Il “meticcio” nel ghetto dei migranti andato a fuoco

Pubblichiamo un brano dal romanzo di Federica Fantozzi: una cronista indaga realtà come la mafia nigeriana, lo sfruttamento degli immigrati e traffici di diamanti

Murale di Jackie Robinson a Brooklyn, New York

Murale di Jackie Robinson a Brooklyn, New York

redazione 11 maggio 2019
Chi è il meticcio? Intreccia temi che vanno dalla discriminazione allo sfruttamento degli immigrati nei campi nell’Agro Pontino, dalla mafia nigeriana che si allea a quella nostrana e costringe migliaia di donne a prostituirsi allo sguardo disincantato su Roma fino a un traffico di diamanti narrato mentre il giornalismo tradizionale arranca il romanzo "Il meticcio" di Federica Fantozzi (Marsilio, pp. 333, euro 17,00). Pubblichiamo qui sotto un estratto da un libro che nella cornice del thriller inquadra la cocciutaggine, le debolezze e le intuizioni di Amalia Pinter, cronista della testata Piccolo investigatore la quale si trova a indagare lei stessa e in prima persona insieme a un agente specializzato nella lotta alle organizzazioni criminali.

Federica Fantozzi, scrittrice, cronista politica e parlamentare in forza all’Unità finché il quotidiano era in edicola, collaboratrice di più testate, fan dichiarata di Bruce Springsteen, impagina qui il suo nuovo thriller pubblicato sempre per Marsilio, la sua casa editrice di riferimento. Lo hanno preceduto i romanzi “Caccia a Emy” (2000), “Notte sul Negev” (2001) e “Il logista” (2017). Insieme a Roberto Brunelli ha pubblicato la biografia di Enrico Letta per Editori Internazionali Riuniti nel 2013.

Il brano scelto è imperniato su uno dei personaggi centrali, il corriere della mafia nigeriana Bambino.

Federica Fantozzi: Bambino sulla terra bruciata

Bambino calpestava la terra bruciata a passi misurati, respirando la puzza.

Sapeva già che lo sforzo era vano, e risparmiava energie.

Quei giorni lo avevano messo alla prova: mangiava avanzi, beveva agli zampilli delle fontane, non si fidava di chiedere l’elemosina. Voleva rimanere invisibile. C’era riuscito: era un uomo nero tra tanti, il cui sguardo tutti sfuggivano, con sollievo dato che non esprimeva bisogni. Il prezzo, però, era stato alto: il suo corpo era asciutto, l’organismo di nuovo disidratato. Bambino strinse i pugni enormi. C’era di peggio, aveva fallito.

Il Ghetto era andato a fuoco due giorni prima. Forse una bombola del gas o un fornelletto per cucinare. Forse una coperta elettrica dei fortunati provvisti di generatore: faceva un caldo insopportabile, ma non per gli ammalati. Forse un atto di intolleranza che non sarebbe mai stato scoperto. Tre persone erano morte: un uomo e una donna carbonizzati sulle brandine, un vecchio raggiunto dalle fiamme sulla soglia. Duecento tra ammassi di lamiera, garage e magazzini per gli attrezzi erano stati distrutti; i resti azzerati dalle ruspe. Gli immigrati erano sfollati in cerca di nuove bidonville da cui partire, a ogni alba, per il lavoro.

Di quella risacca facevano parte Hazel e Hope. O quel che ne restava. Bambino ne aveva seguito le tracce come un cane da tartufo. O meglio, seguiva One-Eye e la sua fama di psicopatico. Era il peggior farabutto che Dio potesse mettere sul loro cammino, ma almeno tutti se lo ricordavano. Da quando aveva caricato le sue sorelle sul camion Mercedes scassato, il guercio era impresso anche nei ricordi di Bambino. A differenza del loro gruppo di privilegiati, quello di Hazel e Hope aveva seguito la rotta dei disperati. In Niger fino ad Agades, e poi a Dirkou, la Lampedusa africana, l’ultimo villaggio prima di quel gorgo di orrore che è la Libia. Le donne avevano viaggiato insieme a una carovana di cammelli, trattate peggio di quegli animali, fino al confine sorvegliato dalle truppe speciali francesi. Là One-Eye aveva trasferito tutte su una Toyota, trenta ragazze nel cassone con quaranta gradi. Due erano impazzite e le avevano buttate giù, ancora vive.

