Antonia Caruso: la realtà transgender tra legge Zan, transfobia e femministe readicali

Parla la scrittrice, sceneggiatrice attivista e da poco editrice: “La legge in discussione ha meriti e limiti. In generale? C’è molta disifinformazione”

Antonia Caruso

Antonia Caruso

redazione 21 luglio 2020
di Chiara Zanini

Antonia Caruso, scrittrice, sceneggiatrice di fumetti, formatrice e attivista trans/femminista. Ha scritto per The Vision, La Falla, DWF, Frute, FortePressa, Golena Edizioni, Feltrinelli, effequ. Ha da poco aperto la sua casa editrice Edizioni Minoritarie (clicca qui per leggere i suoi testi).

Ha letto il testo della legge Zan? Cosa ne pensa?
La legge Zan, parlando di “sesso, genere, orientamento sessuale o identità di genere”, ha il merito di offrire un ampio spettro che vada oltre l’omolesbobitransfobia (non che ci sia niente di male a occuparsi solo dell’omolesbobitransfobia) e di ampliare quindi anche la misoginia, nel contesto della legge 604-bis del codice penale.
Ha il limite di considerare i vari elementi come singoli e non interconnessi, come se una discriminazione sull’orientamento non possa implicare anche una discriminazione sul genere. Ad esempio sulle donne trans, discriminate come persone trans, come donne ed eventualmente anche come persone non etero.
Ha il grosso demerito di puntare molto sulla pena, seppur venga prevista una strategia nazionale triennale di prevenzione, l’istituzione di una giornata nazionale contro l’omolesbobitransfobia e di una rete di centri antiviolenza. Che non sono un demerito in sé ma come dire, la pena è certa, il resto è tutto da vedere, e personalmente non ho molta fiducia.

Finalmente termini come transfobia e bifobia compaiono nel discorso pubblico, mentre in passato si parlava solo di omofobia. Nonostante questo le persone transgender rimangono poco visibili e poco ascoltate...
Questa legge viene sempre citata come legge contro l’omofobia, o al massimo come omotransfobia. Di tutta le soggettività LGBTQI l’omosessualità maschile è quella che scatena da sempre risposte emotive più forti e violente. Vuoi per intolleranza (leggi, disgusto) vuoi per omofobia interiorizzata, vuoi per un maschile tradizionale sempre più fragile. La transfobia ha tante sfaccettature, inclusa una non consapevole transfobia istituzionale.

Molti danno per scontato che una persona transgender sia eterosessuale. È così?
Dal momento che c’è molta disinformazione e ignoranza questi molti e molte non hanno gli strumenti per uscire dalle narrazioni mediatiche o staccate dall’essere una sorta di oggetto del desiderio proibito. La varietà degli orientamenti delle persone trans è la stessa delle persone cis per cui ci possono essere persone trans non etero (e quindi bi, pan, omosessuali, lesbiche).

Le persone trans fanno i lavori più diversi, eppure, complici i media e il cinema, l’idea che molti hanno è ancora legata alla prostituzione. Come rimediare?
La connessione tra persone trans e sex work è frutto di un percorso storico molto preciso. Decenni fa le donne trans avevano ancora meno possibilità di lavorare di ora, e per necessità e per scelta il sex work era una possibilità di sopravvivenza. C’era anche una scolarizzazione più bassa, spesso si doveva fuggire dalle proprie famiglie intolleranti.
Negli anni la situazione si è leggermente modificata e migliorata ma l’accesso al lavoro rimane un problema. A questo punto però per smontare la connessione tra persone trans e sex work dobbiamo fare in modo di non far scomparire il sex work dal nostro discorso politico dal momento non ci riguarda personalmente o pensiamo sia una connessione che ci danneggi. Dovremmo piuttosto lavorare a favore dei diritti delle e dei sex worker in modo tale da cambiarne la percezione nella società.

Repubblica ha pubblicato un documento di sedicenti femministe che contestano addirittura il concetto di identità di genere…
Intanto non credo sia più possibile considerare Repubblica, anche per recente ammissione del neodirettore Molinari, come un giornale se non proprio di sinistra almeno progressista. Non voglio entrare nel merito della contestazione ma vorrei porre l’attenzione sul privilegio che hanno le TERF e le SWERF (cioè le autoproclamatesi femministe radicali che non vogliono che il discorso femminista includa le persone trans, e più in particolare le donne trans, e le persone che fanno sex work) nel far sentire la propria opinione a mezzo stampa (senza dimenticare i giornali cattolici e di destra). Nelle scorse settimane praticamente ogni giorno veniva pubblicato un articolo firmato da una di loro, senza considerare o considerare poco punti di vista delle persone interessate.

Si ritrova nelle posizioni delle associazioni di persone transgender?
L’associazionismo trans è molto frammentato. C’è sì una grande compattezza sulla richiesta di diritti, su un discorso depatologizzante, cioè di una concezione non psichiatrica dell’esperienza trans, e su un avanzamento rispetto alla legge 164 che è una legge del 1982.
Da allora sia l’identità trans che la riflessione sui generi si sono evolute. Per esempio la 164 non prevede il riconoscimento giuridico di persone trans non medicalizzate o delle persone non binarie, cioè che decidono di vivere il proprio genere con altre modalità rispetto a quelle medico-chirurgiche.
Dall’altro lato c’è invece una grande conflittualità nelle modalità e nelle prospettive politiche, sul modo di entrare in relazione con altre soggettività che non siano trans, con la stessa popolazione LGBTQI o nelle strategie di relazione con lo Stato, con l’apparato medicolegale, i consultori e le amministrazioni.