Jan Brokken: «Jan Zwartendijk, un Giusto che salvò ebrei perché era umano»

L’autore di “Anime baltiche” pubblica “I giusti”, storia del manager olandese in Lituania: «Nel 1940 vide cosa preparavano i nazisti e altri non vedevano»

Jan Zwartendijk, al centro della foto

Jan Zwartendijk, al centro della foto

redazione 2 marzo 2020
di Rock Reynolds

Ogni nuovo libro di Jan Brokken è un piccolo-grande evento. Questo autore olandese, come pochi altri, sa quali parole tener fuori per dare maggior peso a quelle che utilizza, riuscendo immancabilmente a regalare al lettore analisi lucide e garbate, quale che sia il tema affrontato.
Jan Brokken usa la storia come se fosse poesia, rendendo liriche persino le pagine più brutali del cammino dell’uomo, restituendo dignità ai deboli, dando il giusto peso alla bellezza e all’arte, senza mai rinunciare a raccontare gli eventi con la lucidità dello scienziato: quasi un’ossessione che percorre, come un elegante filo rosso, tutti i suoi libri pubblicati in Italia, a partire da Anime Baltiche, una lettura commovente e illuminante.
I Giusti (Iperborea, traduzione di Claudia Cozzi, pagg 636, euro 19,50), l’ultima fatica di Jan Brokken, si concentra sulla oscura figura di un improbabile filantropo, il manager olandese Jan Zwartendijk che, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, consentì a migliaia di ebrei di mettersi in fuga dallo sterminio nazista nella cupa Kaunas, in Lituania.
Da sempre appassionato di cultura e vicende dell’Europa Orientale, anche stavolta finisce per parlarcene, forse perché quella porzione di mondo nel Novecento fu teatro di eventi rivoluzionari balzati alle cronache internazionali e di grandi tragedie tenute nascoste per motivi comuni da regimi contrapposti.

