Carlo Ginzburg ha fatto scuola a tutti noi

La scomparsa del grande studioso e intellettuale delle  scienze umane. Un dono ancor più grande Ginzburg ha fatto alle scienze storiche attraverso il metodo della microstoria, che contrapponeva l’attenzione per l’individuo alla ricostruzione del grande quadro.

Carlo Ginzburg ha fatto scuola a tutti noi
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17 Giugno 2026 - 13.09


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di Maurizio Bettini 

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Ha fatto scuola a tutti noi. Fin da giovanissimo non è stato un maestro solo per gli storici, ma per tutti coloro che amavano le scienze dell’uomo. L’antropologia, il folclore, la semiotica, si affiancavano naturalmente, e spontaneamente, alla sua riflessione sul passato, spesso anche quello recente.

Il suo celebre saggio Spie. Radici del paradigma indiziario, stupisce ancora oggi per la genialità dell’accostamento fra tre personaggi così diversi – Giovanni Morelli, critico d’arte, Sigmund Freud, e Sherlock Holmes – che operarono in campi fra loro diversissimi, e l’assoluta similarità del loro metodo: quello “indiziario” appunto. Morelli che distingueva dipinti veri da dipinti falsamente attribuiti fondandosi sulla fattura delle unghie, su dettagli minori, che il falsario trascurava, ma non il pittore ‘autentico’; Freud che indagava l’inconscio attraverso particolari altrettanto minimi come il lapsus e l’atto mancato; Sherlock Holmes, infine, che sbalordiva il povero Watson individuando il carattere e le esperienze di una persona, ovvero risalendo all’autore di un delitto, combinando fra loro minuzie impercettibili e apparentemente prive di ogni relazione.

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Dono ancor più grande, forse, Ginzburg ha fatto alle scienze storiche attraverso il metodo della microstoria, che contrapponeva l’attenzione per l’individuo alla ricostruzione del grande quadro, per mettere in luce una quantità di dati, caratteri, pratiche solo apparentemente minori, ma che davano concretezza alle più ampie campate della storia. Ancora oggi i volumi della collana “Microstorie”, diretta a suo tempo da Carlo Ginzburg e Giovanni Levi, costituiscono un esempio prezioso per tutti coloro che alla storia vogliano rivolgere domande diverse rispetto a quelle poste dalla storiografia del passato.

Con Ginzburg perdiamo un grande studioso e un grande intellettuale, che ha sempre creduto profondamente in quello che faceva. Quando collaborava attivamente a “Quaderni storici”, nei primissimi anni Ottanta inviai direttamente a lui un articolo da pubblicare. Si intitolava L’ape e la farfalla, un primo ‘sbozzo’ di antropologia del mondo antico in cui, attraverso le rappresentazioni che gli antichi davano di questi due insetti, cercavo di penetrare più addentro nella cultura greca e romana per per ciò che riguardava le immagini dell’anima.

Ricordo ancora la lettera che ricevetti da lui, seria, lunga, dettagliata, in cui approvava certe mie conclusioni, ma da bravo storico criticava la mia tendenza a mettere in parallelo costumi e credenze appartenenti a momenti diversi dell’antichità. Avevo fede nella permanenza delle forme culturali, ed ero filologo. L’articolo fu pubblicato poco dopo.

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