Il 25 aprile e la voglia di tornare a stare insieme

Anche quest’anno sembra ripetersi il copione di una data che divide. Essenziale riconoscere il valore storico di questa festa: il giorno della insurrezione nazionale contro il nazifascismo. Una giornata piena anche di preziose e solari manifestazioni

Il 25 aprile e la voglia di tornare a stare insieme
Preroll AMP

redazione Modifica articolo

22 Aprile 2026 - 14.35


ATF AMP

di Silvia Folchi

Top Right AMP

Il 25 aprile la sindaca di Poggibonsi, Susanna Cenni, dedica una ciclovia alle Staffette partigiane e quello di Torrita di Siena, Giacomo Grazi, un belvedere alle partigiane Marta Pascucci e Romana Fibursi. Per contro, a Piancastagnaio l’amministrazione comunale non partecipa con l’Anpi alla deposizione di fiori al cippo che ricorda due partigiani uccisi e poi impiccati all’ingresso del paese, e preferisce riunire in una medesima targa tutti i caduti, indipendentemente dalla parte per cui sono morti, “creando un unico luogo di memoria per l’intero sacrificio del paese” e annullando, di fatto, il riconoscimento di quanti hanno lottato per la liberazione, che vengono riuniti, nella sintesi di un unico sacrificio, con coloro che hanno sostenuto il fascismo e la guerra. A ridosso della Festa della liberazione il sindaco di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna, intitola uno spazio pubblico a Giovanni Gentile.

Ogni anno sembra ripetersi il copione del 25 aprile divisivo, o meglio, ogni anno il 25 aprile torna ad essere strumentalizzato da chi non riesce a riconoscersi pienamente nella Repubblica antifascista e cerca nostalgicamente di restituire dignità a persone e simboli che la dignità se la sono per sempre giocata teorizzando, come fece Gentile, la subordinazione dell’individuo allo Stato totalitario, difendendo la violenza fascista dopo l’assassinio di Matteotti, offrendo copertura culturale alle leggi razziali del 1938, aderendo fino all’ultimo alla Repubblica sociale italiana.

Dynamic 1 AMP

Passa il tempo, ma la frattura non accenna a sanarsi. Il partito che continua a tenere accesa la fiamma, nelle successive declinazioni, fu fondato alla fine del 1946, e occorre mettere in conto, oltre all’80° anniversario del voto alle donne e del referendum istituzionale, che a ripartire da allora il fascismo non è finito, con buona pace della XII disposizione della Costituzione.

Per evitare di strumentalizzare il 25 aprile è necessario intanto riconoscere il suo fondamento storico: si ricorda il giorno dell’insurrezione generale, non già della fine della guerra in Italia, che avviene il 29 con la resa incondizionata delle forze tedesche e che diventa effettiva dal 2 maggio. Aver scelto per la festa della liberazione non il 29 aprile o il 2 maggio, ma il 25 aprile, significava, per il governo provvisorio presieduto da Alcide De Gasperi (con un decreto del 22 aprile 1946, il che segna un altro 80° importante), che la fine della guerra, dell’occupazione nazista e della dittatura fascista era indissolubilmente legata alla lotta partigiana.

Quanto all’attualità della festa, non possiamo non verificare quanto ci parla ancora, anche a giudicare dall’uso talvolta rabbioso e spesso distorto che ne viene fatto da rappresentanti istituzionali che pur avrebbero giurato fedeltà alla Repubblica e alla sua Costituzione (l’intitolazione al “filosofo del manganello” a pochi giorni dalla festa è solo un esempio tra i più recenti). Certo, i cortei sono meno numerosi rispetto ai primi decenni, le orazioni spesso troppo formali, la partecipazione delle amministrazioni talvolta è vissuta come dovere imposto e poco sentito. Ma è pur vero che il carattere popolare resiste e sa rinnovarsi ogni anno, e ritrova i suoi contenuti quando sa interpretare il lascito autentico della lotta di liberazione, che fu lotta di popolo, che riuscì ad essere unitaria, e il cui valore politico, più ancora di quello militare, consisté nell’unire migliaia di persone a cui il regime aveva inteso togliere volontà e coscienza. I giovani e le giovani che formarono le brigate, gli antifascisti degli anni clandestini, gli operai, gli intellettuali, le persone comuni che si trovarono di fronte alla possibilità di combattere il regime quando se ne presentò l’occasione, scrissero una pagina di storia nel momento stesso in cui decisero di compiere quella scelta, trasformando un incerto impegno individuale in un formidabile movimento collettivo. Fu quello l’esatto momento in cui il popolo si riprese la sovranità.

Dynamic 1 AMP

Lo smarrimento che ci abita in questi anni (con le guerre alle porte, la dissoluzione del diritto internazionale, l’umiliazione degli organismi sovranazionali in cui eravamo stati educati a riconoscerci, l’individualismo che ci rende testimoni impotenti di fronte al genocidio dei palestinesi e all’arroganza di capi di stato accecati dal potere) ci rende difficile comprendere il significato dei processi politici e sociali che la stagione della Resistenza riuscì ad attivare.

Il dibattito pubblico impone un lessico intriso di bellicismo e insinua il bisogno di sicurezza e controllo. Si impongono concetti escludenti come quello della remigrazione, si torna a creare il reato d’opinione per chi sostiene che quello che il governo israeliano sta praticando con ferocia non ha a che fare con il diritto alla difesa, ma esprime una politica neocoloniale e razzista. Si mina il diritto di manifestare con una serie sempre più incalzante di decreti. Si cerca di intimidire in ogni modo quella capacità di fare dell’impegno individuale un movimento collettivo.

Eppure qualcosa di quello spirito resiste. Resiste il senso della Festa, per cominciare. La voglia di tornare a stare insieme in modo gioioso con quelli che riconosciamo simili. Resiste il pensarsi “flotilla di terra”, anche in nome di un’idea internazionalista che si contrappone all’autoritarismo degli stati nazionali, sordi e ciechi di fronte ai richiami soprattutto delle generazioni più giovani. Resiste l’esigenza di solidarietà con i Paesi oppressi da un capitalismo che non sembra avere né capo né coda, e che divora sé stesso insieme alla politica da cui è legittimato. Resiste, lo ha dimostrato, l’idea che riconoscersi nella Costituzione e negli equilibri che disegna, nel suo dettato egualitario, nel diritto di partecipare alla vita politica, economica e sociale del Paese anche da parte di coloro, come i ventenni, che da questo diritto sembrano esclusi (non autoesclusi, ma esclusi da una architettura sociale che non li riconosce, di fatto, come cittadini a pieno titolo) è sorprendentemente attuale. I giovani e le giovani che hanno esercitato il loro diritto (che un tempo era anche un dovere) di voto ci hanno riconsegnato il senso del 25 aprile, che chiede di essere riconosciuto per quello che è: la data lontana che festeggia l’insurrezione generale e un promemoria per il presente, che chiede di portare a compimento quello che la Resistenza cominciò, ad iniziare dalla difesa e dalla piena attuazione della Carta che i partigiani e le partigiane scrissero con un ultimo, altissimo sforzo unitario.

Dynamic 1 AMP
FloorAD AMP
Exit mobile version