L' Intelligenza Artificiale migliora anche le prestazioni sportive

Lo dimostra il caso di come Vittoria Bussi ha battuto il record mondiale dell'ora su pista. Questa esperienza è raccontata nell' intervista con l' atleta. Un recente incontro al PalaEstra di Siena ha dimostrato come questo connubio sia possibile. Le esperienze della Mens Sana e dell' azienda Prometeo, partner tecnologico della squadra.

L' Intelligenza Artificiale migliora anche le prestazioni sportive
In foto ìl' atleta Vittoria Bussi e l' applicazione pratica dell' IA sulla squadra della Mens Sana
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23 Marzo 2026 - 15.34


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di Manuela Ballo

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In che modo Intelligenza artificiale e sport possono essere legati fra loro? Se ne è discusso al PalaEstra di Siena, la scorsa domenica (15 Marzo) nel dibattito promosso da Prometeo e Mens Sana Basketball dal titolo “AI & Performace: dallo sport al business”. Valter Fraccaro, della Fondazione SAIHUB, ha condotto un dibattito nel quale si sono alternate più voci: dal presidente della Mensa Sana, Francesco Frati, a quella della delegata del Rettore dell’Ateneo senese, Chiara Mocenni. Giulio Ancilli (CEO dell’azienda Prometeo), è entrato nel merito mostrando le concrete esperienze compiute mentre Vittoria Bussi, la prima donna a superare il muro dei 50 chilometri nel record dell’ora, ha spiegato l’originale percorso che l’ha portata a realizzare la sua straordinaria performance. 

Al di là delle diverse e originali narrazioni, la risposta alla domanda che ha mosso l’incontro è stata corale: l’Intelligenza Artificiale può supportare, è ormai dimostrato, sia le performance sportive sia quelle aziendali. Elabora dati, studia i modelli e ha gli strumenti che aiutano a comprendere meglio ciò che accade in campo e nelle organizzazioni. Nel corso dell’incontro sono state illustrate esperienze concrete di un processo destinato a raggiungere tappe sempre più nuove ed evolute. Come nel video nel quale è stato mostrato l’ applicazione da parte dall’azienda senese di un evoluto sistema di A.I. nel campo del basket o le suggestive sequenze nelle quali venivano mostrate come la matematica e la tecnologia abbiano permesso alla ciclista di raggiungere il prestigioso record dell’ora.

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Quel record è frutto di una lunga pratica sui pedali e di un approccio matematico. Sudore e matematica, testa e cuore. Alla fine di questo originale incontro le ho rivolto poche domande su un’esperienza alla quale bisognerebbe dedicare intere pagine.

Passione per i numeri, laurea in matematica alla Sapienza e un dottorato a Oxford. Poi, a 27 anni, Vittoria Bussi, ha deciso di provare a superare il record dell’ora di ciclismo su pista. Come è riuscita creare questo mix di preparazione atletica e tanta matematica?

E’ avvenuto quasi tutto per caso. Quando ho iniziato, ero nel pieno del dottorato di ricerca in matematica. Avevo 27 anni ed era già molto tardi per una disciplina tecnica come il ciclismo. A casa mia, infatti, nessuno era appassionato di questo sport, non si non guardava né il giro d’ Italia né il Tour de France.  In Inghilterra andava di moda il triathlon ed io venivo dall’atletica leggera.
Ho quindi iniziato il percorso che mi ha condotta fino a qui sostanzialmente per cercare una via di fuga e una redenzione dal dolore. Volevo sfogare la mia rabbia nei confronti della vita, rabbia che avevo maturato dopo la perdita di mio papà avvenuta in maniera poco dignitosa per l’essere umano e noi, in famiglia, abbiamo trascorso e sperimentato un anno di sofferenze andando in giro per gli ospedali.  Quando mio papà non ce l’ha fatta, una volta tornata alla mia vita, la matematica non riusciva a colmare quel vuoto e a dare un senso al mio dolore. Ecco che sono partita dal triathlon e grazie allo sport e alla fatica e sotto la mancanza di lucidità data dalla fatica stessa riuscivo ad affrontare alcuni demoni legati alle scelte assurde che avevo dovuto prendere e che non mi sono mai perdonata. I sì e i no alle domande che i dottori mi facevano determinavano un  tipo di percorso che andava ad incidere  sulla vita di mio papà che, dal canto suo, non era cosciente e non poteva quindi decidere per sé.

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Quando ho iniziato con il ciclismo, mi sono trovata davanti a un mondo dove funzionava la “tuttologia”, tutti credevano di sapere tutto. Inoltre, il ciclismo femminile non era messo poi così bene, tant’è che alle mie domande, venivo dalla ricerca scientifica e quindi dalla libertà di pensiero, su questi aspetti trovavo risposte insufficienti. Quando chiedevo perchè facciamo questo o quello? Mi si rispondeva: “tu sei l’atleta, devi fare quello che ti dice il tuo staff”, oppure: “si fa così, perché si è sempre fatto così”. Questo colpiva il senso della libertà, tutti i modi che ho di vivere le cose che faccio sempre in maniera curiosa: cioè in maniera esplorativa ed innovativa. Per queste ragioni, ho preso le distanze dal mondo, per così dire, classico delle squadre professionistiche indirizzandomi verso la creazione di un mio progetto personale e di una mia personale squadra.

