Dante e Beatrice, quando la bellezza diventa una ferita

Dal sommo poeta a Foucalt, da Guinizzelli a Cavalcanti: come lo sguardo d'amore va oltre l'evidenza e la verità. Riflessioni tra filosofia e letteratura

Dante e Beatrice. Henry Holiday, 1883, Walker Art Gallery

Dante e Beatrice. Henry Holiday, 1883, Walker Art Gallery

redazione 25 novembre 2017


di Alberto Fraccacreta

I provenzali credevano che la donna fosse simile all’angelo. Poi ci fu la grande intuizione di Guido Guinizzelli (che Dante, non a caso, chiama «padre mio»), il quale ritenne credibile se non doveroso, non già associare metaforicamente il femminile all’intelligenza angelica, ma che tra i due sussistesse una piena identificazione. La donna è angelo. Quindi, anche Dio, nella sua infinita misericordia, deve riconoscere al poeta che le lodi a lei rivolte sono giuste, poiché tenne d’angel sembianza e non fu errore o dissacrazione se in lei il poeta pose amanza.


Poi arrivò Cavalcanti e disse: «D’accordo, ma la donna è contornata di una luce mistica che la rende lontana, irrecuperabile. L’amore è qualcosa di irrazionale che colpisce l’anima sensitiva, l’anima vegetativa (infatti, l’innamorato non beve, non mangia eccetera...) e distrugge l’io. L’intelletto possibile guarda questa devastazione senza poter fare nulla. Qui — nello scarto tra l’impotente intelletto possibile e la disgregazione delle facoltà naturali e psicologiche — si consuma la tragedia». Dante sulle prime concordò. D’altra parte, l’amico Guido non era certo un filosofo di primo pelo. Lo sguardo di Beatrice, all’inizio, — lui lo capiva — sembrava un lampo, inchiodava l’amante alla sua pochezza visiva e il colpo al cuore, da lei perpetrato, lo avvertiva come una netta rottura dell’interiorità. La bellezza era una ferita. Alla sua morte arrivò Madonna Petra (donde le “rime petrose”), che faceva fuggire il poeta a gambe levate, tanto potenti e disgregatori erano i suoi occhi. E infine cosa accadde? Dante, sapendo che si stava infilando in un vicolo cieco, nella ripetitività lirica e in parte ossimorica di Cavalcanti, ci ripensò. E ognuno proseguì per la propria strada. Era mutata Beatrice? No, era cambiato qualcos’altro. Era possibile che ciò che Dante aveva visto, fosse in fin dei conti la pura verità. Allora pensò che si deve avere il coraggio di quella verità — il «valore» così sovente attribuito dai poeti alle loro donne —, coraggio che i Greci chiamavano parresia. Doveva trovare un punto, un’orlatura, una plaga in cui verità e realtà non fossero mortificate l’una dall’altra. Cercava un equilibrio. Ragionò fra sé: «Non ho visto devastazione, ma beatitudine. E per quanto possa soffrire — a causa di diversi motivi —, non c’è nulla che riesca a distanziarmi del tutto dalla visione beatifica della donna che amo. Allora devo parlare di questo...».

Beatrice, ormai irraggiungibile, era rimasta sempre la stessa ragazza che egli aveva notato mentre passeggiava con le amiche (tra cui Giovanna Primavera, l’amata di Guido) sulle rive dell’Arno, come nel quadro di Henry Holiday. Era Dante che stava cambiando. Sembrava farneticasse: «Devo essere più fedele a ciò che vidi...». Perché aveva notato qualcosa.
Il filosofo francese Michel Foucault suggerisce che il grande errore della filosofia l’ha fatto Cartesio: con l’assunto secondo cui la verità è evidenza. Osservando la realtà, ciò che è evidente, noi procediamo lungo uno strato imperforabile, perché è lì che risiede il vero, nella superficie. Foucault, appunto, non crede all’evidenza cartesiana e dichiara: «La verità non è data di diritto al soggetto, ma è necessario che quest’ultimo si trasformi in “altro da sé” per aver accesso alla verità...». Non evidenza, ma trasformazione.

Che la bellezza sia una ferita e che gli occhi della donna producano sensazioni dissocianti (l’automa cavalcantiano che va in giro come un pazzo furioso), è un’evidenza. Ma basta a dire che questa è la verità? Dante si lascia trasformare e scorge ora Beatrice in tutta la sua carica pacificante, conciliante, ricomponente l’integrità perduta. Ma ciò non dipende dal fatto che lei sia un’idea o sia lontana dal quotidiano o, peggio, sia il simbolo perfetto di una totale disincarnazione. È la percezione del tu che è tramutata, per sempre, nel poeta. Lui osserva le cose sotto un’altra angolazione che non pare più influenzata dalla realtà accidente ma da una realtà più ampia, che sa toccare con mano il contenuto dell’alterità, che non lo riduce a un oggetto ma ne preserva l’infinita irriducibilità. Il bello è che il mistero ineffabile di Beatrice non è avverto come una “limitazione mutilante”, bensì in “termini gaudiosi”, secondo l’interpretazione di Luca Rossi. E Dante, nel trentesimo canto del Paradiso, dice ancora: «Se tutto ciò che è stato riferito su di lei fino a questo punto, fosse racchiuso in un’unica lode, essa sarebbe insufficiente al compito. Ammetto di essere vinto da questo punto, assai più di quanto lo sarebbe un poeta di stile medio o sublime da un lato complesso del tema che affronta: infatti, come il sole acceca uno sguardo debole, così il ricordo del suo dolce sorriso ha il potere di far venire meno la mia capacità cognitiva. Dal primo giorno in cui scorsi Beatrice in questa vita, fino a questa vista, il mio canto non è mai stato interrotto. Eppure, è inevitabile che io ora rinunci a seguire la sua bellezza, come un artista che ha toccato il limite estremo delle sue possibilità. Beatrice, bella come spero la descriva una poesia più adeguata dei miei versi, che comunque si sforzano di terminare la descrizione...».


E oggi, noi tutti, siamo in grado di vedere la verità oltre l’evidenza? Di percepire la donna in una maniera più adeguata? Di conferirle dignità e centralità con la forza intellettuale ed etica dei grandi poeti? Dante ci sta indicando qualcosa che è utile alla nostra esistenza quotidiana? In che modo osserviamo gli altri? È la claritas, la luce che ognuno porta dentro di sé, a guidarci nel soddisfare il senso di bellezza in noi? Dati i tempi e gli eventi (che ci riguardano intimamente), non sono domande da poco.