Prima di tutto, come le è venuto in mente di scrivere questo libro?
La questione centrale ne I giusti è perché certe persone prendano decisioni giuste al momento giusto o, più in generale, cosa renda qualcuno una brava persona. Ho scritto tanto del male. Questo libro è uno studio sulla bontà.
Jan Zwartendijk è olandese come lei, ma immagino che non l’abbia scelto per questo, vero?
Un professore di yiddish all’università di Vilnius, Dovid Katz, mi mostrò, penso nel 2007, nel modestissimo museo ebraico di Vilnius una foto di Jan Zwartendijk. “Quest’uomo”, mi disse, “era il console olandese in Lituania e salvò la vita di migliaia e migliaia di ebrei. Eppure nessuno lo conosce. Lei è uno scrittore olandese: se non scrive di lui, dovrà vergognarsene”. Jan Zwartendijk rimase in Lituania dal 1938 al 1940. In quel breve periodo, fu il direttore della filiale lituana della Philips. Chiesi al professor Katz in che momento aveva salvato quegli ebrei. In un periodo molto particolare: tra il luglio e l’agosto del 1940. Nell’estate del 1940, Jan Zwartendijk disse ai suoi figli: “Devo aiutare quella gente, altrimenti è spacciata, verrà uccisa”. In quell’istante, mi venne voglia di scrivere un libro su di lui, di scoprire la risposta a questa domanda: perché lui previde quello che altri non videro o non vollero vedere? Persino nel 1943, c’erano ancora tante persone che non volevano credere che gli ebrei fossero in pericolo e che esistesse una cosa come l’Olocausto.
E perché Jan Zwartendijk capì cosa stava succedendo?
Per rispondere a questa domanda, ho dovuto conoscere la sua intera biografia. Jan Zwartendijk era un uomo davvero speciale, un manager che si chiedeva costantemente cosa fosse a fare di un uomo una brava persona. Scoprì un sistema legale o pressoché legale per aiutare i rifugiati. Trovò pure un sistema per finanziare la loro fuga. Guardate cosa succede oggigiorno! Il caos, il disordine. Con il caos, si distruggono vite. Quell’uomo era intelligentissimo. Non voleva essere un eroe. So quanto possano essere pericolosi gli uomini quando vogliono essere degli eroi. Jan Zwartendijk disse ai suoi figli: “Faccio quello che devo fare”. Non per convinzioni politiche o religiose. Se pensate che essere Giusto significhi essere cristiano o liberale o socialista, dovete leggere questo libro. Jan Zwartendijk aveva un alto senso etico. Era un Giusto perché era umano. Niente di più e niente di meno: solo umano.
Cos’è che ha fatto dei Paesi Baltici, della Polonia e dell’Ucraina il teatro di alcune delle peggiori tragedie del Novecento?
Alla fine del XVIII secolo, la zarina Caterina II (1762-1796) creò la “zona di residenza”: gli ebrei vennero spediti in quest’area comprendente Lituania, Lettonia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia e uno sbocco sul mare con un corridoio fino a Odessa. Circa cinque milioni di ebrei russi, per lo più poverissimi, furono mandati lì, il 40% della popolazione ebrea mondiale di quel tempo. Solo gli ebrei ricchi o quelli di grande eminenza scientifica, medica e artistica ebbero il permesso di restare in altre zone della Russia, soprattutto a San Pietroburgo e a Mosca. Nella zona di residenza, gli ebrei avevano il diritto di comprare terre e avviare fattorie. Ma entrarono subito in conflitto con i poverissimi contadini di quelle regioni. Nel XIX secolo, iniziarono a organizzarsi nel Bund, il sindacato ebreo. C’è uno stretto legame tra il Bund e la grande rivolta dei contadini e dei braccianti del 1905 e poi la rivoluzione d’ottobre del 1917. La migrazione forzata di tanti milioni di persone destabilizzò l’intera area per oltre 200 anni.
Lei pensa che un ruolo lo abbia giocato anche la resilienza quasi naturale delle popolazioni baltiche?
La storia di Estonia, Lettonia, Lituania e Ucraina è fatta di secoli di occupazione, oppressione e violenza da parte delle grandi potenze: Svezia, Russia e Germania. Sopravvissero perché non persero mai la fede nella loro lingua e cultura, pur perdendo tante vite. Alcune popolazioni furono decimate: 230.000 ebrei in Lituania e Lettonia, ancor più in Ucraina. Altre vennero espulse: tutti quelli che parlavano tedesco da Estonia e Lettonia. Tutti i disastri avvenuti in Europa avvennero pure lì, con modalità addirittura peggiori e più a lungo. E in nazioni estremamente cattoliche come Polonia e Lituania c’erano forti sentimenti antisemiti.
Come si fa a coniugare tragedie simili e scenari di grande bellezza e cultura come quelle di quei paesi?
Quando tutto va male, la cultura prospera. Perché più peggiorano le cose, più ardua è la sfida che un artista affronta per una dare risposta profonda. Mark Rothko – un ragazzo ebreo lettone il cui vero nome era Markus Rothkowitz – mise nei suoi quadri tutto il rosso del sangue visto da bambino nella rivolta del 1905. Marc Chagall creò un mondo da fiaba, la sua risposta a violenza e povertà. Romain Gary, il romanziere, la trovò nell’umorismo. Jaan Kroos nelle storie surreali.
Secondo lei in qual modo si può contrastare l’insorgenza dei movimenti dell’estrema destra europea? La cultura e gli esempi di figure come Jan Zwartendijk possono aiutare?
Conoscere la storia non garantisce che si evitino gli stessi errori già commessi. Con i miei libri non invio messaggi. Ma molti lettori, soprattutto giovani, mi dicono che si fanno la domanda se, nelle stesse circostanze, avrebbero fatto le stesse cose. Da quel punto di vista, Jan Zwartendijk è un esempio. Ancor più di Oskar Schindler, perché Schindler qualche macchia l’aveva. Jan Zwartendijk non fu mai affascinato dal nazismo e sua moglie, una cecoslovacca di lingua tedesca, ancor meno.
Nei suoi libri, gli ebrei compaiono spesso. Crede che si possa essere analizzare lucidamente la storia di tale popolo ed esprimere comunque una critica di quanto oggi lo stato di Israele sta facendo in Medio Oriente, senza essere tacciati di antisemitismo?
Non scrivo pamphlet politici, scrivo romanzi che romanzi non sono. Uno dei miei obbiettivi con I giusti era non solo raccontare le vite dei salvatori ma pure quelle dei salvati. I giusti contiene una storia particolarmente dolorosa, quella di Nina, che finalmente raggiunge Israele e deve affrontare un terribile blocco morale. Non sono in grado di riassumerla in poche righe e dovrete leggere il libro. A ogni buon conto, non eludo nessuna domanda difficile, a patto che siano i miei protagonisti a lottare con tali questioni.