Il progetto di fusione tra Monte dei Paschi e Banco Bpm si è fermato nel giro di meno di due mesi e per Siena, cambia ancora una volta lo scenario. Tramonta il progetto che avrebbe dato vita a uno dei principali gruppi bancari italiani e torna al centro l’offerta di Intesa Sanpaolo. Ma, al di là delle grandi manovre della finanza, la domanda resta la stessa: quale sarà il futuro del Monte, quale ruolo continuerà a svolgere a Siena e quali garanzie ci saranno per l’occupazione, per le funzioni direzionali e per il legame storico tra la banca e il territorio.
Il progetto di fusione Mps-Bpm è ufficialmente saltato perché non si sono create le condizioni per arrivare a un’intesa condivisa. Ma dietro lo stop deciso all’unanimità dal consiglio di amministrazione di Piazza Meda c’è una vicenda molto più complessa, che racconta come siano cambiati gli equilibri del sistema bancario italiano e come il ruolo di Crédit Agricole sia diventato, nel frattempo, determinante.
Meno di due mesi fa, il 7 giugno, sembrava aprirsi una partita destinata a cambiare il volto del credito italiano. Giuseppe Castagna aveva inviato al Monte dei Paschi la proposta di una fusione tra pari, dando avvio a un confronto che il consiglio di Banco Bpm approvò all’unanimità. A votare a favore furono anche i quattro consiglieri espressione di Crédit Agricole, già allora primo azionista della banca. Il giorno successivo arrivò però la prima svolta con l’Opas annunciata da Intesa Sanpaolo su Mps, sostenuta da Unipol, destinata a rimescolare completamente le carte del risiko. Da quel momento lo scenario ha iniziato a cambiare rapidamente. Mentre le consultazioni con Siena proseguivano, Crédit Agricole ha continuato ad acquistare azioni Banco Bpm, portando la propria partecipazione fino al 29,3%, a un passo dalla soglia del 30% che farebbe scattare l’obbligo di un’Opa. Una crescita costante che ha rafforzato ulteriormente il peso del gruppo francese all’interno della governance dell’istituto.
Ed è proprio in questa fase che emerge quella che appare come una vera inversione di rotta. Presentando i risultati del semestre, l’amministratore delegato Olivier Gavalda ha dichiarato ieri che Crédit Agricole non aveva ricevuto alcun progetto né alcuna informazione sulla possibile fusione tra Banco Bpm e Monte dei Paschi e che, di conseguenza, era impossibile stabilire se l’operazione potesse creare valore per gli azionisti. Ancora più esplicito il vice direttore generale Jérôme Grivet: “Con il 29,3% di Banco Bpm siamo indispensabili. Nulla può essere fatto contro di noi o senza di noi”.
Parole che hanno immediatamente attirato l’attenzione perché sembrano difficilmente conciliabili con quanto avvenuto appena poche settimane prima. Il 7 giugno, infatti, i quattro consiglieri indicati proprio da Crédit Agricole avevano votato il via libera all’avvio delle consultazioni con Mps. Nessuna obiezione pubblica, nessuna riserva, nessun distinguo. È difficile immaginare che il principale azionista di Banco Bpm, rappresentato nel consiglio da quattro amministratori, fosse estraneo a un progetto di questa portata. Più verosimile è che, tra giugno e luglio, sia maturata una diversa valutazione strategica, favorita anche dal rafforzamento della partecipazione francese e dal mutato contesto del risiko bancario. Altra ipotesi che circola è quella che fino a oggi il progetto di Banco Bpm esisteva solo sulla carta, in attesa della mossa possibile da parte dell’ad senese Luigi Lovaglio con un’offerta su Bpm rinforzata da una componente cash che sarebbe potuta derivare dalla dismissione di asset non strategici, compresa la quota del 13% di Generali. Si diceva che fosse stata la mossa da fare presto, per contrastare efficacemente l’Opas di Intesa fissata al 6 agosto. Superato il 10 agosto, per qualsiasi operazione, i tempi tecnici renderebbero l’opposizione molto più difficile.
Poche ore dopo le dichiarazioni di Gavalda è arrivata la decisione del consiglio di Banco Bpm di interrompere le consultazioni con Siena. Una scelta che, pur ribadendo il forte razionale industriale della fusione, certifica il venir meno delle condizioni politiche e societarie necessarie per portarla avanti. Per Monte dei Paschi significa la fine, almeno per ora, del progetto di aggregazione con Banco Bpm. La banca senese ha preso atto della decisione confermando di voler proseguire nell’attuazione del proprio piano industriale e nell’integrazione con Mediobanca, senza chiudere la porta a future opportunità.
C’è però anche un elemento che inevitabilmente richiama il tema della sovranità economica, caro al Governo Meloni. Se l’operazione fosse andata in porto, Crédit Agricole sarebbe diventata il primo azionista del nuovo gruppo nato dall’integrazione tra Mps e Banco Bpm, con una partecipazione stimata superiore al 12%. Uno scenario destinato ad aumentare sensibilmente il peso di un grande gruppo francese all’interno del sistema bancario italiano. È quindi inevitabile chiedersi se il progressivo rafforzamento di Crédit Agricole e la prospettiva di vederlo primo azionista del nuovo polo bancario non abbiano contribuito, almeno indirettamente, a modificare gli equilibri della partita.
In questo contesto assume un significato diverso anche l’Opas promossa da Intesa Sanpaolo insieme a Unipol. Ufficialmente l’operazione nasce da motivazioni industriali: valorizzare la partecipazione in Mediobanca, integrare le attività bancarie con Bper e creare nuove sinergie. Ma l’effetto sarebbe anche quello di mantenere il controllo dell’operazione all’interno di un perimetro molto più nazionale anche se il colosso Intesa, attore della geofinanza continentale, ha ramificazioni importanti in Germania, Paese, forse, più affine alla politica attuale di casa nostra. Le valutazioni economiche, finanziarie e regolamentari restano determinanti, ma la rapidità con cui Crédit Agricole è passato dal sostanziale via libera espresso nel consiglio di Banco Bpm a una netta presa di distanza pubblica rappresenta uno degli aspetti più significativi dell’intera vicenda.
Siena e le istituzioni senesi, provinciali e regionali sono in allarme. Le strutture centrali e le direzioni generali di Mps contano quasi 5.000 lavoratori, con 3000 di essi che si trovano proprio in Toscana: circa 1.800 a Siena e circa 600 a Firenze, ai quali si aggiunge un indotto in cui lavorano migliaia di dipendenti. Non tutto è perduto perché il risiko può cambiare protagonisti, alleanze e strategie e in un giorno cambiare di nuovo tutto. Ma per Siena la vera partita continua a essere quella di preservare il futuro del Monte e il suo radicamento in un territorio che, da oltre cinque secoli, ne rappresenta la storia
