Gennaio è un mese che, nella storia politica italiana recente, assume un valore simbolico. Due date di questo mese, distanti appena sei anni, raccontano la fine di un mondo e l’inizio di un altro. La prima è il 26 gennaio 1994, quando Silvio Berlusconi annuncia con il celebre discorso della “discesa in campo” il suo ingresso in politica. La seconda il 19 gennaio 2000, quando ad Hammamet muore Bettino Craxi, segretario del Partito Socialista Italiano dal 1976 al 1993, protagonista assoluto degli anni Ottanta e figura centrale, nel bene e nel male, della Prima Repubblica.
Bettino Craxi è stato uno degli uomini politici più discussi e, al tempo stesso, più rilevanti della Repubblica italiana. Primo socialista a guidare il governo, leader capace di portare il Psi oltre il suo tradizionale ruolo subalterno alla Democrazia Cristiana, Craxi incarnò un’idea di modernizzazione dello Stato, di autonomia nazionale in politica estera, di decisionismo che segnò profondamente l’Italia negli anni gli anni Ottanta, nel contesto occidentale neoliberista.
La sua parabola si infrange contro Tangentopoli, l’inchiesta giudiziaria die primi anni Novanta che travolse quasi l’intero sistema dei partiti della Prima Repubblica. Craxi ne divenne il simbolo più potente: non solo per il ruolo del Psi nel finanziamento illecito, ma perché fu l’unico leader a rivendicare pubblicamente la natura sistemica di quel meccanismo, rifiutando l’ipocrisia di una classe politica che si professava innocente.
Tangentopoli distrugge Craxi come statista prima ancora che come uomo. Si condanna all’esilio uscendo dalla vita politica e lasciando orfana un’area riformista che non troverà più una rappresentanza altrettanto strutturata. È in questo vuoto che si inserisce Silvio Berlusconi. Il 26 gennaio 1994 non è solo l’annuncio di una candidatura ma è l’atto fondativo di un nuovo paradigma politico. Berlusconi capisce prima di altri che la crisi non è solo giudiziaria, ma soprattutto di fiducia. Tanti italiani, delusi e indignati dai partiti tradizionali, voltano le spalle ai politici di professione, percepiti come corrotti e autoreferenziali.
Berlusconi si presenta come l’antipolitico per eccellenza, pur essendo profondamente inserito nel sistema. Il self-made man, l’imprenditore di successo che promette di gestire “l’azienda Italia” come le sue aziende private. Un messaggio semplice, rassicurante, potentissimo, veicolato attraverso una macchina comunicativa senza precedenti, costruita applicando i principi della pubblicità commerciale alla politica, per una campagna di branding personale e politico adattato all’Italia del dopo-Tangentopoli.
Il paradosso è evidente: Berlusconi beneficia politicamente proprio della fine di quel mondo al quale era stato legato economicamente e culturalmente. La sua amicizia con Craxi non è un dettaglio marginale poiché il leader socialista fu un interlocutore fondamentale per lo sviluppo dell’impero mediatico berlusconiano, soprattutto nella fase di destrutturazione del monopolio pubblico della televisione. Il paradosso è ancora più marcato quando si pensa che proprio le televisioni di Berlusconi, in cerca affannosa di share, spettacolarizzano Mani Pulite.
Eppure Craxi e Berlusconi condividono più di quanto li divida. Entrambi incarnano una leadership fortemente personalistica, entrambi diffidano dei partiti come strutture ideologiche rigide, entrambi parlano direttamente al Paese reale, saltando le mediazioni tradizionali. Entrambi, infine, credono nella forza della comunicazione come strumento centrale del potere.
Le differenze, però, sono decisive. Craxi è figlio della politica, della cultura socialista europea, della mediazione istituzionale; Berlusconi è figlio del mercato, della televisione commerciale, della semplificazione estrema del messaggio. Craxi concepisce il partito come comunità politica; Berlusconi lo trasforma in un prodotto, un brand, un partito-azienda costruito attorno al leader e alle sue reti. Se Craxi tenta di riformare lo Stato dall’interno, Berlusconi lo interpreta come un’estensione della propria esperienza imprenditoriale.
A distanza di anni, di Craxi resta una memoria ancora divisiva, in parte rimossa, in parte rivalutata, ma mai davvero pacificata. La sua figura continua a interrogare l’Italia sul rapporto tra politica, etica e sistema di potere. Di Berlusconi resta un’eredità politica che ha cambiato per sempre il linguaggio, la forma e la sostanza della politica italiana. Il partito-azienda ha mostrato i suoi limiti strutturali perché senza il fondatore, fatica a resistere come soggetto coerente.
Ma il modello berlusconiano di leadership personalistica, comunicazione diretta e politica come marketing, è diventato patrimonio comune di gran parte della classe politica successiva, che ha dovuto adeguarsi al nuovo modo di comunicare nell’era del digitale e delle piattaforme social. In questo senso, il gennaio italiano che unisce Craxi e Berlusconi non appartiene solo al passato. È una connessione che continua a proiettare la sua ombra sul presente, ricordandoci che la fine della Prima Repubblica non ha mai prodotto una vera rifondazione. Ma una trasformazione profonda dei suoi linguaggi e dei suoi protagonisti, quella sì.
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