"Gasparo", il romanzo di chi studia letterature extra-occidentali

Un estratto dalla narrazione Beppi Chiuppani, scrittore e conoscitore di letterature come quelle arabe, del Brasile, dell'Africa, dell'Occidente

Venezia tra '600 e '700

Venezia tra '600 e '700

redazione 6 aprile 2019
Beppi Chiuppani, veneto, scrittore, ha appena pubblicato "Gasparo. Il romanzo di una vita barocca" (Editrice il Sirente, pp. 670, € 25.00), «memorie di un mezzo gentiluomo della Terraferma veneziana» redatte nel 1721, lo descrive la scheda editoriale. L'autore si inserisce in quella schiera di studiosi che si sono formati, per passione e per necessità, anche all'estero: ha soggiornato e lavorato in Francia, Gran Bretagna, Portogallo, al Cairo, a Damasco, a Chicago, e ha una formazione che guarda oltre i confini occidentali: ha studiato i classici, certo, ma anche le letterature araba, luso-brasiliana, anglofona di terre come l'India e il Sud Africa. È al suo terzo romanzo uscito a stampa.
Pubblichiamo un estratto dall'autobiografia immaginaria del mezzo gentiluomo Gasparo, «accademico ed ecclesiastico», poi «assassino e fuggiasco, segretario di un Duca e venturiere nella guerra col Gran Sultano». « È l’affresco di una grandiosa epoca di musica e di orgoglio, di danza e di battaglie, quando caffè tabacco libertinaggio melodramma turchi e pianoforte hanno fatto dell’Europa ciò che essa è ancora», riferisce l'editore.

Beppi Chiuppani: dopo tante peregrinazioni ora vi racconto

Quando come ogni giorno mi risveglio dopo aver rivisto nel sonno il Peloponneso mi sembra di non aver dormito affatto e invece è già tardi. La luce dell’alba ha oltrepassato le imposte cominciando a rischiarare le pareti, e man mano che dalla memoria si dilegua il ricordo del sogno emerge dall’altra stanza la voce della mia bambina che canta: lo fa sempre quando sa che mi devo alzare. Macché bambina, da quando l’ho condotta dal Levante in Terraferma sono passati più di vent’anni: canta, e la sua voce da ragazzino mi apre le palpebre con un piacere che non avrei mai creduto di poter rivivere dopo tante navigazioni, e che mi riporta alle serate di Venezia, fin nei palchetti gremiti di aristocrazia del teatro di San Giovanni Grisostomo.
Per un momento le note posano e odo più distinti i rumori della via che si riscuote, quasi fossero le viole e gli oboi da cui mia figlia è accompagnata mentre rinnova il prodigio della nostra felicità domestica: e sono le ruote di un carro che cigola salendo verso il centro di Padova, uno scalpiccìo di cavalli, la piccola campana della chiesa di San Daniele che chiama al mattutino. Li adoro questi suoni, tanto più civili dei tramestii di Morea, e li gusterei ben più a lungo se non fossimo in ritardo: la messa al Santo comincerà tra poco e già sento Sultanina bussare. Devo pur alzarmi in questo mercoledì di marzo dell’anno di Nostro Signore 1721, e far scendere dal letto le gambe lente e doloranti che mi hanno sostenuto per tanti lustri.

Illustrissimo Lettore ...
Sbagliereste, illustrissimo Lettore, se pensaste che voglio rappresentarvi i variegati casi della mia vita e le sue tante storie d’amicizia più che di amore, soltanto per lusingare un’ultima volta la mia vanità. Non lo faccio perché desideri ancora gloriarmi dei principi o dei prelati con cui mi sono per anni accompagnato, né per impressionarvi con lo sfarzo dei saloni e dei teatri che dipingerò su questi fogli: ora che da giovane ben azzimato sono fatto vecchio e claudicante non è più della vostra ammirazione che ho bisogno. Sebbene anche voi vedrete i baluardi di Negroponte oltre il fumo della moschetteria come li rivedo di notte da decenni, e udrete lo stridere delle cinghie dei cavalli mentre trascinano i cannoni nel fango, io ho smesso da tempo di credere nell’onore delle armi, e assieme a questo alla possibilità di rendere celebre il mio nome con la letteratura. Quanto a lungo, prima ragazzo pieno di sogni poi uomo pieno di passioni, ho continuato a cercare la gloria delle lettere! Ambivo a far grande il mio piccolo casato coi meriti della poesia e della prosa più tornita, ma con quale successo: invece di diventare l’autore che volevo essere sono stato soltanto un segretario, repositorio inviolabile delle confidenze di duchi e cardinali, certo, però senza mai poter porre in calce alle loro lettere la firma di chi le aveva scritte, e cioè io, sempre io. Ma se allora al fissare il sigillo ripensavo che non era il mio stemma quello che andavo marcando, dopo tutto ciò che mi è accaduto ho perso anche questo desiderio, quello di scrivere per me.

Mia figlia sta per lasciarmi
Scrivo invece per voi, benevolo Lettore, ancorché non possa far altro che immaginarvi e nemmeno abbia la certezza che mai esisterete; perché dopo aver dato suono alla mia voce d’inchiostro forse concluderete che nonostante la distanza che ci separa la mia storia non vi sarà stata così inutile. Vi avrà piuttosto aiutato a percepire con rinnovata sagacia quella straordinaria fantasmagoria che ci circonda e che tutti chiamano vita. È l’unico servigio che posso rendervi, e in cambio chiedo soltanto la grazia della vostra compagnia: ora che i vostri occhi scorrono su queste pagine è come se l’inchiostro del mio calamaio stesse suscitando non uno ma una coppia di somiglianti fantasmi, che solcando in opposte direzioni le voragini del tempo finalmente si affiancano in un comune cammino di parole e di silenzio. Ed ecco che al notare l’atto di pazienza e amore con cui state seguendo le mie righe mi riscuoto e riprendo lena: sarete voi, Lettor mio, l’amico estremo negli anni falsamente solitari che mi aspettano e che spero non dureranno più di quanto sarà necessario per consegnarvi i casi e le persone di cui si sono nutrite le mie emozioni e i miei pensieri. Non posso ingannarmi, so che mia figlia mi sta per lasciare, ed è giusto che sia così, devo allora approfittare di questi ultimi giorni con lei per iniziare la versione finale delle pagine che ho abbozzato negli anni passati, e che saranno d’ora in avanti tutto il mondo in cui vivrò.