Mario Tronti: "La sinistra perde perché ha dimenticato popolo e lavoratori"

Il filosofo e politico nel libro-intervista "Il popolo perduto" scrive: "Quante volte si nomina la parola cittadini e quante lavoratori?"

Graffiti   dello street artist Jonathan Pauwels aka Jaune

Graffiti dello street artist Jonathan Pauwels aka Jaune

redazione 7 febbraio 2019
Schiacciati tra sovranismo e un finto ribellismo via web, perché dominano le pulsioni peggiori e più aggressive e il neoliberismo più spinto e la sinistra non batte colpo? Ebbene, anche la sinistra ha le sue responsabilità di una deriva civile e politica. Tra le tante, l'aver abbandonato la parola "sinistra", il raccogliere più voti tra i ceti benestanti che tra le fasce più in difficoltà. Sono alcuni dei tanti temi affrontati da un libro-intervista nuovo di stampa, "Il popolo perduto. Per una critica della sinistra" (Nutrimenti, pp. 144, 14,00 €) firmato da Mario Tronti con Andrea Bianchi e che vuole prendere di petto l'urgenza di pensare, confrontarsi, riallacciare fili spezzati. Perché al fallimento della sinistra urge dare risposte, non crogiolarsi nel senso del fallimento.

Gli autori
Intanto gli autori. Bianchi è un giornalista. Filosofo, politico, teorico del marxismo operaista, nato a Roma nel 1931, lontano parente di Renato Zero, Tronti è stato negli anni '50 nel Partito Comunista Italiano, se ne staccò negli anni '60, vi si riavvicinò con Berlinguer. Ha insegnato all’Università di Siena, è stato eletto senatore nel 1992 per il Partito Democratico della Sinistra e nel 2013 per il Partito Democratico in Lombardia, ha presieduto la Fondazione Crs (Centro per la Riforma dello Stato) - Archivio Pietro Ingrao.

Diritti, ma abbiamo dimenticato i bisogni
"La sinistra che in questi ultimi decenni si è interessata quasi esclusivamente di diritti e ha trascurato i bisogni: lavoro, sicurezza, stato sociale, redditi perduti … Quante volte si nomina la parola cittadini e quante la parola lavoratori? In questa sproporzione c’è la distorsione della realtà", riferisce la scheda editoriale. "E ancora: quante mobilitazioni di piazza si sono fatte su rivendicazioni umanitarie e quante sul flagello delle morti sul lavoro? La scarsa attenzione a domande di questo tipo ha provocato la perdita di milioni di voti e, fatto ancora più grave, il rischio di estinzione di un intero popolo". Tronti parla di un autentico "virus dell’antipolitica iniettato ad arte dall’alto" e sottolinea  come sia "falsa la notizia che non c’è più lo sfruttamento del lavoro".

Il "Manifesto" ne ha appena pubblicato un estratto nell'edizione di ieri martedì 6 febbraio. Nel brano ripreso dal quotidiano Tronti afferma che "il guasto", viene da "quando è cominciato negli anni Novanta, con un seguito nei Duemila, il girotondo di nomi e simboli": Partito democratico di sinistra, Democratici di sinistra, Partito Democratico che un partito con una sua organizzazione non è "mai nato" ... Inconsapevolmente, riferisce Tronti, così si è dato concime alla "pulsione antipolitica, proprio nella forma più violenta, quella dell’antipartito di principio".

Una sciagura: la scissione a sinistra: "Non si è diviso un partito, si è diviso un popolo. Ed era questo il vero tesoro del partito: il popolo comunista", scrive Tronti nell'estratto pubblicato dal "Manifesto".
Per Tronti urge riformare sindacati e partiti "con intorno nuove forme solidaristiche di movimento e di cooperazione, di mutuo soccorso sociale e di pratiche politiche di base". Il disastro è che "la mentalità culturale democratico-progressista non ha più capito il popolo. Perché quella cultura non è di popolo, è di élite. E le due sinistre, quella cosiddetta moderata e quella cosiddetta radicale, che si differenziano magari sul terreno sociale o sul terreno istituzionale come è violentemente e inutilmente accaduto di recente, sono invece accomunate dalla stessa cultura che poi è appunto una stessa mentalità". La conseguenza? Si vede alle elezioni. "Ogni volta si registra, si costata, si ripete che il centro città vota a sinistra, le periferie votano a destra. E se ne parla, sì, ma quasi fosse un problema come un altro. E invece è il problema dei problemi".

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