Don Zuppi: odio e porte chiuse a donne e immigrati sono veleni

Nel libro “Odierai il prossimo tuo” l’arcivescovo di Bologna affronta l’ “hate speech” e ci avvisa sul pericolo dei nazionalismi

L’arcivescovo Matteo Maria Zuppi a “Che tempo che fa” su Rai2

L’arcivescovo Matteo Maria Zuppi a “Che tempo che fa” su Rai2

redazione 16 dicembre 2019
Antonio Salvati

Presente da poco tempo nelle librerie, è già un grande successo editoriale. Un libro che fa discutere, anche animatamente. È il libro Odierai il prossimo tuo che Matteo Maria Zuppi ha scritto insieme a Lorenzo Fazzini (Piemme Edizioni 2019, pp. 192). È un manifesto del pensiero dell’arcivescovo di Bologna, creato cardinale da papa Francesco lo scorso 5 ottobre. Un libro decisamente prezioso e utile, in un Paese incattivito, dove i rapporti e la comunicazione sono dominati dall'aggressività, le porte delle case sono chiuse agli estranei, le donne e gli immigrati sono vittime frequenti di violenze verbali e fisiche. Zuppi ci spiega chiaramente che possiamo fare grandi cose se non parliamo da grandi, ma se da grandi vogliamo bene. L’amore è la vittoria sulla paura e soprattutto sull’odio.

L’odio e i comportamenti ostili sono presenti nelle società umane fin dalle origini; tuttavia oggi il discorso d’odio, l’hate speech, assume caratteristiche inedite, soprattutto a causa delle trasformazioni nella comunicazione globale. In che modo il linguaggio ostile e aggressivo conduce al vero e proprio odio? Come l’odio tra i singoli o tra i gruppi arriva a creare risentimento, rancore, uno spirito di vendetta, fino ad accecare e a uccidere? Nasce così la violenza verso qualcuno trasformato in capro espiatorio. Nell’antichità, quando una città soffriva per una carestia o un’epidemia, o una qualsiasi crisi sociale, si sceglieva qualcuno su cui far ricadere il male di tutti; ancora oggi l’odio e la violenza si possono scatenare fino ad accusare e sacrificare una vittima.

«L’odio, un arsenale accumulato»
Avverte Zuppi che «l’odio, oggi, è un arsenale accumulato in abbondanza nelle relazioni tra gli uomini e custodito nei cuori con uno zelo degno di miglior causa: più ce n’è, meno ci si impegna a cercare di smantellarlo, ma lo alimentiamo e arricchiamo di motivazioni, così che ha raggiunto una capacità di offesa spaventosa». E come uomo di Chiesa lancia una sfida impegnativa, ma alla portata di tutti: «in una società in cui l’odio è più presente, anche la fraternità cristiana deve risultare più affascinante e capace di estinguere le contese, di disinnescarle, di renderle meno attraenti».

Per l’arcivescovo bolognese, cresciuto nella “scuola della fraternità della comunità di Sant’Egidio”, le radici della paura vanno ricercate nelle relazioni incompiute. Siamo la generazione più connessa della storia, ma anche la più sola. Zuppi è impressionato del dato Istat secondo il quale in Italia un nucleo familiare su tre è composto da una persona sola che attesta di una condizione di isolamento reale. «Siamo l’umanità che può scegliere con estrema facilità i propri interlocutori e stabilire senza difficoltà quali possono essere i propri partner (affettivi, relazionali, lavorativi, di relax), ma tutto questo avviene spesso all’insegna di passioni di superficie, cangianti, alle quali ci abbandoniamo davvero solo se pensiamo di poter controllare e limitare le conseguenze, cioè il “prezzo” che l’altro potrebbe chiederci di pagare per amarlo davvero. Vogliamo essere liberi, ma siamo prigionieri dello spazio e delle cose, catturati dal momento, come nell’agone digitale. Sappiamo così poco andare oltre noi stessi ed entrare nel tempo e nelle relazioni, condotti come siamo dalle correnti emozionali, come se queste, vissute senza amore, non fossero a loro volta parte di un calcolo (fin dove lasciarci andare?) e frutto di convenienze. Vogliamo rapporti veri, ma nel contempo tutto attorno a noi ci spinge a misurare ogni cosa, e questo spegne ogni autenticità.
Nei decenni passati, quando esistevano appartenenze importanti, fisiche o ideologiche (i partiti, i sindacati, i “gruppi”, la famiglia), la regola era la militanza: grande impegno e coinvolgimento personale, abnegazione, sacrificio, desiderio di contribuire personalmente al bene comune, assieme al rischio della collisione con altre militanze». Oggi le appartenenze sono piuttosto digitali, comunque più individualistiche e frammentarie, condizionate da opportunità, affinità iniziali e non verificate, oppure contingenze. Cosa diventa un individualismo – si chiede Zuppi - di questo genere se non crescono parimenti la responsabilità, la capacità di discernimento e di visione che sono possibili solo in un rapporto con il prossimo?

