Gulliver o Grulliver, il viaggio di Swift dissacra ancora gli istrioni al potere

Ripubblicato il romanzo dello scrittore irlandese che ridicolizza i potenti e malcostume. Cosa dicono autori come Sam Millar, Don Boyd, Michael Jecks, Glen Duncan

Illustrazione di Thomas Morten dalla copertina dei Viaggi di Gulliver editi da Gammarò

Illustrazione di Thomas Morten dalla copertina dei Viaggi di Gulliver editi da Gammarò

redazione 18 dicembre 2019
Rock Reynolds

Non siamo forse tutti un po’ Grulliver? Grulliver come “grullo”, nel senso originale dato al nome di fantasia che Jonathan Swift (1667-1745) scelse per l’eroe del suo libro più celebre, dall’inglese “gullible”, ovvero gonzo, credulone, un libro scritto sotto pseudonimo, quello del protagonista stesso, Lemuel Gulliver.
E pensare che I viaggi di Grulliver (Gammarò edizioni, pagg 462, euro 28) di Jonathan Swift, ora ripubblicato in una splendida veste grafica, con la classica traduzione di Vincenzo Gueglio e le illustrazioni d’epoca di Thomas Morten, fu scritto quando l’autore era già decano della cattedrale di San Patrizio a Dublino, massimo rappresentante della potente minoranza protestante dell’Irlanda. Le sue scelte spesso anticonformiste e sempre all’insegna della verve polemica che contraddistingue la sua prosa dissacrante crearono non pochi problemi all’autore, precludendogli l’ottenimento di cariche ancor più ambite, malgrado il successo incredibile a cui andò incontro quello che, a detta di molti, è uno dei romanzi più importanti della storia letteraria britannica. Uscito sulla scorta del successo di Robinson Crusoe, di Daniel Defoe, I viaggi di Grulliver è una parodia di ogni forma di romanzo utopico dagli intenti seriosi e si fa beffe di convenzioni e usanze comuni.

Grulliver si imbarca in un lungo viaggio sugli oceani e, quando la sua nave fa naufragio, si ritrova sulle coste di uno strano paese, Lilliput, dove ha a che fare con un popolo in miniatura e da cui decide di fuggire quando si rende conto che anche in quella terra da fiaba le miserie umane e le piccole cattiverie individuali rappresentano la quotidiana bassezza. E, gigante tra i nani, Grulliver diventerà nano tra i giganti a Brobdingnag, prima di migrare nuovamente verso altri lidi e altre avventure.

Sam Millar: “Una storia di realismo, colonialismo e oppressione”
Jonathan Swift, pur se di famiglia anglicana, è profondamente radicato nella cultura di matrice cattolica dell’Irlanda, di cui eredita la vis comica. Ecco, cosa pensa di lui Sam Millar, scrittore cattolico di noir di successo internazionale (come I cani di Belfast) e di memoir (On the Brinks), un uomo che ha sempre rigettato le imposizioni degli occupanti britannici. “I viaggi di Grulliver è un classico senza tempo scritto da un irlandese che inizialmente era convinto di essere inglese! Per alcuni, è una favola fantastica di proporzioni esagerate. Tuttavia, per gli irlandesi, I viaggi di Grulliver è un libro che ha sempre avuto in sé una cupa sfumatura di realismo, colonialismo e oppressione ed è la storia del gigante Grulliver nel minuscolo paese di Lilliput o, come agli irlandesi piace dire, dell’Inghilterra che cerca, senza successo, di conquistare l’Irlanda. Mentre scriveva il suo capolavoro, Swift iniziò a mettere in discussione la sua fedeltà all’Inghilterra e alla tirannia che stava cercando di rendere schiava non solo l’Irlanda ma qualsiasi piccola nazione di tutto il mondo. Swift descrisse gli irlandesi come schiavi (definendo il rapporto dell’Irlanda con l’Inghilterra come una sudditanza schiavistica) e li rappresentò attraverso gli Houyhnhnm, nella Parte Quarta di questo formidabile libro. È una storia gigantesca, scritta da un gigante delle lettere.”

Don Boyd: “Satira ai massimi livelli”
Don Boyd, cineasta e scrittore, produttore del docufilm The Great Rock’n’Roll Swindle, sulla vicenda umana e musicale dei Sex Pistols, non ha dubbi: “I viaggi di Grulliver è un’avventura splendida, misteriosa, quasi fanciullesca, affascinante tanto quanto cupa. È satira ai massimi livelli”.
Un esempio? A Lilliput, “quando si libera un posto importante, per morte o caduta in disgrazia del titolare (caso questo frequentissimo), cinque o sei candidati alla successione presentano all’imperatore formale richiesta di poter intrattenere Sua Maestà e la Corte con un ballo sulla corda: colui che eseguirà un maggior numero di evoluzioni senza cadere otterrà il posto.”

