di Lilia La Greca
Siamo dentro ormai la settimana di Sanremo e come di consueto polemiche e dibattiti social non possono mancare. Tra interferenze politiche, congetture sociologiche e meme come se piovesse, si fa largo anche un senso di nostalgia per la musica dei tempi andati. Già una settimana fa era stata Rita Pavone a mette in dubbio se davvero Tutti cantano Sanremo: “ricordiamo a memoria i brani di 30-40 anni fa e non quelli dell’anno scorso” . Eppure la musica contemporanea è davvero meno memorabile di quella del passato, o è la nostra memoria collettiva a funzionare in modo selettivo?
Le piattaforme di streaming mostrano che gli artisti in gara arrivano al Festival con un pubblico già consolidato. Le rilevazioni sugli ascolti Spotify indicano che alcuni nomi presenti a Sanremo 2026 contano milioni di fruizioni mensili e altrettante riproduzioni complessive già prima dell’inizio della manifestazione. Altri registrano crescite significative di streaming non appena viene annunciata la partecipazione al Festival, segno che l’evento continua a funzionare come acceleratore di attenzione musicale. Non si tratta di percezioni ma di numeri: la musica contemporanea sanremese viene ascoltata in modo massiccio, anche se spesso in modo frammentato e distribuito su molte piattaforme.
Se però si guarda alla durata nel tempo, emergono differenze. Le classifiche storiche di streaming mostrano che alcune canzoni degli ultimi anni hanno accumulato cifre enormi: brani come Zitti e buoni dei Måneskin, Soldi di Mahmood o Brividi Blanco e Mahmood, hanno superato centinaia di milioni di ascolti su Spotify, Apple Music e YouTube. Sono numeri che spiegano perché certi titoli entrino rapidamente nell’immaginario collettivo e continuino a circolare anche dopo l’onda del Festival. Ma questi casi confermano anche un’altra evidenza: ogni edizione produce molte canzoni, forse troppe, e solo una minima parte diventa davvero memorabile. Il passato ci appare ricco di classici perché la memoria ha già operato una selezione severa, trattenendo pochi brani e lasciandone cadere molti altri.
Il confronto tra ieri e oggi è dunque falsato da una diversa percezione del tempo. Oggi una canzone può accumulare milioni di ascolti in poche settimane, ma questo non garantisce che resti nella memoria per decenni. La cultura dello streaming accelera il consumo e moltiplica l’offerta, mentre la costruzione di un canone richiede lentezza e ripetizione. Negli anni in cui Sanremo rappresentava uno dei principali momenti di scoperta musicale collettiva, le canzoni avevano una vita mediatica più lunga e condivisa. Oggi competono con un flusso continuo di nuove uscite e con abitudini di ascolto più individuali.
In questo senso la polemica di Rita Pavone sembra dire qualcosa di vero, ma anche qualcosa di inevitabilmente parziale. Vero è che molti ricordano più facilmente i brani del passato, ma non perché quelli nuovi non vengano ascoltati: i dati dimostrano il contrario. Piuttosto, il tempo necessario a trasformare una canzone in memoria condivisa è più lungo della velocità con cui oggi la consumiamo. La nostalgia nasce proprio da questo scarto tra la rapidità del presente e la lentezza della sedimentazione culturale.
Sanremo, che ogni anno si presenta come evento contemporaneo ma anche come archivio vivente della canzone italiana, esiste dentro questa contraddizione. Celebra i propri classici mentre ne produce di nuovi, invita il pubblico a ricordare mentre chiede di ascoltare il presente. Tra qualche decennio alcune canzoni di oggi saranno ricordate come evergreen e altre scompariranno: è sempre stato così. La differenza è che oggi possiamo osservare in tempo reale cosa viene ascoltato davvero. E forse, più che dimostrare che la musica di una volta restava di più, questi numeri suggeriscono che la memoria ha semplicemente bisogno di tempo per fare il suo lavoro.