L’enfasi sulle frontiere troppo simile al veleno dei nazionalismi
L’enfasi sulle frontiere – mette in guardia il cardinale - ha troppo in comune con le ossessioni dei nazionalismi che hanno avvelenato il secolo scorso con due guerre mondiali e il paganesimo della superiorità della razza.
«Per dire che i diritti dei “miei” sono più dei diritti dei “tuoi” occorre coprire la realtà, creare narrazioni plausibili ma infondate, creare gerarchie tra persone, capri espiatori, nemici, congiure internazionali che impedirebbero di espanderci o di fare le cose giuste. Occorre creare un linguaggio bellico in tempo di pace nonché continui nemici e bersagli. Occorre promettere di affrontare fenomeni planetari e cambiamenti epocali con soluzioni talmente semplici da essere impossibili, visto che non esistono, per esempio, i muri alti fino al cielo che fermano le epidemie, i cambiamenti climatici, i disastri nucleari. I muri, comunque vada, impediscono di vedersi, parlarsi, conoscersi, e la vita si popola di nemici e fantasmi da tutte e due le parti del muro. La grandezza di una patria risiede nel garantire il bene comune e il bene dei suoi cittadini, senza eccezioni».

È l’umanesimo espresso nel bellissimo articolo 3 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese».

Quando l’individualismo può scolorire nell’odio
Don Matteo ci tiene a precisare che l’individualismo, sia come atteggiamento personale, sia come visione politica, non conduce necessariamente a odiare. Ma «quando esso si contrappone a ogni spirito di fraternità, può facilmente scolorire nell’odio. E all’odio può cercare e trovare giustificazioni anche raffinate, nobilitandolo. Come quando si deve motivare una guerra. Vale su grande scala, ma anche nel privato. Molto spesso, ad esempio, l’individualismo usa l’espressione “i miei diritti” e non si pone immediatamente contro qualcuno. È ovvio che i diritti individuali sono una conquista pagata a caro prezzo da milioni di vittime di tutti i totalitarismi, o di donne e uomini oppressi e umiliati, sfruttati. Ma anche questi diritti, senza un “noi” che include l’altro, si deformano, come accade all’amore per noi stessi – così importante e da difendere – quando si afferma senza amore per gli altri».

Noi non dobbiamo odiare. Ricorda Zuppi: «il Vangelo è chiarissimo, semplice, oserei dire lapidario. Già la Scrittura, fin dal libro della Genesi, disinnesca la stessa origine dell’odio, rappresentata dalla ferita (reale o presunta) subìta da qualcuno, che diventa la giustificazione o la ragione del risentimento e dell’ostilità».

I cristiani sono chiamati a non odiare, non possono odiare, non possono mai avere nessuna giustificazione per odiare qualcuno, neppure quando subissero un torto radicale. «L’avversario per un cristiano è sempre il male, non la persona che può commetterlo. Il Vangelo ci toglie qualunque pretesto per l’odio e sradica qualunque argomento che, talvolta, ci fa sentire in diritto di odiare. L’odio non è solo un veleno che paralizza e assorbe tante energie dello spirito. Esso diventa azione, rifiuto del dialogo, condanna all’estraneità e può innescare quelle preghiere al contrario che sono le maledizioni. Il Vangelo lo afferma in maniera netta: il cristiano non deve, non può avere nemici, non gli è mai permesso, non può farlo. Anzi, egli viene invitato ad amare i suoi nemici (cioè chi rivolge a lui il suo odio) e ad amare il prossimo come se stesso. Che è poi il modo di disarmare, magari nel lungo periodo, il male profondo». Il prossimo è il tuo vicino, è il mio vicino, tutto qua.