Lorena Spampinato narra la lotta di Tresa per essere donna e libera

Nel romanzo “Il silenzio dell’acciuga” la scrittrice sa raccontare il percorso di una ragazza nella Sicilia patriarcale di pochi decenni fa

Particolare dalla copertina de “Il silenzio dell’acciuga” di Lorena Spampinato

Particolare dalla copertina de “Il silenzio dell’acciuga” di Lorena Spampinato

redazione 7 marzo 2020
di Manuela Ballo

Spiraglio di luce in un cielo ombroso: è l’effetto che procura il libro di Lorena Spampinato, “Il silenzio dell’acciuga” (Nutrimenti, pp. 240, euro 18,00). In copertina solo una bambina con lo sguardo assente e dritto verso chi la osserva, e pochi oggetti: un frigorifero, una lavatrice e un grande televisore di quelli che non esistono più poiché sostituiti da schermi piatti.
Lei, però, rimarrebbe sempre la stessa, costretta a lottare con le unghie e con i denti contro una società omologante e patriarcale, dalla quale le donne si sono sempre ribellate. E continuano a farlo.
Quella piccola donna, perciò, potrei essere io; potreste essere voi, non è soltanto Tresa. La storia della protagonista si svolge nella Sicilia degli anni Sessanta. A narrarla è lei stessa in prima persona; lei che, dall’alto della sua innocenza, affronterà un lungo e doloroso percorso di crescita, fino ad arrivare alla piena consapevolezza di sé, del suo corpo e del suo esser donna. A sostenerla, in questa fase cruciale della vita, è la zia Rosa, una donna amorevole e premurosa, che ha dovuto adattarsi e calarsi nel ruolo di nutrice, per lei inedito e sconosciuto.

La situazione familiare in cui Tresa vive è complesso e determinerà molte delle sue scelte. La morte della madre, celata dietro una coltre di silenzio e mistero, e il conseguente abbandono del padre, cambia tutto. Diverso è il sentimento con cui Tresa affronta le due situazioni: da una parte, la perdita prematura vissuta con tanto dolore e amarezza; dall'altra l’abbandono come liberazione da un senso di timore: “Pensai spesso a come sarebbe stato crescere con una madre” e “che forma avrebbero avuto i miei pensieri se accanto ai modi bruschi di mio padre ci fosse stata una figura più morbida e simile a me”, pensa Tresa.

La rigidità, e la presenza ingombrante, del padre hanno influenzato i comportamenti della piccola ragazza siciliana, dai modi d’essere al vestiario: Tresa era costretta a indossare vestiti da uomo, portare i capelli corti e non poteva né agghindarsi né farsi allungare i capelli. Leggerezza e frivolezza erano bandite. Doveva, in sostanza, rinnegare la sua femminilità, avvicinandosi sempre più alle sembianze di Gero, il fratello. “Nessuno avrebbe detto che ero una femmina” arriva a pensare. Tresa non è Gero, e per quanto resi simili, con le sue apparenti sembianze da maschio (i compagni di classe la le affibbiarono il nomignolo di "masculina") scoprirà, grazie alla zia, che esser femmina è ben altra cosa: “Non aveva niente a che fare coi capelli, vestiti e cianfrusaglie. Non c’entravano i modi di fare e di atteggiarsi. Solo una cosa c’entrava: la libertà”. Passo dopo passo, catastrofe dopo catastrofe si compirà la sua emancipazione.

In ogni giovane donna c’è una piccola Tresa, che lotta, scalcia e urla rivendicando il diritto ad essere diversa, cioè sé stessa, libera da condizionamenti e imposizioni. Ci siamo noi e c’è Tresa. Cosa c'è di diverso da quegli anni Sessanta e questi in cui viviamo? Cos'è realmente cambiato tra quella Sicilia e quella d'oggi? La prima era immobile, ancorata ai suoi cliché e piena di tabù. Anche il Sessantotto fu avvertito come una breve scia di fumo destinata a dissolversi nell’aria. L'isola d'oggi, invece, è una Sicilia completamente diversa e nella quale la situazione è ben migliorata, avendo lentamente compiuto passi in avanti. Antichi vizi sono però rimasti. E la Sicilia, la mia Sicilia, oggi grida al cambiamento, cercando di liberarsi definitivamente dalle arcaiche abitudini, grazie alle lunghe battaglie condotte da quelle donne, che come Tresa, hanno sopportato e lottato.

Noi donne siamo più libere, autonome e indipendenti: questo lo dimostra l’autrice con una storia di profondi silenzi e verità nascoste, sopraffazione e negazione dell’essere, ma anche di crescita ed emancipazione. È una storia da leggere e raccontare quella che racconta Lorena Spampinato: con delicatezza e forza parla di sé e delle donne italiane. Lo fa con lo stile che è proprio di un pittore che è intento nella realizzazione del suo migliore capolavoro.