Con Chopin Éric-Emmanuel Schmitt evoca passioni, musiche e felicità

Con “Madame Pylinska e il segreto di Chopin” lo scrittore francese scrive un originale romanzo intorno all’amore per il compositore di una bizzarra maestra

Hugh Grant nel biofilm del 1991 “Chopin amore mio” con Judy Davis girato da James Lapine

Hugh Grant nel biofilm del 1991 “Chopin amore mio” con Judy Davis girato da James Lapine

redazione 2 ottobre 2020
di Antonio Salvati

Il drammaturgo scrittore saggista francese Éric-Emmanuel Schmitt ha colpito nel segno anche questa volta con il suo ultimo breve racconto Madame Pylinska e il segreto di Chopin (Edizioni E/O, 2020, pp. 96, € 9,50). Impressiona la sua capacità di addentrarsi e scavare nel dolore, nella tragedia, nelle passioni, nei sentimenti più profondi, e soprattutto di narrarli evocando felicità e serenità. Perennemente attento al significato ultimo delle cose e all'importanza della spiritualità nei momenti cruciali della vita dei protagonisti dei suoi romanzi.

Il suo ultimo racconto autobiografico – che commuove e diverte allo stesso tempo – narra di un bambino di 9 anni che sceglie di legarsi ad un Schiedmayer, «un pianoforte verticale, o meglio un parassita che la nostra famiglia si rifilava da tre generazioni», grazie alla zia Aimée, «una donna bionda, femminile, serica, incipriata, che profumava di iris e mughetto». È la zia preferita di Eric, quella con cui ebbe un rapporto particolare e che tutti in famiglia giudicavano male per via del suo modo di vivere e di vestire quanto meno stravagante. Un giorno la zia Aimée decise di avvicinarsi al terribile Schiedmayer e cominciò a suonare Chopin. Ed Eric – che nutriva una forte avversione per il pianoforte di casa tanto da considerarlo un intruso «bruno, tarchiato, obeso, coperto di macchie e con i denti ingialliti, passava dal mutismo sornione al fracasso più molesto» - chiese ai suoi genitori di voler prendere lezioni di pianoforte. Tuttavia i primi contatti con Chopin, Eric li avrà solo da ventenne a Parigi. Trova un’insegnante dai modi decisamente originali di nome di Madame Pylinska, «una polacca emigrata a Parigi che godeva di un’eccellente reputazione e insegnava nel XIII arrondissement». Madame Pylinska adora Chopin oltre ogni limite. Gli esercizi che impone al suo nuovo allievo sono alquanto strani, ma Eric, nonostante qualche perplessità, sceglie di eseguirli: ad esempio si sdraia schiena a terra sotto il pianoforte per sentire la musica con la pelle, raccoglie fili d’erba senza far cadere la rugiada con pazienza, impara ad ascoltare il silenzio e a osservare le chiome degli alberi mosse dal vento. Eric divenne sempre più perplesso e pensò di abbandonare la maestra bizzarra. Se ne pentì e tornò da lei chiedendo scusa.

Madame Pylinska non intendeva solo impartire la tecnica pianistica. Gradualmente intende trasmettere al giovane allievo quale approccio avere nei confronti del mondo, della natura, dell’amore. Eric verrà inviato ai Giardini del Lussemburgo a guardare l’acqua degli stagni, a osservare il movimento delle foglie, delle gocce di rugiada, ad assaporare il silenzio. Madame Pylinska spiegherà come fare l’amore e soprattutto come innamorarsi. Per lei senza il godimento amoroso non si può suonare Chopin, gli dirà con convinzione la sua insegnante eccentrica ma decisamente geniale. Madame Pylinska vuole «che le sue dita diventino devote, sottili, civili, caritatevoli. D’ora in poi pretendo da lei delicatezza sia fisica che spirituale». Prima di applicarsi sugli spartiti è necessario fornire insegnamenti emotivi, sensoriali, mentali. Gli spartiti arriveranno a tempo debito. Per Madame Pylinska è indispensabile una necessaria preparazione per poter suonare in maniera sublime il più sublime dei compositori.

Un giorno Eric ricevette una telefonata che gli comunicava che la zia Aimée era ricoverata in ospedale a causa di una grave malattia. Non le restava tanto da vivere. Aimée disse che non si sarebbe più fatta vedere fino alla morte. Non voleva vedere più nessuno. Aveva trascorso una vita difendendo la propria intimità con fermezza. Gli infermieri respinsero tutti coloro che desideravano visitarla. Con Eric, raccontandogli la sua vita, Aimée aveva avuto un comportamento diverso. Solo a lui rivelerà un segreto nascosto della sua vita che lasciamo al lettore scoprire. Eric vuole incontrare sua zia. Le invia un biglietto attraverso un infermiere. In attesa della risposta scorge in una sala dell’ospedale un pianoforte e inizia a suonare. Suona Chopin. La camera di Aimée è situata sopra la sala dove Eric sta suonando. Aimée esce dalla propria stanza per andare ad ascoltare il nipote. Al termine dell’esibizione Aimée confida di aver trascorso «un’esistenza perfetta in cui tutto era splendido, compreso il dolore. Vedi, Éric, potevo godere della tristezza perché Chopin mi convinceva che era tanto piacevole quanto necessaria. Perfino la disperazione suonava bene!». Sospirò sconvolta. «Chopin mi ha permesso di vivere in un altro mondo, un mondo in cui sbocciano i sentimenti, un mondo popolato da dichiarazioni infiammate, arrabbiature, entusiasmo, felicità, un mondo senza calcoli, senza razionalità, senza prudenza, senza pragmatismo. E non era un mondo utopico, niente affatto! Era un mondo che lui mi rivelava. Non era un ripiego, ma un’apertura. Chopin mi propone una dimensione in cui amare tutto ciò che compone una vita, quindi anche il disordine, la paura, l’angoscia e i tumulti. Chopin rende bello ciò che non lo è e porta al culmine ciò che lo era già. Anziché procurarci un rifugio, ci obbliga a essere lucidi elargendoci la saggezza dell’accettazione e accrescendo il nostro apprezzamento per la condizione umana. Grazie a Chopin ho vissuto bene».

Dopo alcuni anni Eric mentre inizia a suonare la Barcarola si accorse che «la calma si impone. La musica mi dà accesso allo stupore. Il tempo non trascorre, palpita. Non ne subisco più la durata, la assaporo. Tutto diventa meraviglia. Sono estasiato di essere, e in quell’estasi mi immergo». L’espressione artistica, in altri termini, ci aiuta a vivere meglio. Il teologo Oliviér Clément affermò che l’espressione artistica «ci risveglia. Essa ci cala più in profondità nell’esistenza. Fa di noi degli uomini e non delle macchine. Rende solari le nostre gioie e laceranti le nostre ferite. Ci apre all’angoscia e alla meraviglia». La letteratura consente a ciascuno – aggiunge il filosofo Cvetan Todorov – «di rispondere meglio alla propria vocazione di essere umano», grazie alle “sensazioni insostituibili” che ci procura, «tali per cui il mondo reale diventa più ricco di significato e più bello». Indubbiamente, molti romanzi allargano il nostro universo, stimolandoci ad immaginare altri modi per concepirlo e di organizzarlo. Grazie anche a Éric-Emmanuel Schmitt.