E cosa l’ ha portata a scegliere di battere proprio il record dell’ ora in pista?

La scelta del progetto del record dell’ora è avvenuta in modo molto naturale perché è una di quelle performance che avvengono in un ambiente controllato, il velodromo, al chiuso, con tutti i dati dell’aria, dell’umidità, della temperatura e della pressione, compresi i dati della superficie. Quella del velodromo è una superficie di legno dove bastano 18 secondi circa per essere nello stesso punto di prima. E’ quindi tutto assolutamente controllabile. Ci sono formule che legano la potenza, la velocità e la parte aerodinamica. Quasi tutto era ascrivibile in formule matematiche e ho pensato fosse il giusto progetto per dimostrare che si può arrivare a fare cose eccellenti, anche senza seguire percorsi standard e, al contempo, mi piaceva il fatto che si trattasse di una disciplina solitaria grazie alla quale potevo stare da sola con me stessa, sotto sforzo e con il mio personale modo di fare, cioè con un’ approccio matematico, rigoroso verso tutto ciò che faccio e quasi ossessivo nel senso buono del termine. Cercavo, in quella solitudine, un perdono.

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Lei ha più volte dichiarato che sulla bici ha “scoperto che era tutto ascrivibile in formule matematiche”. Questo è chiaro per lei che ha un master in matematica. Ma come spiegare ai nostri lettori questa fusione?

La potenza espressa in bicicletta – data da quanto noi possiamo spingere sui pedali –  è strettamente correlata alla velocità prodotta e all’ingombro aerodinamico del nostro corpo sotto specifiche condizioni ambientali come temperatura, pressione e umidità dell’aria. Inoltre, bisogna aggiungere tutti i dati relativi alla perdita di efficienza, la resistenza al rotolamento e quindi l’attrito col pavimento, l’accelerazione, le traiettorie, l’inclinazione in pista. Insomma, tutte cose piuttosto misurabili con strumenti e con formule matematiche. E’ dunque una disciplina che si presta a farsi scrivere in formule, anche se non tutto lo è, ma in questo caso, lo si può fare.

Tutti gli atleti sono ormai abituati a pianificare la preparazione. Lei ha usato un “quadernetto” sul quale ha appuntato i dati e le impressioni. In pratica una sorta di collezione di dati. In che modo li ha poi elaborati? E davvero le sono serviti per prevedere quando avrebbe raggiunto il picco della forma per affrontare la dura prova di superare i 50 chilometri in un’ora?

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Bisogna intendersi su come intendiamo la parola quadernetto. Era qualcosa di più sofisticato. Il fatto di usare carta e penna, non significava non pianificare la preparazione. Anzi, fin dalla mia partenza ho teso proprio a pianificare tutto, visto e considerato che anche l’ obiettivo di stabilire il record del mondo va comunicato mesi e mesi in anticipo all’Unione Ciclistica Internazionale. Quindi serviva una pianificazione a distanza di mesi o addirittura di anni, in quanto ho impiegato due anni esatti quando ho cercato di battere il muro dei 50, quindi il mio secondo record. La pianificazione va fatta con una precisione millimetrica ed io ho questa grande agenda dove, momento per momento, ho annotato tutto ma avevo ovviamente anche il supporto del computer. Ho coinvolto, naturalmente, uno staff tecnico che mi potesse guidare sull’interpretazione di questi dati, poiché alla fine, i dati senza un intervento umano esperto, specie in quest’ambito, e mi riferisco all’ allenamento di forza in palestra, alla nutrizione, alla biomeccanica lasciano il tempo che trovano.  

Credo di aver pianificato tutto in maniera ossessiva, parola da me usata già prima, perché quando prepari un record a distanza di mesi, compresa la parte di logistica e le cose da decidere – come ti dicevo – avendo rinunciato ad una squadra professionistica, dovevo portare avanti tutta una serie di cose che di solito porta avanti lo staff. Quindi sì, usavo il quaderno anche per prenotare il volo per tizio e caio oppure lo usavo per scrivere all’Unione ciclistica Internazionale al fine di chiedere l’autorizzazione per far questo o quell’altro, aggiornare l’antidoping ad esempio. Quel quaderno era diventato una sorta di agenda, che mi permetteva, un po’ come accade anche ai grandi imprenditori nel mondo del business quando hanno tante informazioni da ricordare, di pensare e tener traccia giornaliera di tutto.

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Video realizzato e prodotto dall’Azienda Prometeo
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