Il giorno dopo una sentenza, in Italia, non si leggono le motivazioni: si leggono i commenti. E così, digitando “schermidori Chianciano” su Google, non compaiono prima i fatti, il diritto o il dispositivo del giudice, ma una lunga teoria di titoli che spingono alla sorpresa inaspettata. E sotto, inevitabilmente, il grande stadio dei social: chi applaude, chi insulta, chi sentenzia. Tutti giudici, nessuno disposto ad abitare il dubbio.
La prima reazione di molti, la mia compresa, è stata istintiva, umana: vedere il dolore di quella ragazza, il suo pianto pubblico, e pensare “ma che razza di giustizia è questa?”. È una reazione comprensibile. Forse persino inevitabile. Perché il dolore esposto ha una forza narrativa enorme e ci chiama a schierarci, a proteggere, a parteggiare. In un tempo che vive di immagini ed emozioni accelerate, la sofferenza visibile diventa automaticamente verità percepita.
Ma la giustizia non può funzionare per percezioni. E qui nasce il cortocircuito della nostra epoca. Sui social non interessa più capire ma solo tifare. Ogni processo diventa un derby morale, con curve opposte e cori identitari. Se osi ricordare che un tribunale giudica sulle prove e non sulle emozioni, rischi di sembrare cinico. Se sottolinei che “assolto” non significa automaticamente “mostro salvato dal sistema”, vieni arruolato nel campo nemico. Non esistono più sfumature: o credi ciecamente alla ragazza oppure difendi il patriarcato. È la semplificazione come droga collettiva.
Eppure la giustizia, quella vera, è lentezza, dubbio, fatica, non può essere tifo. È un giudice, una persona in carne e ossa e non un algoritmo morale di Instagram, che deve decidere se le prove raccolte siano sufficienti per affermare una responsabilità penale oltre ogni ragionevole dubbio. In questo caso ha stabilito che “il fatto non sussiste”. E a noi non resta che attendere almeno la pubblicazione delle motivazioni della sentenza per capire di più. E poi il giudice potrà essere smentito in appello, certo. Potranno emergere nuovi elementi. Succede. Ma oggi quella decisione è stata presa sulla base degli atti, non degli hashtag.
E allora ciò che mi inquieta non è la sentenza, ma la nostra crescente incapacità di accettare che giustizia e verità emotiva non coincidano sempre. Toghe rosse, toghe nere, toghe patriarcali, toghe matriarcali. Se un verdetto non coincide con il sentimento dominante, allora dev’esserci per forza una macchinazione. L’idea che qualcuno possa aver giudicato in coscienza, applicando il diritto e non il clima sociale, ci sembra quasi ingenua.
La verità è che abbiamo trasformato i processi in narrazioni e le sentenze in contenuti. Ma la giustizia non è Netflix.
