Basta citare Pindaro a sproposito: vediamo cosa siano realmente i voli pindarici

Per molti l'espressione significa 'volare in alto', pensare in grande. Ma questo con le composizioni del poeta tebano non c'entra nulla

Pindaro è stato un poeta della Grecia antica

Pindaro è stato un poeta della Grecia antica

Giuseppe Costigliola 16 novembre 2020
“Ha fatto un volo pindarico”. “Fai sempre voli pindarici”. “Non facciamo voli pindarici”. Quante volte abbiamo sentito, letto e anche pronunciato frasi come queste, per abitudine, perché così si suol dire in certi casi? Magari sappiamo o intuiamo che deriva da tal Pindaro, ma non ci chiediamo il motivo, l’origine di questa locuzione.
Pindaro fu un poeta greco vissuto tra il VI e il V secolo avanti Cristo, autore di componimenti di lirica corale ed epinici, cioè elogi per gli atleti vincitori di competizioni sportive, che nelle sue odi amava inserire dotti riferimenti a miti, simboli, circostanze che intessevano i versi, sviluppandoli senza seguire uno schema preciso ma inseguendo in maniera quasi onirica le suggestioni che gli si presentavano alla mente, in un turbinio di immagini apparentemente slegate le une dalle altre. Solo apparentemente, però, ché egli ben conosceva l’arte di creare fantasmagoriche trame poetiche dalle mille sfaccettature, dai più baluginanti riflessi, che ancora oggi ammaliano il lettore (e all’epoca gli spettatori). In pratica, nel mezzo delle sue composizioni Pindaro inseriva delle digressioni, che metaforicamente si levavano come voli, per poi tornare all’argomento principale, che da quei “voli” risultava liricamente arricchito e semanticamente rafforzato.
Per le strane contorsioni evolutive che informano la storia della lingua, si è arrivati a scomodare la sapiente tecnica pindarica per designare una modalità di esprimersi che salta da un argomento all’altro senza un evidente nesso logico, oppure, ancor più, per intendere un volare troppo alto, un pensare cose magnificenti quando non sarebbe opportuno farlo. 
Non era questo l’uso e l’intendimento di Pindaro, il quale, lungi dall’essere un surreale istrione della parola, possedeva una padronanza totale del mezzo che utilizzava, un talento degno dei grandi artisti.
Dunque, quando lo si sente tirare in ballo insieme ai suoi “voli” solo per accusare qualcun altro di incoerenza, di illogicità, di malafede, o per significare che qualcuno vola troppo in alto rischiando di cadere, dovremmo immediatamente riconoscere l’inappropriatezza di tale accostamento, l’ignoranza – spesso inconsapevole – che vi è sottesa. Perché oltre a essere irritante, è fuorviante quando ci viene propinato un luogo comune trito e ritrito, e per di più sbagliato, travisandolo da colto esercizio linguistico, da ammiccante sottinteso.
Recente esempio di questo malvezzo, ultimo di una lunga schiera, è quello sciorinato da Alessandro Di Battista nella sua polemica con Marco Travaglio, il quale l’aveva attaccato per il suo invito a non ricorrere al voto disgiunto nelle elezioni amministrative in Puglia, e che dunque, a parere di Di Battista, avrebbe compiuto dei “voli pindarici”. Forse l’esponente dei Cinque stelle intendeva dire che le argomentazioni di Travaglio sono campate in aria, pretestuose e strumentali, ma in tutto questo Pindaro che c’entra? Avessero tutti coloro che arringano la gente dalla pubblica piazza, concreta o virtuale che sia, la consapevolezza, il rigore e il controllo che del linguaggio ebbe il Tebano!
Perciò, la prossima volta che sentiremo parlare a sproposito di “voli pindarici”, smascheriamo lo sfondone e tributiamo al poeta l’omaggio che merita, se non altro dissociandolo da un modo di dire tanto malaccortamente usato. Insomma, difendiamo Pindaro, che avrebbe aborrito una simile, crassa, manifestazione di ignoranza.