Istrioni delle istituzioni britanniche e italiche
Se il libro non fosse stato pubblicato in data non sospetta, ovvero nel 1726, sorgerebbe quasi il dubbio che Swift abbia studiato l’atteggiamento istrionico di certi odierni rappresentanti delle istituzioni italiche tanto quanto britanniche. Della serie, sono tutti talmente inadeguati al ruolo che tanto vale far cadere la scelta su quello più bello, più simpatico, più teatrale. E la stringente attualità della prosa e dei contenuti di questo libro ha dell’incredibile. Sentite cosa scrive Swift di un tema assai annoso. “La frode è considerata… più grave del furto ed è raro, di conseguenza, che non sia punita con la pena capitale; essi argomentano infatti che un po’ di cura e attenzione bastano a persone di comune intelligenza per difendere egregiamente i loro beni dai ladri, mentre l’onestà non ha difesa contro un’astuzia proterva.” Parole provenienti da un altro tempo e da un altro luogo. Eppure mai così vicine.

Michael Jecks: “Da Swift alle cronache di Narnia fino a Tolkien”
Michael Jecks, a sua volta, scrive romanzi che respirano nel passato ed è considerato uno dei massimi esponenti del noir di impronta medievale, storie fosche, violentissime, in larga parte ambientate a Dartmoor, terra di brughiere e castelli. L’ultimo templare e Torneo di sangue ce ne forniscono un lauto saggio. Eppure, I viaggi di Grulliver non sono poi così lontani dalla sua sensibilità di autore e lettore. “Da bambino, I viaggi di Grulliver sono stati per me un’infarinatura di scrittura fantasiosa. Per la prima volta, venivo trasportato in terre ignote, popolate da strane creature: minuscoli uomini a Lilliput, nel suo primo viaggio, oppure giganti a Brobdingnag. Quel libro fu un assaggio dei mondi ingegnosi inventati da C.S. Lewis ne Le cronache di Narnia e, in seguito, da J.R.R. Tolkien ne Il signore degli anelli. Giunto a Laputa, un’isola volante, incontra gente talmente persa nelle proprie elucubrazioni mentali (come matematica e astronomia) da doversi far svegliare costantemente dalla servitù che li prende a botte con delle vesciche. Hanno imparato a lievitare, ma non sanno usare un metro a nastro. Nel suo viaggio finale, giunge nella terra degli Houyhnhnm. Si tratta di cavalli, ma cavalli che mostrano di possedere i migliori aspetti dell’umanità, al contrario degli umani Yahoo, una specie degenerata. Quando Grulliver torna a casa, disgustato dall’umanità, si ritira dalla società e passa le giornate a conversare con i compagni equini nella sua stalla. Da giovane, trovavo affascinante questo libro. Crescendo, iniziai a studiare l’aspetto intimamente satirico di molte sue osservazioni e me ne innamorai. E, ora che gli anni avanzano, studiando la scena politica che ci circonda, trovo le sue analisi e i suoi commenti ancor più rilevanti e puntuali.”

La critica spietata del malcostume
La modernità di Jonathan Swift e la sua critica spietata del malcostume rischiano di farci dimenticare che si tratta di un uomo calato profondamente nella realtà del XVIII secolo. Eppure, sembra che davvero non riesca mai a esimersi dal fustigare corruzione, depravazione e sciatteria, stigmatizzando costantemente il ricorso alla ragione di stato, una specie di mantra che appare quasi in ogni sfaccettatura delle disavventure di Grulliver, per coprire manchevolezze, intrighi e abusi.

Glenn Duncan, talentuoso autore de L’ultimo lupo mannaro e L’alba di Talulla (entrambi pubblicati da Isbn Edizioni), in qualche modo a loro volta viaggi iniziatici in mondi paralleli, viziati dalle stesse magagne della società degli uomini, ha addirittura imperniato la sua tesi di laurea su I Viaggi di Grulliver. Ecco, in sintesi, cosa pensa di quest’opera senza tempo. “La brutta notizia per la nostra specie è che ci meritiamo tutto ciò che questo libro ci ha gettato addosso. La buona notizia è che questo romanzo resta di una cupa ilarità. Leggerlo significa farsi fustigare con eleganza. Nel pantheon dei misantropi letterari, Swift non ha eguali.”