex, capo bianco dei Navajos con il nom de plume di Aquila della Notte, o infidi abitanti di territori sconosciuti, che per i coloni sono una sfida in termini di intelligenza e risorse. Tex, quindi, quale esempio di un genio inventivo che dall’Italia si può ascri¬vere all’Europa, che ha il pieno diritto di ricostruirsi in casa propria un’America scoperta e colonizzata. Ritrovando, col favore della distanza, la prospettiva ormai perduta dai cugini d’oltreoceano. Gli indiani non sono né cattivi né buoni selvaggi. Hanno cultura, tradizioni e diritti che i bianchi calpestano. Nel contempo, sanno sfoderare un’aggressività connaturata per la specie dei cacciatori.
Tex salta a cavallo, galoppa nelle praterie e tra i canyon, mena le mani, tende imboscate o se ne sottrae, spara, sa interpretare il linguaggio della natura, sottile ma privo di distorsioni. Nei suoi albi il fumetto compete alla pari e la spunta sull’arte del XX secolo, il cinema. Con gli inchiostri di Galleppini, è un mezzo di comunicazione e fruizione attivo, vitale, stimolante e rinfrancante. Occorre idearlo, scriverlo, realizzarlo al tratto con mesi di paziente lavorazione, distribuirlo nelle edicole e scendere di casa per andare ad acquistarlo. Poi, durante la lettura, riempire con l’intervento creativo della mente gli spazi espressivi che si affidano solo alle nuvolette, per i dialoghi, e alle onomatopee, per i rumori. E nessuno più di Tex si presta ad incarnare lo specifico di un linguaggio che pare vincolato quando invece è vasto, più della letteratura.
La grafica è la sua dimensione, non il cinema
Proprio per questa specificità grafica, non andò benissimo il tentativo di riproporlo veramente in pellicola. Il film Tex e il signore degli abissi, diretto nel 1985 da Duccio Tessari, alla cui sceneggiatura partecipò lo stesso Bonelli, non resta negli annali delle versioni cinematografiche di personaggi a fumetti. Non lo salvò nemmeno l’interpretazione di Giuliano Gemma, a sua volta carismatico cow-boy di fattura italiota. Anzi, il colore chimico delle immagini ne sminuì la presa. Le linee sintetiche delle vignette risultavano di gran lunga più avvincenti. Per non dire della colonna sonora e delle voci. Una sovrastruttura fonetica che toglieva appunto il piacere di sentire ciascuno da sé, per endofasia, i timbri e le tonalità delle nuvolette, gli scoppi di pistolettate e fucilate, quello che il fumetto suggerisce.
È del 2011 l’autobiografia immaginaria di Tex Willer, scritta da Mauro Boselli, che dal 1994 cura i testi di Aquila della Notte. In Il romanzo della mia vita, l’autore compie la materializzazione del personaggio in una tipologia letteraria. E l’esperimento riesce meglio che al cinema. A riprova del fatto che Tex ha una consistenza tutt’altro che bidimensionale.


Il sito della mostra: clicca qui