Mussolini per Scurati: un corpo ulceroso perché il fascismo è malato

Con il romanzo “M. L’uomo della provvidenza” lo scrittore scava negli anni dal 1925 al 1932, seconda tappa di un’analisi spietata della nostra storia

Benito Mussolini. Foto Lucien Aigner, da Flickr – creative commons

Benito Mussolini. Foto Lucien Aigner, da Flickr – creative commons

redazione 29 settembre 2020
Mussolini divo, esempio di un corpo sano, atletico e temprato dagli eventi che cavalca e miete il grano? Viceversa, Mussolini malato nasconde la malattia al pubblico, dilaniato dall’ulcera, dove il fascismo stesso si delinea come una malattia del Paese stesso. Segue questo e altri fili il secondo volume della trilogia di romanzi con cui Antonio Scurati rilegge con durezza il ventennio della dittatura dopo il romanzo-fiume di mille pagine con cui aveva conquistato il premio Strega, M. Il figlio del secolo. Stavolta il romanziere ha licenziato M. L’uomo della provvidenza (Bompiani, pp. 656, € 23,00), dove un brano iniziale fa capire qual è il tono di fondo: «L’alito è pesante, il dolore addominale opprimente, il vomito è verdognolo, striato di sangue. Il suo sangue. I fogli inchiostrati planano nella pozza maleodorante. Impossibile leggere il giornale. Il suo corpo glorioso, gonfio d’ipersecrezioni acide e di gas, ingoia aria e cerca ossigeno reclinando il capo all’indietro sul bracciolo del divano. Tutt’intorno, però, la stanza vortica in una giga di ferite aperte sulla mucosa ulcerata».

È il 1925, Benito Mussolini è presidente del Consiglio, ha rivendicato l’omicidio di Giacomo Matteotti come un merito sfidando il Parlamento: «Io solo porto la responsabilità politica, morale, storica di quanto è accaduto».  Nella recensione che Repubblica del 25 settembre ha affidato a Massimo Recalcati invece che a un critico letterario lo psicanalista registra: in quell’arco di tempo «la paranoia dell’origine si integra via via al culto della personalità del Duce. In gioco è una doppia metamorfosi. Politica: la liquidazione irreversibile della vecchia democrazia parlamentare e la fascistizzazione dello Stato. (…) Antropologica: il fascismo da partito politico diventa una religione che trasfigura i propri militanti in un "esercito di credenti" e il suo leader in un Dio. Le masse sono nelle mani del Duce, il suo sguardo ipnotico le seduce, le possiede; la politica si confonde con la religione. Per l’arcivescovo di Praga in visita a Roma nel 1929 (nella cronologia di Wikipedia si chiamava František Kordač), egli è "l’uomo della provvidenza"». Il romanzo che riprende nel titolo quell’infelice giudizio, valuta Recalcati, «narra con forza e destrezza questo doppio fondo del corpo del fascismo e del suo Duce: l’ulcera inguaribile e il suo tentativo di rimozione. La piaga ulcerosa attraversa lo stesso partito fascista: da una parte la sua salute granitica, la sua disciplina severa, dall’altra le sue infinite lacerazioni interne, le continue risse tra gerarchi per accaparrarsi le poltrone migliori, la gramigna dell’invidia, della lotta fratricida, dello scontro senza esclusione di colpi».

Scurati compie un lavoro di scavo nella nostra storia e nella coscienza di noi italiani, forse anche per ricordarci che il rischio del precipizio esiste tutt’oggi. Riassume la casa editrice Bompiani: Mussolini «a dirimere le beghe tra i gerarchi mette Augusto Turati, tragico nel suo tentativo di rettitudine; dimentica ogni riconoscenza verso Margherita Sarfatti; cerca di placare gli ardori della figlia Edda dandola in sposa a Galeazzo Ciano; affida a Badoglio e Graziani l’impresa africana, celebrata dalla retorica dell’immensità delle dune ma combattuta nella realtà come la più sporca delle guerre, fino all’orrore dei gas e dei campi di concentramento», campi di schiavismo e morte eretti e gestiti in Nord Africa. Intrecciando romanzo e fonti storiche Scurati arriva quindi al 1932, arriva al «decennale della rivoluzione: quando M. fa innalzare l’impressionante, spettrale sacrario dei martiri fascisti, e più che onorare lutti passati sembra presagire ecatombi future».