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Il successo non si misura solo con i cinque milioni negli stadi e i miliardi sugli schermi

Spagna-Capo Verde, 0-0, ha da poco raccontato molto della nuova formula del Mondiale, qualcosa che va oltre il risultato. La partita continua ben oltre il novantesimo minuto. Si gioca sugli smartphone, negli algoritmi, nelle metriche che misurano il tempo trascorso davanti a uno schermo.

Il successo non si misura solo con i cinque milioni negli stadi e i miliardi sugli schermi
La formazione di Capo Verde )Immagine "Gazzetta.it"
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Marcello Cecconi Modifica articolo

15 Giugno 2026 - 22.46


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L’ultima gara di questo pomeriggio, lunedì 15 giugno, Spagna-Capo Verde, ha da poco raccontato molto della nuova formula del Mondiale, qualcosa che va oltre il risultato. I “creoli” delle 10 isole al largo del Senegal, che contano abitanti quanto Genova, hanno strappato lo 0-0 agli spagnoli. Lo hanno fatto con grande volontà, corsa, attenzione a non scoprirsi mai e il bacio della fortuna. Il risultato ottenuto con un muro difensivo congegnato intorno a Josimar José Évora Dias, detto Vozinha, il quarantenne portiere che gioca in “Segunda Liga” in Portogallo, fa bene al calcio. La numero 2 del mondo non vince contro la 67. “One of the biggest shocks in World Cup history” titola enfaticamente The Athletic, quotidiano sportivo del Nyt.

Da una parte una delle grandi aristocrazie del calcio mondiale, dall’altra una delle piccole nazioni africane in una gara simbolica della promessa del nuovo Mondiale che è quella di allargare la mappa della rappresentazione. Ma “il più grande schoks della storia dei mondiali” non può nascondere anche la contraddizione del format. Più squadre significano più visibilità per i Paesi emergenti, ma anche un torneo sempre più dilatato e sempre più dipendente dalla necessità di produrre contenuti, ascolti e ricavi.

A giudicare dai numeri annunciati, la Coppa del Mondo 2026 dovrebbe essere già un trionfo. Oltre cinque milioni di spettatori attesi negli stadi, 104 partite invece delle tradizionali 64, ricavi stimati dalla Fifa intorno ai 9 miliardi di dollari e una platea digitale che potrebbe sfiorare i sei miliardi di interazioni complessive. Mai il calcio aveva occupato così tanto spazio fisico, economico e mediatico.

Eppure, osservando il torneo da fuori, c’è da dubitare che l’espansione del Mondiale sia davvero una vittoria dello sport. Appare più una vittoria del mercato. L’allargamento a 48 squadre viene raccontato come una conquista dell’inclusione. Più nazioni rappresentate, più continenti coinvolti, più storie da raccontare. Ma dietro la retorica dell’apertura c’è anche una logica innegabilmente più cruda come quella economica poiché quaranta partite in più significano più diritti televisivi, più sponsor, più contenuti da distribuire e monetizzare, più biglietti.

E già intorno al numero degli spettatori sono nate diatribe. A Guadalajara, in Messico, nella seconda gara del Torneo sono emerse già le prime crepe. Nella partita tra Corea del Sud e Repubblica Ceca, le immagini televisive mostravano ampi settori vuoti nonostante la Fifa avesse registrato quasi il tutto esaurito con 44.985 spettatori su 46.000 posti. Una discrepanza che riapre il tema della vendita dei biglietti a prezzi elevatissimi e dei tagliandi assegnati a sponsor, dirigenti e ospiti che spesso non occupano i posti sugli spalti. La Fifa ha spiegato che molti tifosi si trovavano nei corridoi e nelle aree ristoro, ma il contrasto tra il racconto ufficiale del sold out e la percezione visiva dello stadio semivuoto ha offerto una prima immagine delle contraddizioni di un Mondiale sempre più orientato ai record economici e mediatici.

I cinque milioni di persone che attraversano Stati Uniti, Canada e Messico non sono soltanto tifosi ma consumatori, viaggiatori, utenti geolocalizzati, produttori di dati. Il Mondiale contemporaneo non vende solo calcio ma vende attenzione. Ogni spostamento, acquisto, ricerca online o interazione sui social entra a far parte di un ecosistema economico che trasforma l’emozione sportiva in valore commerciale. Non lo scopriamo oggi nel calcio, certo, ma il Mondiale ne è l’apoteosi.

Non è un caso che il dibattito attorno al torneo sia ormai dominato da audience, engagement e piattaforme digitali. La partita continua ben oltre il novantesimo minuto. Si gioca sugli smartphone, negli algoritmi, nelle metriche che misurano il tempo trascorso davanti a uno schermo. Il tifoso diventa contemporaneamente spettatore, creatore di contenuti e prodotto da analizzare.

Questo non significa che il calcio abbia perso la propria forza simbolica. Il paradosso del Mondiale è che continua a essere uno degli ultimi riti collettivi globali proprio mentre viene assorbito dalle logiche dell’economia dell’attenzione. Milioni di persone guardano le stesse immagini nello stesso momento, ma lo fanno attraverso piattaforme che trasformano quell’esperienza comune in un’immensa miniera di dati.

Forse il vero tema non è stabilire se il Mondiale sia diventato troppo grande, ma capire perché continuiamo a considerare la crescita come l’unico indicatore possibile del successo. Più partite, più spettatori, più denaro, più schermi. Nell’epoca dell’espansione permanente, il calcio sembra aver adottato la stessa grammatica delle piattaforme digitali.

E mentre la Fifa di Infantino, amico dei Maga, ci racconta di record su record, ci si chiede se stiamo assistendo al Mondiale più inclusivo della storia o al più grande prodotto mediatico mai costruito attorno a un pallone. Scommettiamo sulla seconda.

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