Un carcere in forma di casa di lavoro: De Vanna inquadra il paradosso dei “fine pena forse”

Gli internati non sono più detenuti ma vivono una situazione assurda che impedisce il reinserimento. Uno studio con testimonianze mostra una drammatica realtà

Un'opera di street art a Roma: non è connessa in alcun modo alle case di lavoro naturalmente

Un'opera di street art a Roma: non è connessa in alcun modo alle case di lavoro naturalmente

redazione 23 dicembre 2020
di Rosaria Pirosa

Chi ha finito di scontare una pena, e viene ritenuto ancora socialmente pericoloso, può essere internato in un’istituzione da sempre ignorata: la casa di lavoro.
Si tratta nella sostanza di un contesto che rischia – paradossalmente – di chiedere ancora di più del carcere, perché subordina la fine dell’internamento a una condizione di fatto impossibile per chi non ha un lavoro, solidi riferimenti familiari sul territorio o una residenza.
Detenuti, ergastolani definiti “comuni o “ostativi” in relazione alla possibilità di accedere alla liberazione condizionale, ex detenuti, internati nelle cosiddette R.E.M.S (Residenze per l’Esecuzione della Misura di Sicurezza) – che con la legge n. 81 del 30 maggio 2014 hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari – molto spesso, non sono pensati come persone rese vulnerabili e inabili al “reinserimento sociale”, ma più comunemente come “soggetti socialmente pericolosi”.

Sugli internati nelle case di lavoro presenti nel territorio nazionale, tuttavia, non incombe neppure questa etichetta, ma solo gli effetti incapacitanti di una misura di sicurezza detentiva, che tutt’ora, attraverso la previsione di cui all’articolo 216 del codice penale vigente, permane nell’ordinamento giuridico italiano, pur essendo stata introdotta nel lontano 1930 in pieno regime fascista.
Risponde all’esigenza di portare alla luce questa parte di realtà per la gran parte sconosciuta o ignorata, l’opera curata da Francesco De Vanna Misure di sicurezza e vulnerabilità: la ‘detenzione’ in casa di lavoro (Mucchi, 2020, collana “Prassi sociale e teoria giuridica”: clicca qui per la scheda editoriale), che mette a tema – a partire da una tavola rotonda organizzata, il 17 febbraio 2020, dal CRID – Centro di Ricerca Interdipartimentale su Discriminazioni e vulnerabilità presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’università di Modena e Reggio Emilia – quella che nell’ordinamento giuridico italiano rischia di assumere la forma di un “ergastolo bianco”, ovvero l’assegnazione alla casa di lavoro.
Più precisamente un “ergastolo traslucido” o “invisibile”, fuori dallo sguardo della società e delle istituzioni come le chances e le esistenze di coloro che vi rimangono trattenuti.
L’associazione di una pena – l’ergastolo – ad una misura di sicurezza detentiva – l’assegnazione alla casa di lavoro – sotto un profilo strettamente giuridico, potrebbe suonare come un’espressione atecnica e, in generale, eccessiva.

L’esperienza degli internati, che viene restituita con attenzione e rispetto nel libro, dimostra il contrario: sono ben cinque le testimonianze raccolte.
“Si entra dopo aver completamente scontato la pena, quindi agli occhi di chi non se ne intende, potremmo semplificare che sei un ex-detenuto ancora detenuto. Ecco, quindi l’altra ipocrisia: diventi ‘internato’, ed è proprio questo che frega perché quei pochi benefici possibili in carcere spariscono. Sei internato? Allora non sei più ufficialmente ‘detenuto’, ma resti in un carcere che si chiama, però, ‘casa di lavoro’” (da La voce di un internato). “Ero l’unico a non essere mai stato in carcere e se qualcuno mi avesse fatto capire “cos’è una Casa di lavoro”, sarei corso in comunità. Nessuno mi ha fatto presente che è una “struttura carceraria” in cui, per di più, il lavoro dovrebbe essere obbligatorio. Se si pensa che io sono riconosciuto inabile al lavoro al 65 % per cui percepisco pure una pensione, questo potrebbe suonare quasi come una ulteriore beffa” (da “La voce di Vittorio”, deceduto subito dopo la fine dell’internamento). “Il lavoro? Nessun lavoro particolare se non i soliti di ordinaria amministrazione che si fanno in qualsiasi carcere (pulizie, scopino, spesino, cucina…ecc). Pochi eletti, a turno, nell’azienda agricola interna. Io mai stato scelto” (Da “Le voci di Marco e Pasquale”, ex internati).
La distinzione tra la pena detentiva scontata e l’internamento nella casa di lavoro – il cui presupposto applicativo, oltre all’istanza di difesa sociale dovrebbe essere la “cura” – non sussiste se non quando risulta evidente a chi è vi è ristretto che l’unica via per uscire dal circuito penale paracarcerario è l’“autosufficienza” rispetto alla costruzione di un progetto per il proprio reinserimento sociale.

Il libro curato da De Vanna – che dopo la prefazione di Thomas Casadei e Gianfrancesco Zanetti fondatori del CRID, raccoglie i contributi del Presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida, del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano Francesco Maisto ma anche quelli di Emilio Santoro e Tatiana Boni, nonché le testimonianze di Fedora Martini e Roberta Elmi e, come si è accennato, anche di ex internati o di persone tutt’ora internate – offre un importante occasione per tornare a discutere di misure di sicurezza dopo la conclusione dei lavori degli Stati Generali sull’esecuzione penale (19 maggio 2015 - 5 febbraio 2016). Il volume indica con molta chiarezza la necessità di una riforma istituzionale, ma attraverso un approccio che sostiene le ragioni di questa urgenza respingendo la marginalizzazione delle persone considerate marginali e che volge la ricerca scientifica, in generale, e la riflessione giusfilosofica, in particolare, al raggiungimento di tale obiettivo.

Chi leggerà il libro comprenderà che la pericolosità sociale può essere anche un costrutto mantenuto per puntellare un “fine pena forse”, che alla stregua di “un fine pena mai”, sgretola ogni progettualità esistenziale.
E riceverà l’impressione che la vulnerabilità non sia soltanto uno stato comune a tutti gli esseri umani o una caratteristica attribuibile ad alcune categorie di persone, ma anche il risultato di specifiche condizioni di vita (o, di fatto, di non vita).