Bambino aveva sentito mille volte quei racconti durante il suo viaggio: One Eye lo faceva apposta, per stuzzicarlo, per avere il pretesto di una scudisciata. Ma Bambino non reagiva. Si limitava ad accumulare particolari.

In qualche modo Hazel e Hope erano sopravvissute ai campi libici, alla traversata, ai centri italiani per migranti. Era passato così tanto tempo, rifletté l’uomo con il cuore che si rimpiccioliva. Quasi due anni. One-Eye era andato a prendere Bambino e poi altri e altri ancora. Ma non lasciava del tutto le sue “galline dalle uova d’oro”. A intervalli regolari riappariva per prendere quanto gli spettava. Era uno schiavista malvagio con un lato positivo: il suo aspetto lo rendeva visibile quanto un albero di Natale illuminato in mezzo al Sahara.

Bambino lo tallonava. Ma finora era arrivato tardi. A ogni tappa l’aveva mancato. Dalla baraccopoli in provincia di Foggia si erano spostati verso sud-est, a bordo di un camion che anziché cassette di pomodori San Marzano conteneva adolescenti terrorizzate. Bambino aveva avuto un pizzico di fortuna: il camion aveva pneumatici di marche differenti, e lui era bravo a distinguerne i solchi. Lungo la strada, quando il terreno si era fatto troppo duro per conservare i segni, aveva chiesto a un benzinaio e a un barista. Aveva raccontato di aver perso il passaggio, poi di cercare un compagno che gli doveva soldi, poi di sperare in un paio di giornate di raccolta. Gli pareva di essere stato creduto, o forse nessuno gli aveva prestato davvero attenzione.

Scrollò le spalle. Se ne infischiava, l’importante era che gli avessero dato le indicazioni necessarie. Suo zio l’aveva mollato come un tizzone che scottava le dita. Rimproverandolo per avergli mentito sulle sue intenzioni, Thomas l’aveva guardato in modo strano, e Bambino non era certo che non l’avrebbe tradito. Non gliene voleva: quando hai varcato certi confini, speri solo che se la prendano con qualcun altro. Vuoi goderti il tempo che resta prima che i cani neri del rimorso comincino a latrarti in testa. Bambino lo sapeva: lui li sentiva ogni notte ululare i nomi delle sue sorelle.

Il nigeriano avvertì qualcosa crepitare sotto i piedi. Calpestava un tappeto grigio di braci fredde, cenere, polvere di oggetti. Una landa desolata color piombo, i cui unici sprazzi di colore appartenevano a brandelli di esistenze distrutte. Il quadratino di una coperta sintetica, probabilmente tra le prime a essersi accese. Il braccio rosa posticcio di una Barbie. Pezzetti di carta, simili a coriandoli tristi. Non spirava un alito di vento e la puzza ristagnava: odore di plastica fusa, metalli bruciati, miscele di gas, materiali di scarto. Un lezzo di morto e di marcio che all’improvviso gli invase le narici, facendogli risalire in gola i succhi gastrici. Bambino si chinò e vomitò bile verdastra, limacciosa.

Rimase lì piegato, con la schiena a pezzi. Rivide se stesso ragazzino, seduto a tavola all’ora di cena con tutta la famiglia. Suo padre, stanco come sempre, pregava. Sua madre aveva Hazel appollaiata su una gamba e Hope, piccolissima, tra le braccia. Alla radio Leonard Cohen cantava Hallelujah e loro si univano[V1] a lui, felici.

Pregare non li aveva aiutati. Dio non si era mai voltato dalla loro parte.