di Lorenzo Lazzeri
Una figura silenziosa, incastonata da secoli nello spazio liturgico lungo la Nomentana, esce dall’anonimato. Un busto di marmo conservato nella Basilica di Sant’Agnese fuori le mura viene ricondotto alla mano di Michelangelo Buonarroti dopo dieci anni di lavoro di Valentina Salerno.
La comunicazione ufficiale arriva insieme alla convocazione di una conferenza stampa promossa dall’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi del Santissimo Salvatore.
La ricostruzione prende avvio da una ricerca d’archivio di lunga durata. Carte notarili, inventari post mortem, corrispondenze indirette, dove il lavoro procede per scarti minimi e verifiche incrociate. Il punto di partenza resta l’ultimo periodo romano di Michelangelo, riletto senza affidarsi alla narrazione più diffusa sulla distruzione volontaria delle proprie opere. Le fonti consultate suggeriscono un’altra sequenza di eventi, più ordinata e meno teatrale.
Secondo la documentazione raccolta, il materiale presente nella casa romana dell’artista non viene eliminato, bensì spostato. Disegni, studi e alcuni marmi passano di mano in mano entro una cerchia ristretta di persone fidate. Un atto registrato fa riferimento a un ambiente chiuso, accessibile solo tramite più chiavi, predisposto per custodire beni di particolare valore. La stanza risulta già svuotata in epoca antica, ma lascia tracce sufficienti per seguirne i trasferimenti.
Da qui si delinea una rete di trasferimenti discreti verso istituzioni religiose e depositi marginali. Opere prive di attribuzione restano inserite in contesti funzionali, lontane dal mercato e dalla catalogazione sistematica. Il busto di Sant’Agnese rientra in questa opera di dispersione; il marmo infatti risulta presente da secoli nella basilica, integrato nello spazio sacro, privo di un nome o firma di rilievo.
Il luogo rafforza la coerenza della ricostruzione. La basilica, segnata da interventi successivi e da continui riassetti, ha accolto nel tempo materiali di origine diversa. In una simile stratificazione, l’ingresso di una scultura d’autore non costituisce un’eccezione. La permanenza silenziosa risponde a una pratica di custodia, più che a una scelta decorativa.
La proposta attributiva è stata sottoposta a verifica tramite un comitato scientifico internazionale, istituito per esaminare la tenuta documentale della ricostruzione. La ricerca si è concentrata sulla continuità delle fonti storiche e sulla tracciabilità dei passaggi di proprietà, evitando di affidarsi esclusivamente all’analisi estetica del marmo. Una conferma esterna a questo percorso documentale è arrivata dal mercato antiquario: nell’asta di Christie’s a Londra (febbraio 2026), è apparso un disegno di Michelangelo la cui storia collezionistica coincide perfettamente con quella ricostruita per il busto. Una sovrapposizione delle provenienze che ne assicura l’attribuzione.
Il busto adesso va ad inserirsi in un gruppo più ampio di opere tarde, rimaste ai margini delle attribuzioni certe. Materia lasciata aperta, superfici non risolte, tensione tra gesto e pensiero che caratterizzano questi lavori. Ne deriva un’immagine finale dell’artista meno isolata e più organizzata, attenta alla sorte delle proprie opere. La notizia non introduce un oggetto nuovo, il marmo resta al suo posto; cambia soltanto la storia che lo accompagna.