Howard Owen con il suo noir ci porta là dove Trump ha più consensi

Nel romanzo “Oregon Hill” lo scrittore affida a un giornalista di colore l’indagine sull’omicidio di una ragazza nel fiume che svela perbenismi, corruzione e un razzismo strisciante

Richmond, Virginia, Stati Uniti

Richmond, Virginia, Stati Uniti

redazione 19 novembre 2020
di Rock Reynolds

Le elezioni presidenziali americane si sono appena concluse, ma non si può ancora dire che siano state del tutto archiviate, considerati i propositi bellicosi di quello che ormai si può definire il presidente uscente. Malgrado le minacce e gli strepiti, solo un autentico colpo di mano potrà sovvertire l’esito democratico delle urne. Eppure, se “The Donald” uscirà di scena da cane bastonato, lo dovrà maggiormente alla propria personalità istrionica e alla sua incapacità di accettare la sconfitta più che a quella débâcle che molti si aspettavano, alcuni si auguravano, molti altri ritenevano improbabile e i numeri tutto sommato hanno ridimensionato.
Non si può, infatti, dire che gli Stati Uniti abbiano del tutto voltato le spalle a Donald Trump e, considerato il numero altissimo di suffragi da lui comunque totalizzati, nella precedente tornata elettorale – quella che lo ha visto prevalere di misura in termini di “grandi elettori” su Hillary Clinton – avrebbe vinto a mani basse. Ora il paese è diviso, polarizzato proprio come lui avrebbe desiderato, e la parte a lui favorevole, di fatto poco meno della metà della nazione, non ha ancora smesso di ritenerlo il “suo” presidente.

È soprattutto negli Stati interni – quelli della dorsale degli Appalachi, del Midwest, del Sud e, in parte, delle Montagne Rocciose – che si concentrano i voti repubblicani e, ancor più, quelli dichiaratamente conservatori, evangelici e tradizionalisti. Insomma, è in Stati come il North Carolina, dove vive lo scrittore Howard Owen, e la Virginia, dove si svolge la vicenda da lui raccontata in Oregon Hill (NN Editore, traduzione di Chiara Baffa, pagg 286, euro 18), che vanno ricercate le ragioni di un consenso tuttora forte per Donald Trump e per la sua visione personale del ruolo del presidente.
North Carolina, West Virginia, Virginia e Pennsylvania sono Stati degli Appalachi la cui economia per decenni, se non per secoli, si è fondata sull’industria mineraria, in particolare su quella del carbone, preziosissimo per alimentare le acciaierie di Pittsburgh e le fabbriche di Chicago e Detroit. E, ora che il settore dell’estrazione del carbone ha subito una forte battuta d’arresto, anche grazie a politiche più attente all’ambiente, la crisi economica si è fatta sentire, spopolando zone un tempo tutto sommato floride. Ed è comprensibile che la gente che ancora ci vive, abbarbicata alle proprie tradizioni e al proprio territorio, non voglia saperne di trasferirsi altrove o di cambiare stile di vita e, dunque, abbia accolto con grande favore le promesse elettorali di Trump. D’altra parte, non è una panzana sparata per accaparrarsi voti e poi archiviata l’abbandono del protocollo di Kyoto e dell’accordo di Parigi. Trump aveva promesso che l’America avrebbe puntato nuovamente sull’inquinante carbone e, per farlo, ha voltato platealmente le spalle a ogni scelta ecosostenibile.

Oregon Hill, va detto subito, non è certo un trattato di scienza della politica e l’autore non si pone certo l’obbiettivo di fornirci un’analisi sociologica del voto, ma tra le righe, senza mai eccedere in particolari o indulgere in indicazioni personali, molti elementi della provincia americana affiorano con chiarezza. E la bella copertina della versione italiana del libro aggiunge una sfumatura di grigio in più. Di grigio, si badi bene, pur trattandosi di un noir a tutti gli effetti.

Willie Black è un giornalista di un quotidiano locale di Richmond, Virginia, una città per molti versi più vicina alle problematiche della capitale Washington che non a quelle delle equidistanti montagne. Eppure, nonostante si tratti di una realtà urbana, Richmond (e ancor più il suo quartiere storico di Oregon Hill) è caratterizzata da una vita apparentemente sonnacchiosa.
Black, un nome che è tutto un programma, considerato che Willie è un uomo di colore in una zona a maggioranza bianca dove il pregiudizio è di casa, si trova a “indagare” sulla morte misteriosa di una studentessa di cui viene rinvenuto il cadavere orrendamente decapitato, nel fiume cittadino. La polizia sembra avere in tasca la soluzione del caso, arrestando un ragazzo che ha tutte le carte in regola per rappresentare il sospetto ideale, ma il fiuto giornalistico di Willie gli suggerisce che qualcosa di più complesso si nasconda dietro questa brutta storia. E, come vuole un buon noir di razza, la verità talvolta si annida tra le pieghe del perbenismo locale, se non tra le maglie della sua amministrazione. In un gioco narrativo che non ribalta del tutto i ruoli tradizionali del buono e del cattivo, mettendo a nudo le numerose debolezze del protagonista – che alza un po’ troppo il gomito, ha una madre tossicomane e dai costumi chiacchierati e, lui stesso, non sa mantenere relazioni durevoli con l’altro sesso – e le miserie di poliziotti corrotti se non decisamente depravati, Oregon Hill, come si diceva, traccia pure un quadro disincantato del razzismo strisciante persino nelle frange borghesi della società americana. Lo fa con il giusto disincanto e il sarcasmo tipico dei noir migliori, con un linguaggio che rende divertenti anche i momenti di passaggio della narrazione.

Oregon Hill non inventa nulla, pescando a piene mani negli stilemi di uno dei sottogeneri letterari americani di tradizione più sicura: l’hard boiled, il noir dei perdenti, quello in cui un ostinato investigatore privato si caccia in qualche guaio amplificato da una perversa tendenza a frequentare ambienti pericolosi e donne ancor meno raccomandabili. In questo caso, a cacciarsi nei pasticci è un giornalista e non un detective privato, per giunta di colore, e questa, sì, che è una novità. Posto che la tanto sbandierata “originalità” è una caratteristica sfuggente quanto sovrastimata e che, dai tempi dell’Iliade e dell’Odissea o, forse, addirittura della Bibbia, nessuno, nemmeno Shakespeare e Dante, hanno aggiunto nulla di nuovo al seminato, la mancanza stessa di originalità non può rappresentare un limite. In fondo, chi vuole leggere un noir che non incorpori tutti i cliché che lo hanno reso così popolare?