Da Salgado a Penn, guarda come vesti e una foto dirà che lavoro fai

L’abito come segno sociale e professionale: alla Fondazione Mast di Bologna una rassegna di 44 autori e una sull’industria dell’arte di Walead Beshty

Foto di © Paola Agosti e © Salgado/ Amazonas Images/ Contrasto a “Uniform” al Mast (particolari, le didascalie complete sono in fondo all’articolo)

Foto di © Paola Agosti e © Salgado/ Amazonas Images/ Contrasto a “Uniform” al Mast (particolari, le didascalie complete sono in fondo all’articolo)

redazione 28 gennaio 2020
Stefano Miliani

L’operaia di Forlì fotografata da Paola Agosti ha lo sguardo di chi è fiero del lavoro e, oltre tutto, sa di essere una donna in un luogo spesso reputato di appannaggio degli uomini. L’operaio immortalato nel 1991 da Sebastião Salgado rivela invece nel corpo sfinito e nello sguardo tutta la fatica immane, immaginiamo anche psichica, di chi deve spegnere il fuoco in un pozzo petrolifero in Kuwait in fiamme per la Guerra del Golfo. Ben più orgoglioso è il pescivendolo ritratto da Irving Penn nel 1950 a Londra. L’operaia, l’operaio pompiere, il venditore di pesce compaiono tutti nel luogo e nell’abito di lavoro in una doppia mostra dal tema inconsueto e azzeccato alla Fondazione Mast di Bologna fino al 3 maggio: “Uniform into the Work / Out of the Work”. Ha approntato questo appuntamento Urs Stahel, il curatore della raccolta della Fondazione.

L’esposizione si fa in due: “La divisa da lavoro nelle immagini di 44 fotografi” raccoglie varie categorie sociali e zone geografiche diverse su chi e come si veste e vestiva per lavorare; in parallelo nella gallery-foyer la monografica “Walead Beshty. Ritratti industriali” del fotografo londinese, nato nel 1976, documenta l’industria dell’arte. Beshty non inquadra solo qualche artista, collezionista o gallerista, come accade di solito per le riviste, bensì compie uno sguardo a tutto tondo, il fotografo inquadra soprattutto il dietro le quinte, chi fa marciare quella che a ragione definisce “industria”: il magazziniere, il giovane chi allestisce concretamente i quadri in un museo, le assistenti di galleria, il ceramista in una fornace in Messico, il corniciaio, il camionista di Tir che trasporta dipinti e sculture.

Torniamo alle “divise da lavoro”. Cosa ci raccontano queste sequenze? Più storie. Intanto chi lavora in un cantiere o in un negozio deve pensare alla praticità, in altre sedi pesa di più il simbolo sociale. Sono illuminanti i 15 ritratti in serie di Barbara Davatz: ritraggono giovani donne e uomini che lavorano nel campo della moda in Svizzera, sono nati nel paese elvetico, anche quando hanno i genitori o loro stessi hanno origini in Indonesia, Brasile, Romania; queste ragazze e ragazzi vestono in modo spigliato, vivace, denotano come tutti o quasi nel vestire cerchiamo un’individualità secondo canoni condivisi e, al contempo, come il ricercare l’originalità sia alla fine una forma sia di condivisione sia di conformismo.

Tra i minatori cinesi di Song Chao e la serie su Angela Merkel giovane e oggi, tra le contadine tedesche di Albrecht Tübke e i normalissimi “tedeschi in uniforme” di Timm Rautert, risalta un’enorme foto del duo Clegg & Guttman: ritrae immersi nel buio cinque dirigenti di una multinazionale esaltandono volto, colletto e mani. Stahel ha paragonato il quadro ai ritratti della borghesia in crescita nell’Olanda del ‘600, nello sguardo di colui che identifica come il direttore vede «un equilibrio tra sicurezza e regale serenità», tuttavia a chi scrive l’uomo con maglione e mani sovrapposte e gli altri trasmettono invece tutt’altro effetto, forse voluto, forse no: i cinque uomini comunicano spietatezza, determinazione negli affari, sembrano esercitare un potere nell’oscurità per cui potrebbero agevolmente impersonare un gruppo di criminali dal colletto bianco in una fiction, sembrano squali che dietro le quinte manovrano capitali e traffici occulti e nessuno li conosce. L’immagine di Clegg & Guttman diventa pertanto sottilmente drammatica e suscita involontariamente o meno interrogativi su un capitalismo criminale che depreda usando leggi e sotterfugi mentre le fotografie selezionate da Stahel vogliono ricordarci che l’abbigliamento da lavoro è una connotazione sociale precisa, di ceto e di identità.

La mostra è a ingresso gratuito ed è accompagnata da un leggero quaderno-catalogo di 55 pagine della Fondazione Mast.

Il sito della Fondazione Mast

Le foto sopra, da sinistra (particolari):

Paola Agosti, Forlì, 1978. Giovane operaia ferraiola in cantiere.
© Paola Agosti

Sebastião Salgado
Il Kuwait dopo la fine della Guerra del Golfo - I pozzi petroliferi continuano
a bruciare, causando un massiccio disastro ecologico e una grande
perdita di denaro. Compagnie di pompieri specializzati, provenienti da
tutto il mondo, a lavoro per estinguere il fuoco. Operaio della Safety Boss
Company durante una pausa, 1991
© Salgado/AmazonasImages/Contrasto